I migliori film del 2025
La top ten delle migliori pellicole uscite nelle sale italiane, tra Ducournau e Sossai, Pietro Marcello e No Other Land
Durante un secondo anno di grave crisi occupazionale del settore cinematografico, causata dalla riforma della legge cinema del governo Meloni e dagli scriteriati tagli al bilancio che continuano a confermare il disinteresse politico per il nostro comparto produttivo e distributivo, risollevato ciclicamente dai successi del blockbuster di turno o dagli exploit di Checco Zalone o di Paola Cortellesi, il cinema d’autore italiano conferma invece la sua ottima salute. I successi di Parthenope e di Vermiglio lo scorso anno vengono seguiti, seppur non sempre dagli stessi risultati commerciali, da opere di grande qualità come Duse di Pietro Marcello e Le città di pianura di Francesco Sossai, nonché dalle produzioni internazionali dirette da Luca Guadagnino, quest’anno in sala con Queer e con il notevole After the Hunt. Nella nostra classifica che seleziona tutte le pellicole uscite nelle sale in Italia nel 2025, uno sguardo all’Iran e alla Francia, dal Regno Unito alla pianura veneta fino alle terre della Cisgiordania di No Other Land, documentario premio Oscar uscito in Italia a gennaio, alla vigilia della vittoria della statuetta. Tra i tanti titoli di quest’annata, la redazione di cinema de L’Eco del Nulla ha selezionato nella nostra classifica non numerata i dieci film da vedere. Perché? Ve lo raccontiamo qui sotto.
Alpha di Julia Ducournau
Il terzo lungometraggio di Julia Ducournau, già nota per Raw e vincitrice della Palma d’oro con Titane, è tante cose insieme, racconta mille sfaccettature del corpo e del mondo. La regista, autrice body horror e di un cinema a tratti disturbante, si immerge ancora lì dove il suo sguardo abita, usando il rosso della carne cruda e del sangue. Ducournau mostra la paura dell’altro, del non essere accettati, del corpo che muta, l’ansia per i propri figli e lo fa attraverso Alpha, adolescente inquieta, ribelle, desiderosa di vivere e di fare, e il suo corpo, punctum da cui tutto parte e tutto dipende. Dopo una festa, la ragazzina trova sul braccio un tatuaggio, la lettera iniziale del suo nome, un tatuaggio che apre le porte ad un inferno dai confini indecifrabili. Quando la madre di Alpha, medico in una clinica per malati terminali, scopre quel segno sulla figlia, teme che sia stata infettata dal misterioso virus che sta trasformando gli uomini in pietra, soffocandoli prima di ridurli in polvere. Opera cupa e dolente, Alpha si costruisce seguendo linee temporali diverse (anni ’80 e ’90), e quello che sembra un dramma familiare è racconto di una piaga che riporta alla mente Aids e Covid. La regista, sorprendendo ancora una volta, si concentra su temi a lei cari: l’affrancamento, in questo caso dalla figura materna, e la trasformazione – quella dei miti greci, ma anche quella dell’adolescenza. Alpha è un film maturo, denso, sacrale, con un impatto sociale e emotivo fortissimo che scuote profondamente.
No Other Land di Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor, Hamdan Ballal
Non è facile scrivere di No Other Land perché è un documentario che parla di persone, strappate alla loro terra, di ferite profonde che con difficoltà si rimarginano, di lacrime e parole disperate, di scuole sventrate e corpi morti trascinati. Non ci sono armi, scudi, leggi di fronte a “non abbiamo altra terra”, frase così potente da diventare titolo del film diretto, prodotto, scritto e montato da un collettivo israelo-palestinese formato da Basel Adra, Yuval Abraham, Rachel Szor (che ha curato anche la fotografia) e Hamdan Ballal. Il documentario – le riprese sono iniziate nel 2019 e si sono concluse nell’ottobre 2023 – è in gran parte narrato dal punto di vista di Basel Adra, attivista nato a Masafer Yatta, un insieme di villaggi sulle montagne meridionali della Cisgiordania occupata di cui Israele ordina ai palestinesi l’evacuazione, con la prospettiva di vedere le proprie case rase al suolo dall’esercito per far posto a un campo di addestramento. Lo scopo del film è mostrare ciò che non viene narrato, rendere visibile ciò che è celato, consci che questo non solo dà consapevolezza ma può anche salvare. E così, di minuto in minuto, lo spettatore viene immerso nella tragedia umana. No Other Land è un esempio di resistenza estenuante e di una collaborazione che supera qualsiasi manicheismo (l’amicizia tra l’attivista palestinese Adra e il giornalista israeliano Abraham) e fa sperare. È un’opera essenziale e straziante, visione imprescindibile se si vuole capire che cosa sta accadendo ora, nei territori occupati della Palestina, davanti agli occhi del mondo. Oscar al miglior documentario 2025.
