L’eterno ritorno di Ulisse

L’Odissea di Christopher Nolan e Uberto Pasolini e i tormenti contemporanei del loro eroe multiforme

Si sa, un classico si definisce tale quando, citando Calvino, «non ha mai finito di dire quello che ha da dire», quando a distanza di tempo può essere usato per rappresentare inediti scenari della contemporaneità, stimolando ancora l’analisi e l’interpretazione. Ciò è particolarmente vero per l’Odissea di Omero, come dimostrano l’uscita ravvicinata di Itaca – Il ritorno (2024) di Uberto Pasolini – già produttore di Full Monty e regista di Still Life e Odissea di Christopher Nolan, il film più atteso del 2026, che raccontano la storia del famigerato nòstos di Ulisse, il suo ritorno in patria. Una storia già al centro di un’interessante operazione editoriale italiana: Odissea di Blackie Edizioni (2022), primo titolo della fortunata collana ‘Classici Liberati’, il cui obiettivo è quello di riproporre alcune opere della grande letteratura con edizioni che, grazie a paratesti accattivanti e curatele originali e transmediali, riescono ad essere pienamente alla portata del lettore moderno.

È così che leggendo l’Odissea di Blackie, con la traduzione di Daniel Russo dalla versione inglese di Samuel Butler del 1900, ritroviamo la storia del ritorno a casa del re di Itaca dopo la guerra di Troia, dalla Telemachia dei primi canti alla partenza di Ulisse da Ogigia, dal racconto di tutte le sue (dis)avventure alla corte dei Feaci e al suo arrivo sull’isola natia dopo vent’anni di lontananza, con la gustosa vendetta contro i Proci, la riconciliazione con Penelope, la restaurazione della pace. L’andamento della messa in prosa di Butler è piacevolmente incalzante, gli avvenimenti si susseguono a ritmo serrato, ora decantati dal narratore onnisciente, ora enunciati dallo stesso Ulisse alla tavola di Alcinoo, in un intrecciarsi di piani temporali che tutt’oggi viene encomiato per la sua estrema radicalità, come ricorda lo stesso Nolan in un’intervista al Guardian: «Sono storie dentro le storie, sono flashback dentro flashback. E questo mi ha entusiasmato fin da subito».
 

Un classico si definisce tale quando, citando Calvino, «non ha mai finito di dire quello che ha da dire»: è particolarmente vero per l’Odissea di Omero


Lo stile del poema invece è proprio quello celebrativo delle narrazioni di grandi gesta: il tono solenne e elevato tratteggia scenari epici e personaggi dalle caratteristiche ineguagliabili. Ulisse è l’eroe dall'impareggiabile ingegno grazie al quale, come ricorda il canto dell’aedo Demòdoco alla corte di Alcinoo, è possibile festeggiare la gloriosa vittoria degli Achei sui troiani, sottolineando quanto sia attraverso le grandi imprese guerresche che un uomo può affermare sé stesso trovando così il proprio posto all’interno della comunità; più grandi gesta l’eroe compie e più si accresce il suo valore, che diviene strumento con cui forgiare non solo la sua identità personale, ma anche quella in cui tutta una civiltà si riconosce. La concezione dell’eroe come depositario di valori morali e specchio dei popoli, in abbinamento alla costante presenza degli dei, che muovono l’azione dei personaggi favorendoli o ostacolandoli a piacimento determinandone la sorte, sono le due caratteristiche portanti su cui si fonda l’epica, e che Pasolini e Nolan decidono di riscrivere a proprio modo.

In Itaca – Il ritorno Ulisse, interpretato da Ralph Fiennes, approda incosciente sulla battigia di una terra devastata dalla sua assenza, così come sono devastati la sua mente e il suo corpo, il cui particolare vigore, seppur d’impatto, tradisce la presenza di innumerevoli cicatrici. I pretendenti asserragliano la sua dimora, divorando i suoi averi, corteggiando sua moglie. Telemaco è ormai un uomo adulto obbligato a muoversi con circospezione nella sua stessa casa tanto è pesante su di lui lo sguardo famelico degli stranieri che fremono per disfarsene, facendolo sentire totalmente vulnerabile, solo. In totale opposizione alla speranza del ritorno del padre provata da Telemaco nell’opera omerica, qui la speranza che il figlio di Ulisse nutre, e che espone con veemenza, è quella che la madre scelga presto un pretendente, di modo che possano finalmente esaurirsi la paura e la rabbia a cui si sente costantemente sottomesso. Nella pellicola Pasolini riscrive così gli ultimi canti dell’opera cominciando proprio con l’arrivo di Ulisse sull’isola fino alla strage dei Proci e la riconciliazione con Penelope; riduce l’opera all’osso lavorando per sottrazione: si disfa del solenne tono epico da grandi gesta e si libera dall’ingombrante presenza delle divinità – come farà anche Nolan ad eccezione di Atena – per dare invece risalto alla frantumata interiorità di Ulisse, impossibilitato ad agire poiché talmente traumatizzato dall’esperienza di guerra da sentirsi l’unico responsabile della distruzione di Troia, essendo stato l’ideatore dello stratagemma che ha permesso ai compagni di espugnare la città, ponendo così fine al conflitto.

