Vite duplicate

I dilemmi della clonazione nel cinema contemporaneo tra promessa di immortalità e sacrificio, da Nolan a Bong Joon-ho

Nell’infinito spazio della fantasia il cinema rivela una sua qualità singolare: rendere pensabili questioni che, nella vita quotidiana, restano ai margini della nostra immaginazione. Questioni troppo estreme, troppo astratte o semplicemente troppo perturbanti per essere affrontate nella realtà, sullo schermo trovano invece una forma concreta, quasi inevitabile. È una delle funzioni più profonde della fantascienza: non tanto prevedere il futuro, quanto trasformare possibilità lontane in esperimenti morali. In questo modo temi apparentemente astratti acquistano peso e concretezza, persino uno dei nodi più delicati della nostra condizione umana, ovvero ciò che rende una vita unica.
 

Una delle funzioni più profonde della fantascienza non è tanto prevedere il futuro, quanto trasformare possibilità lontane in esperimenti morali


Nel nostro quotidiano la clonazione è sempre apparsa come una possibilità remota, confinata nei laboratori scientifici o nelle speculazioni della bioetica che la fantascienza della fine del ventesimo secolo ha esplorato sfruttando le fattezze bioniche di Arnold Schwarzenegger – protagonista dei classici Atto di forza (1990) e Il sesto giorno (2000) – e indagando le sfumature di commedia in Mi sdoppio in 4 (1996) di Harold Ramis, con un quadruplice Michael Keaton, ma come affronta invece l’idea di un clone umano il cinema degli ultimi vent’anni? Se la serialità televisiva si è avvicinata al tema in diverse occasioni, ad esempio con Orphan Black (2013) e con la più recente Living with Yourself (2019) interpretata da un Paul Rudd in doppia parte, è con la clonazione seriale di Mickey 17 e i duplicati esistenziali di Moon, con il sacrificio di The Prestige e gli avatar de Il mondo dei replicanti che il cinema contemporaneo ha dato corpo a questa possibilità, trasformando l’idea di clonare un essere umano in un vero laboratorio morale. Non appena viene immaginata in una storia, la clonazione dà vita ad un paradosso immediato. Se un essere umano venisse copiato o duplicato resterebbe davvero la stessa persona? 

     Morire 17 volte
Morire una volta è già abbastanza difficile da immaginare. Morire più volte, invece, diventa il presupposto stesso di un mondo in cui gli esseri umani possono essere ristampati. In Mickey 17 – la prima opera realizzata da Bong Joon-ho dopo il successo di Parasite (2019), il film che gli è valso l’Oscar al miglior film e alla miglior regia – il protagonista è destinato a morire più volte, diciassette per l’esattezza. Il suo corpo può essere ricreato e la sua memoria reinserita ogni volta che una missione finisce male. Non si tratta di un incidente, ma della funzione stessa per cui è stato assunto: Mickey è un expendable, un lavoratore sacrificabile incaricato di svolgere i compiti più pericolosi della missione coloniale. «Che cosa si prova a morire?» è la domanda che gli viene rivolta più spesso dai suoi compagni di viaggio. Non nasce da un vero interesse per la sua esperienza, ma da una curiosità quasi distratta, a tratti morbosa. È il primo segnale di una trasformazione etica: se una vita è replicabile, la sofferenza diventa secondaria.


Robert Pattinson nel ruolo (anzi, nei ruoli) di Mickey in Mickey 17 (2025) di Bong Joon-ho


Mickey 17 rivela la propria profondità attraverso questa premessa. In superficie racconta una storia di fantascienza coloniale, ma sottotraccia prende forma un problema molto più vicino al presente: ciò che accade quando una vita diventa facilmente sostituibile. L’idea di esseri umani “stampabili” non è soltanto un espediente narrativo, ma l’estremizzazione di una logica già familiare. Quando una vita può essere ristampata, diventa inevitabilmente anche sostituibile. In questo senso Mickey rappresenta la figura limite di una condizione che il mondo contemporaneo conosce bene: quella di chi è utile al sistema solo finché può essere impiegato, e rimpiazzabile non appena smette di esserlo. Da qui emerge un ulteriore livello di inquietudine. Se esistono molte versioni di Mickey, l’individualità di ciascuna si dissolve nella sequenza delle sue iterazioni. Ogni Mickey è stato una persona distinta, con una propria esperienza del mondo, ma destinata a essere cancellata per fare spazio alla successiva. La continuità dell’identità non elimina la perdita, la rende semplicemente invisibile.
 