Aragoste a Manhattan di Alonso Ruizpalacios
È un’opera potente e caotica Aragoste a Manhattan, il film di Alonso Ruizpalacios ispirato alla pièce del 1957 di Arnold Wesker, La cucina – già portato sul grande schermo nel 1961 da James Hill e qui con il titolo originale La cocina –, immerso in un bianco e nero elegante e freddo per narrare l’amore tra il cocinero Pedro e la cameriera Julia, al lavoro nel ristorante “The Grill”. Lei è incinta e vorrebbe abortire, Pedro cerca di convincerla a non farlo. Attorno a loro si muovono uomini e donne alle prese con sogni, rabbia e caos. Parole, urla, confidenze e confronto, in lingue diverse, sono segno della “frantumaglia” umana espressa in sguardi dolenti e corpi in balia di tutto, e delle giornate al “The Grill”, da cui si evince affetto verso i personaggi a pezzi eppure mai paghi. Tutto si complica quando viene scoperto un furto nel ristorante. Ruizpalacios compone una sinfonia corale portando storia e personaggi al culmine di furia, strazio, amore, ragionando, ampliando e sottolineando situazioni e caratteri di una società in crisi raccontata con i contorni da commedia grottesca, affondando le radici nella satira sociale alimentata dal fuoco dei conflitti tra cittadini e immigrati, dalle differenze linguistiche e culturali. Tra cucina e coltelli, metafora di un’esistenza dolorosa e persa, Aragoste a Manhattan è una storia intrisa di febbrile inquietudine in cui emerge melmoso, cinico e asfissiante un mondo dentro un mondo, attraverso una narrazione implosiva ed esplosiva.
The Brutalist di Brady Corbet
L’architetto ebreo László Tóth, scampato al campo di concentramento di Buchenwald e separato dalla moglie Erzsébet, emigra negli Stati Uniti alla ricerca di un futuro. Nella difficile vita da immigrato nel dopoguerra viene aiutato dal cugino Attila, che lo ospita in una stanza del suo negozio di mobili e gli fa curare piccole commissioni, ma tutto cambia quando il ricco imprenditore Harrison Van Buren scopre per caso che in Ungheria prima della seconda guerra mondiale Tóth era un celebre architetto e vede nelle sue opere le potenzialità di una nuova sensibilità brutalista. Con un impianto scenografico e visivo monumentale, The Brutalist attraversa il secondo Novecento dalla prospettiva più dolorosa, quella dei sopravvissuti agli orrori della guerra. Un film sul talento e sull’ambizione, certo, ma soprattutto un’opera sul segno indelebile che le cicatrici lasciano sui corpi e sulle menti di chi sopravvive. Nell’incarnare il doloroso conflitto che abita László, Adrien Brody replica la grande intepretazione de Il pianista in un cast in cui spicca un multiforme Guy Pearce nel ruolo di Harrison. L’opera terza di Brady Corbet, pur minata nel secondo tempo da una scrittura che (come il suo protagonista) sembra indecisa sulla direzione da prendere, è un’affermazione della potenza immaginativa del cinema in grado di regalare momenti di rara bellezza: l’oscuro arrivo in nave, il lungo dialogo sulle poltrone rosse durante la festa a casa di Harrison, l’esplosione del vagone del treno che svanisce in una nuvola nel cielo. Oscar al miglior attore per Adrien Brody, alla fotografia in VistaVision di Lol Crowley e all’imponente e fantasmatica colonna sonora di Daniel Blumberg, che assieme al montaggio di Dávid Jancsó contribuisce a creare un’immersione totale nell’universo del film. Leone d’argento alla miglior regia alla Mostra del Cinema di Venezia e Golden Globe al miglior film drammatico, al miglior attore per Adrien Brody e al miglior regista per Brady Corbet.