È un sentimento tutto contemporaneo, il senso di colpa, che nell’opera omerica si intravede a volte come una sorta di dispiacere per quanto accaduto («Piangeva come una donna si dispera quando si getta sul corpo senza vita dello sposo caduto in battaglia per salvare i propri figli e la propria città») senza che però diventi qualcosa che soggiace alla struttura della narrazione – come invece soggiace il tono epico –, poiché centro focale della storia rimane l’idea per cui attraverso le grandi gesta di un eroe si riconosca l’identità di un popolo, si forgi la morale di una civiltà. D’altro canto, per l’epica greca la guerra rappresentava un momento di creazione identitaria, mentre nell’epoca contemporanea è il contrario: l’identità in guerra non si forma, ma si frammenta. Ne consegue che la coraggiosa interpretazione di Pasolini di un Ulisse paralizzato dal trauma possa facilmente provocare empatia e comprensione in uno spettatore moderno, che ravvisa nei suoi sguardi vacui il carico di una sofferenza con cui pare impossibile riappacificarsi, e allo stesso tempo risponde poco ai canoni e al sistema di valori a cui l’opera greca invece fa riferimento.
 

Uberto Pasolini riduce l’opera all’osso lavorando per sottrazione: si disfa del solenne tono epico e si libera dall’ingombrante presenza delle divinità


Itaca è un’interpretazione tragica del personaggio omerico, alla ricerca di un momento catartico di ricostruzione identitaria che, in sintonia con il realismo e lo sguardo autoriale del film, lo spettatore non sa bene se avverrà. E sebbene sia chiaro che Ulisse stia costantemente rivivendo nella sua mente l’orrore del trauma, non c’è alcuna scena che ci mostri quanto accaduto nel passato: il tempo della storia si articola solo sul piano lineare del presente tendendo avanti verso un’unica direzione, senza flashback che ci forniscano ulteriori indicazioni su quanto Ulisse stia provando. Di certo, benché nella prima conversazione con Penelope Ulisse affermi di «sentirsi perduto», con la strage finale dei pretendenti il re di Itaca vive un momento così violento e brutale da chiedersi se non sia stato in questo modo che ha chiuso un cerchio, aprendosi finalmente alla possibilità di andare oltre, possibilità che viene sottolineata anche nelle ultime battute del film, con Penelope, volto di una impeccabile Juliette Binoche, che pulendo con gesti amorevoli il corpo del marito dal sangue dei suoi nemici lo consola dicendo: «ricorderemo insieme e dimenticheremo insieme. Poi vivremo. E invecchieremo, di nuovo amici, insieme».

Se Pasolini mette in scena un’opera scarnificata dall’anima intimista, il colossal di Nolan, pur dialogandovi per alcuni aspetti, è una prova cinematografica di tutt’altro respiro. Per un regista che ha fatto della struttura non lineare del racconto la sua cifra stilistica, non stupisce che parte del fascino dell’avvicinarsi alla scrittura di questo adattamento fosse il destreggiarsi tra i vari piani temporali del poema epico. Asse portante dell’impalcatura narrativa del film, soprattutto nella prima parte, è la costante tensione tra il dimenticare e il ricordare, con il fiore di loto dispensato dalla Calipso di Charlize Theron che, ora mangiato per cadere nell’oblio ora evitato per proseguire nel racconto di quanto accaduto, permette a Ulisse di riprendere consapevolezza degli eventi passati e di narrarli poco alla volta, mentre a Itaca un giovane e speranzoso Telemaco intraprende il suo personale viaggio di ricerca del padre alla volta di Sparta lasciando la madre, una impetuosa Anne Hathaway, ad occuparsi degli ingordi pretendenti, tra cui il tremendo Antinoo, che mirano al seggio vuoto del re.

Tralasciando l’affascinante fotografia, la colonna sonora ammaliante e il montaggio dal ritmo serrato che avvicina molto di più questo film a Omero rispetto a Itaca, anche l’Ulisse di Nolan, in accordo con un sentire più vicino al contemporaneo che all’epica greca, è preda del senso di colpa per le azioni compiute durante la guerra, e soprattutto per le conseguenze di tali gesti. Lo stratagemma del cavallo dato in dono ai nemici è il simbolo della xenia, codice sacro di ospitalità verso gli stranieri e dovere morale stabilito da Zeus, che Ulisse in cuor suo sente di aver rotto nel momento in cui, usciti dal ventre di legno dell’animale, lui e i suoi compagni cominciano a mettere a ferro e fuoco la città. Qui le due pellicole trovano un punto di perfetta congiunzione: il racconto della brutale presa di Troia fatto dall’Ulisse nel film di Pasolini – «Ci vendicammo per tutti quegli anni lontani da casa. Per tutti i nostri morti, il freddo, la fame. La città non poteva essere vinta. Solo distrutta. La mettemmo a fuoco radendola al suolo e affogammo le fiamme nel loro sangue» – dialoga in totale armonia con le inquadrature che si accavallano frenetiche nella sequenza della devastazione della città in Odissea, con la macchina da presa che segue Ulisse mentre osserva sgomento il dolore di cui lui e la sua astuzia benedetta dagli dei sono stati artefici.