Se esistono molte versioni di Mickey, sembra dire il film di Bong Joon-ho, l’individualità di ciascuna si dissolve nella sequenza delle sue iterazioni


Qui si concentra il nodo etico decisivo. I cloni non sono semplici copie funzionali, ma esseri capaci di soffrire. Proprio per questo il sistema che li produce si fonda su una forma istituzionalizzata di sacrificio. Ogni morte di Mickey non è un semplice reset biologico, ma la fine di un’esperienza soggettiva irripetibile: una dinamica in cui la clonazione non elimina la tragedia della morte, ma la moltiplica.

     Incontrare se stessi
Se Mickey 17 riflette sulla sostituibilità dell’individuo, Moon di Duncan Jones porta questa logica alle sue conseguenze più radicali, mettendo in scena il momento in cui la copia non sostituisce più l’originale, ma lo incontra. Nella storia l’astronauta Sam Bell, ferito e disorientato, rientra nella base lunare e scopre che qualcun altro sta vivendo al suo posto. Non è un intruso, né un errore: è lui. Un altro Sam, con gli stessi ricordi, la stessa voce, gli stessi gesti. I due si osservano, si studiano, cercano di riconoscersi. Non c’è differenza visibile, nessun dettaglio che permetta di stabilire chi sia “quello giusto”. È in questo scarto minimo, due corpi identici che si fronteggiano, che il film abbandona la fantascienza e diventa un esperimento sull’identità. 
In Moon la clonazione smette di essere un semplice dispositivo narrativo e rivela la sua funzione più profonda. L’azienda che gestisce la base ha creato l’operaio perfetto: instancabile, docile, programmato per lavorare tre anni e poi essere sostituito. Non si tratta di prolungare la vita, ma di eliminare il peso morale del lavoro umano. Ogni copia eredita una memoria che non le appartiene davvero e vive un’esistenza che è già stata vissuta da un altro.


Sam Rockwell nelle parti dei due Sam Bell, astronauti duplicati in Moon (2009) di Duncan Jones


In questo punto il film intercetta uno dei nodi più radicali della filosofia contemporanea. In Ragioni e Persone (1984), il filosofo britannico Derek Parfit mostra quanto fragile sia l’idea di identità personale: se una persona può essere duplicata con gli stessi ricordi e la stessa coscienza, ciò che chiamiamo “io” smette di essere qualcosa di unico e indivisibile. Moon non illustra questa teoria, la mette in scena raccontando un clone che non è una copia imperfetta, ma un individuo pienamente formato, che condivide la stessa origine psicologica e tuttavia è costretto a vivere una vita distinta.
In questa frattura emerge la dimensione tragica della storia. Ogni Sam è convinto di essere l’unico, fino al momento in cui si trova davanti a un altro se stesso. L’incontro distrugge questa illusione e rivela la verità: la sua esistenza non è stata progettata per durare. In questo senso, la clonazione non ha creato l’immortalità, ma moltiplicato le vite destinate a finire. E quando la duplicazione non si limita più a esistere, quando viene occultata, il problema cambia forma. 

     Il segreto della morte
Sul palco di un teatro londinese, il mago Robert Angier scompare. Lo fa ogni volta che si esibisce. Un istante dopo riappare dall’altra parte, tra gli applausi del pubblico. Il trucco è perfetto proprio perché ciò che lo rende possibile resta invisibile. Dietro le quinte, lontano dagli occhi degli spettatori, un altro corpo cade, nascosto, eliminato. Se in Moon Duncan Jones mostrava la copia apertamente, Christopher Nolan in The Prestige la sottrae allo sguardo.
Ma ciò che rende possibile questo trucco si trova altrove, nel laboratorio dello scienziato Nikola Tesla, dove lo strumento per la clonazione viene testato per la prima volta creando oggetti inanimati che si duplicano senza resistenza, nella forma di cappelli che si accumulano sul terreno, moltiplicandosi senza controllo. Finché la sperimentazione non passa agli animali, e un gatto viene clonato. La clonazione non nasce da un progetto scientifico né da un sistema economico, ma da un’ossessione, perché Angier è disposto a tutto pur di realizzare il numero perfetto, persino ad affidarsi ad una macchina capace di fare l’impossibile: duplicare un essere umano.