Ne avevamo parlato nella nostra ► Breve guida ai film premiati agli Oscar 2025
After the Hunt di Luca Guadagnino
La vita della professoressa di filosofia Alma Imhoff, divisa tra le cure amorevoli del marito e la solida carriera a Yale dove colleghi e allievi la adorano, viene sconvolta quando la sua dottoranda Maggie Resnick le confessa, in lacrime, di essere stata oggetto di violenza da parte del professore Hank Gibson dopo una festa a casa di Alma. Con lo sguardo lucido e affilato del suo cinema, immerso nell’alta borghesia e nella ricchezza delle proprie ambientazioni (stavolta di grande inerenza con la storia), Guadagnino entra in una questione scottante del mondo occidentale: il rapporto tra la denuncia di una violenza e la società. Non è tanto la violenza stessa l’oggetto della riflessione del regista palermitano, quanto piuttosto cosa accade durante e dopo la caccia al colpevole (che lo sia oppure no). Cos’è successo veramente tra Maggie e Hank? Come mai la denuncia di Maggie è così imprecisa e poco chiara? Perché Hank è andato a casa della studentessa? Il legame di Alma con Hank, le responsabilità che sente in quanto donna nei confronti dell’allieva, le responsabilità che ha in quanto donna in una posizione di potere e il rischio di perdere la tanto agognata cattedra sono tante delle ragioni che la portano a dubitare di tutto e di tutti, e noi con lei. Sembra proprio il dubbio, alla fine, il fulcro della storia: Alma dubita, per ignavia certo, in una società che corre alle conclusioni con una fretta spaventosa, affamata di colpevoli e non di verità.
Giovani madri di Jean-Pierre e Luc Dardenne
Cinque adolescenti accolte in una casa-rifugio di Liegi affrontano la maternità come un banco di prova esistenziale; condividono uno stesso “stato”, ma vivono crisi differenti: dalla ricerca di una madre mai conosciuta all’illusione di una famiglia fragile, dalla lotta contro la tossicodipendenza al peso di un’eredità affettiva violenta, fino alla scelta dolorosa dell’affidamento. Nato dall’ascolto diretto delle storie emerse in una maison maternelle, Giovani madri segna per i fratelli Dardenne un ritorno a una delle corde più autentiche del loro cinema: uno sguardo ravvicinato su un’umanità giovane e vulnerabile, attraversato da una leggerezza misurata che non tradisce il rigoroso umanesimo di sempre. Con una messa in scena asciutta, capace di tenere insieme rigore morale e partecipazione umana, i cineasti belgi evitano ogni retorica, lasciando affiorare una speranza discreta, mai consolatoria. È un cinema che resta accanto alle persone, che osserva senza giudicare e interroga lo spettatore attraverso la materia semplice e complessa della quotidianità, restituendo dignità alla fatica silenziosa del diventare adulti. Miglior sceneggiatura al 74° Festival di Cannes.
I fratelli Dardenne erano entrati tra i miglior film nel 2014 con Due giorni, una notte ► I migliori film del 2014
Un semplice incidente di Jafar Panahi
Per le strade di Teheran, un semplice incidente d’auto porta un uomo all’officina di Vahid, che riconosce nella sua voce e nel suo passo zoppicante quello di Eghbal, torturatore dei servizi segreti che lo aveva perseguitato in carcere anni prima. Vahid, con il desiderio di vendicarsi, rapisce e trascina nel deserto l’uomo, che però nega di averlo mai incontrato, forse perché innocente forse per avere salva la vita. Preso dal dubbio, Vahid va con il suo furgone in cerca di vecchi compagni di detenzione che possano confermare la sua tesi e condividere la sua vendetta. Dopo l’incarcerazione nella prigione di Evin seguita all’uscita de Gli orsi non esistono, da cui era stato liberato dopo sette mesi di carcere e uno sciopero della fame, con Un semplice incidente Jafar Panahi abbandona i temi autobiografici a cui il divieto del tribunale rivoluzionario di girare film in Iran lo aveva costretto dal 2010. Non più attore protagonista, non più soggetto al centro della storia, il regista sceglie di raccontare le complessità del rapporto tra vittime e carnefici, tra oppressori e oppressi, di soffermarsi sul significato di convivenza e di giustizia e di aggiungere un altro, importante e amaro tassello alla sua riflessione su che cosa significhi (e su quanto possa essere difficile) essere uomini liberi. Non a caso, dopo l’uscita del film che ha promosso personalmente a Cannes con il permesso per la prima volta in quindici anni di uscire dal proprio paese, Panahi è stato condannato nuovamente. Palma d’oro al 78° festival di Cannes.