È la rottura della ‘Legge di Zeus’, così definita e enunciata fino alla nausea dai personaggi per un inspiegabile timore registico di non essere compresi dallo spettatore, a stabilire il tono di tutto il film, dando una direzione precisa al senso tragico che avvolge Ulisse e il mondo che lo circonda. La distruzione di ciò che c’è di più sacro per il popolo greco si traduce nella diffusione del suo contrario, la xenofobia, questa costante diffidenza e paura nei confronti dell’Altro che mina fin dalle fondamenta la civiltà ellenica dipinta da Nolan e, di riflesso, anche la nostra. In quest’ottica allora, il temuto arrivo del ‘Popolo del Mare’ a cui spesso i personaggi fanno riferimento non solo richiama le incursioni documentate di predoni marinai verso la fine dell’età del Bronzo nel Mediterraneo, ma sono altresì metafora di quanto sia in realtà la civiltà occidentale, che vive sentendosi invasa dall’Altro, ad essersi realmente imbarbarita, come dice Ulisse a Penelope: «Vivevamo in un mondo di palazzi e di scambi, di linguaggio, ciechi alla sua bellezza, e l’abbiamo distrutto».

Non ci sono divinità a testimonianza del collasso di questa civiltà, poiché Nolan tratta gli dèi per quello che realmente sono: delle mere credenze. L’unica divinità rappresentata è Atena, interpretata da Zendaya, impersonificazione della coscienza macchiata dalla colpa di Ulisse che ha le fattezze di una delle vittime innocenti di Troia trucidata presso il tempio dedicato alla dea. Ulisse si confronta con lei in alcuni dei momenti in cui il peso della responsabilità per ciò che ha fatto si fa sentire con più prepotenza – quando all’inizio comincia a ricordare, quando i suoi uomini mangiano le mandrie del Sole contravvenendo ai suoi ordini, quando rievoca a Penelope la devastazione della città. È questa la sequenza culmine della pellicola, in cui Ulisse, confidando alla moglie il proprio senso di colpa, fa scaturire per l’ultima volta l’immagine di Atena: le mani del re e della dea si cercano fino ad allacciarsi proprio nell’attimo in cui l’uomo finisce il suo racconto, un gesto che sembra sottendere alla catarsi, alla riconciliazione con quanto commesso.
 

Concentrandosi sul senso di colpa di Ulisse, Odissea e Itaca - Il ritorno sembrano invitarci a riflettere proprio sulle azioni che compiamo e a dare peso alle conseguenze delle nostre scelte


Eppure nella sequenza finale in cui Ulisse e Penelope prendono il mare andando incontro all’orizzonte si avverte un rovesciamento repentino, un’apertura tanto marcata dalla tragicità verso la speranza da sminuire il discorso portato avanti per tutto il film con tanta protervia. «La civiltà sorgerà di nuovo», dice Ulisse. «Un’altra alba disperderà l’oscurità dal mondo, e i nostri errori saranno di nuovo dimenticati». Una frase di impatto, certo, ma anche un happy ending naïf e semplicistico, oltre che indulgente: non si può scordare la distruzione di un’intera civiltà in un battito di ciglia. L’esistenza stessa di Odissea e di Itaca – Il ritorno contraddice le parole dell’Ulisse di Matt Damon, perché come ci sono storie che non hanno ancora finito di dire quello che hanno da dire, così ci sono gesti che restano, azioni le cui conseguenze non possono semplicemente cadere nell’oblio. Concentrandosi sul senso di colpa di cui Ulisse sente di essersi macchiato quanto sulle ripercussioni dei suoi gesti, i due film sembrano invitarci a riflettere proprio sulle azioni che compiamo e a dare peso alle conseguenze delle nostre scelte, poiché sono queste a definirci – come individui e come collettività – nel rapporto con noi stessi, con l’Altro e con il mondo che ci circonda. E la civiltà dell’Odissea di Nolan potrà romanticamente rinascere dimentica degli errori del passato, ma la nostra non può permettersi lo stesso lusso.

 

Odissea di Christopher Nolan è ancora nelle sale italiane
Itaca - Il ritorno di Uberto Pasolini è visibile gratuitamente su RaiPlay ▶ Itaca - Il ritorno


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