David Bowie interpreta lo scienziato Nikola Tesla in The Prestige (2006) di Christopher Nolan, con Andy Serkis (a sinistra) e il co-protagonista Hugh Jackman (a destra)

 

Ogni spettacolo ripete lo stesso gesto. Angier entra nella macchina, una copia appare dall’altra parte del teatro e uno dei due uomini viene eliminato. Il pubblico vede soltanto il miracolo dell’apparizione; ciò che rimane invisibile è il sacrificio che lo rende possibile. In questo modo la clonazione diventa parte di una macchina scenica fondata sulla rimozione della morte: il trucco funziona proprio perché nessuno vede ciò che accade dietro le quinte.
 

È vero che Angier continua a esistere sul palco, ma ogni iterazione della sua esistenza comporta una nuova morte, che è sempre la sua


The Prestige porta all’estremo il paradosso dell’immortalità. È vero che Angier continua a esistere sul palco, ma ogni iterazione della sua esistenza comporta una nuova morte, che è sempre la sua, fino a rendere indistinguibili sopravvivenza e annientamento. Nel film di Nolan la clonazione non elimina la morte, la trasforma in spettacolo. Ed è proprio a partire da questo tentativo di aggirare i limiti del corpo umano che il discorso si sposta verso una possibilità ancora più sottile: non duplicare il corpo, ma sostituirlo. È ciò che accade ne Il mondo dei replicanti di Jonathan Mostow, dove gli esseri umani non affrontano più direttamente la realtà, ma restano nelle proprie case mentre avatar robotici perfetti – i replicanti appunto – vivono al loro posto nel mondo esterno.

     Più belli, più sani, più efficienti
Ne Il mondo dei replicanti, tutto comincia in una stanza chiusa. I corpi umani sono immobili, collegati a dispositivi che li tengono sospesi in uno stato di quiete artificiale. Non c’è movimento, non c’è rischio, solo una presenza ridotta al minimo. Fuori, nel mondo, sono i replicanti a muoversi al loro posto: camminano, lavorano, incontrano altri corpi, tutti perfetti. La promessa è infatti quella di eliminare la vulnerabilità del corpo umano: se il replicante può subire al posto nostro la violenza, l’incidente o la malattia, la vita diventa più sicura. A poco a poco, però, il film mostra il paradosso di questa società: gli esseri umani continuano a esistere, ma lo fanno a distanza, delegando ai loro simulacri ogni relazione, ogni contatto, ogni rischio, fino a vivere una forma di esistenza per procura.


Bruce Willis e Radha Mitchell (a destra) nel ruolo dei surrogati dei propri personaggi ne Il mondo dei replicanti (2009) di Jonathan Mostow, il cui titolo originale è appunto Surrogates 



In questo scenario la clonazione non riguarda più soltanto l’identità, ma l’esperienza stessa della vita. Il replicante diventa una copia progettata per prendere il posto dell’originale e finisce per incarnare una forma paradossale di immortalità: non è il corpo a sopravvivere, è la sua immagine, e a vivere nel mondo non siamo più noi, bensì una versione più efficiente, più resistente e, proprio per questo, meno umana. Nel tentativo di proteggerci dalla fragilità del nostro corpo si arriva così a rinunciare a ciò che rende la vita un’esperienza autentica, perché il replicante non elimina la vulnerabilità umana, la nasconde soltanto dietro a una copia.

     Qualcosa che sfugge
Attraverso forme diverse, questi film tracciano una stessa traiettoria, in cui la clonazione smette di essere una promessa di sopravvivenza e diventa il tentativo di riprodurre l’essere umano stesso. È qui che emerge il problema: quando una vita diventa tecnicamente ripetibile, rischia di perdere il suo statuto di fine per trasformarsi in mezzo. La filosofia morale, da Kant in poi, ha insistito su questo principio, ma la fantascienza mostra quanto diventi fragile nel momento in cui la vita può essere duplicata. Il clone nasce quasi sempre con uno scopo – lavorare, sostituire, proteggere, sacrificarsi – e la sua esistenza sembra programmata per servire qualcosa che lo precede. Eppure, nel momento in cui prende coscienza di sé, questo schema si incrina. Perché ogni copia, inevitabilmente, diventa qualcuno. Se la clonazione nasce dal tentativo di superare la morte, finisce per non fare altro che moltiplicare le vite che possono soffrire. Possiamo replicare il corpo, la memoria, perfino la coscienza; ciò che non possiamo replicare senza conseguenze è il valore di un’esistenza. Per questo, anche in un mondo in cui gli esseri umani possono essere ristampati, sostituiti o simulati, resta qualcosa che sfugge alla riproduzione tecnica: l’esperienza singolare di ogni vita, irriducibile a qualsiasi copia.

 


In copertina un fotogramma di The Prestige di Christopher Nolan


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