Jafar Panahi era entrato tra i migliori film nel 2022 con Gli orsi non esistono ► I migliori film del 2022
Duse di Pietro Marcello
Sul finire della Grande Guerra, Eleonora Duse torna sulle scene dopo un lungo ritiro: il teatro come necessità vitale, ma anche come campo minato in un’Italia attraversata dalle ferite del conflitto e dai primi fremiti del fascismo. Tra tournée incerte, fallimenti annunciati e un rapporto irrisolto con la figlia Enrichetta, la Divina avanza per strappi, cercando nel nuovo un’eco di se stessa mentre avverte l’ombra della fine. Con Duse Pietro Marcello firma un ritratto crepuscolare ispirato all’ultima parte della vita e della carriera dell’emblematica attrice Eleonora Duse, sospeso tra la storia e il mito; una riflessione potente e attualissima sul tramonto dell’arte – mortificata dal potere e i suoi compromessi – e sull’impossibilità di restare avanti al tempo e alle evoluzioni nefaste della contemporaneità. All’interno di un immaginario visivo avvolgente, la protagonista Valeria Bruni Tedeschi sfonda lo schermo incarnando con trasporto estremo la ferocia straripante e insieme infantile di una diva d’altri tempi, che guarda al progredire funesto del Novecento dal punto di vista di chi sente di non saper più decifrare il proprio presente. In concorso all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Bird di Andrea Arnold
Bailey ha dodici anni e una maturità forzata, cresciuta nel disordine di una famiglia scomposta ai margini di un sobborgo degradato del nord del Kent. Abita con il padre Bug, troppo giovane e irrisolto, e con il fratello Hunter, mentre la madre, assente e instabile, ha messo al mondo altri figli e frequenta ambienti violenti e tossici. Nel momento in cui il corpo le annuncia un’età adulta per cui non si sente pronta e l’imminente matrimonio del padre acuisce il suo senso di estraneità, Bailey trova rifugio negli animali e nell’incontro con un tipo strambo, “Bird”, figura enigmatica e fuori dal tempo che abita i tetti del quartiere e sembra cercare una famiglia perduta. Presentato in concorso al festival di Cannes, animato da un cast eterogeneo in cui spiccano la protagonista Nykiya Adams e il padre interpretato da Barry Keoghan e Franz Rogowski, Bird segna per la regista Andrea Arnold una deviazione audace verso territori apertamente fantastici, innestando il racconto di formazione in una dimensione più primitiva e immaginifica che non rinuncia alla durezza del reale che attraversa il suo cinema. Un coming of age visionario e al contempo ruvido, capace di trasformare la marginalità in esperienza sensibile e la fragilità in possibilità di sguardo libero sul mondo.
Le città di pianura di Francesco Sossai
“Andare a bere l’ultima”, questa è la filosofia di vita di Carlobianchi e di Doriano, interpretati da Sergio Romano e da Pierpaolo Capovilla, leader dei One Dimensional Man e del Teatro degli Orrori. Sono loro i due uomini che Giulio, un timido e chiuso studente di architettura interpretato dal Filippo Scotti di È stata la mano di Dio, ossessionato dal Memoriale Brion, incontra una notte, a Venezia. Inizia così Le città di pianura, opera seconda di Francesco Sossai (scritta assieme al sodale Adriano Candiago), presentata al Festival di Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard, che, con sguardo aperto e sincero, porta sullo schermo una geografia umanissima, una ballad country in cui tutto gira attorno all’amicizia di Carlobianchi e Doriano, dolente e disillusa. Loro sono incastrati tra il fondo di un bicchiere e la vasta pianura veneta, tra rotonde, luci al neon e bar, spazio anonimo tra il nulla e l’addio. Il film di Sossai è un road movie, una storia contromano nello spirito e nella costruzione, si ispira alla commedia all’italiana e ai testi di Vitaliano Trevisan e Francesco Maino; in questa storia si scontrano e incontrano due vite, da una parte il nichilismo vizioso e saggio di due che non credono più a niente, e per questo sono liberi, e dall’altra l’umanesimo di Giulio che ha tanto studiato e poco vissuto, un Candido che ha bisogno di una spinta per vivere. Le città di pianura è la storia di un pellegrinaggio alcolico che trasuda nostalgia storica, cinefila, di un’amicizia delicata e profonda, l’inno di una vita irregolare, marginale e bellissima.
Selezione e schede a cura di Andrea Caciagli, Antonio Costa, Eleonora Degrassi

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