I migliori film del 2013

Da Farhadi a Kechice, da Carax a Sorrentino

La classifica dei migliori film usciti in Italia nel 2013 per i redattori della sezione Cinematografo de L'Eco del Nulla. La Top Ten internazionale capitanata dall'Asghar Farhadi di Una separazione e chiusa da La grande bellezza di Sorrentino, sempre in corsa per la candidatura all'Oscar per il miglior film straniero. A chiudere, una postilla sui migliori film italiani.


Il passato di Asgar Farhadi
Asghar Farhadi stupisce ancora. Orso d’argento per la regia a Berlino nel 2009 con About Elly, premio Oscar 2012 per il miglior film straniero con Una separazione, il regista iraniano ripropone quasi ossessivamente alcuni temi a lui cari con altrettanta compiutezza narrativa e formale. Solido nella struttura, poetico, elegante e mai retorico nel delineare la complessità della scelta dei propri personaggi, il film sviscera la segretezza delle ripercussioni del passato sul presente. Intensa Bérénice Bejo, premiata a Cannes come miglior attrice.

Re della Terra Selvaggia di Benh Zeitlin
Folgorante esordio in 16mm dell’americano Zeitlin, trent’anni e uno sguardo di invidiabile potenza. Visione ed emozione si legano nel racconto degli ultimi nella terra selvaggia della Louisiana che è al contempo di precisa collocazione geografica e di respiro svincolato e universale. Una macchina da presa mai fissa e una colonna sonora in costante crescendo – curata anche dallo stesso regista – sprigionano tutta la grandezza e la potenza della vita dagli occhi della strepitosa Quvenzanhé Wallis, forza della natura di appena nove anni. Caméra d’or a Cannes.

La vita di Adele di Abdellatif Kechice
Kechiche racconta l’amore tra due donne con garbo e raffinatezza pur non nascondendone segrete morbosità. Perfette la costruzione dei personaggi e la direzione degli attori, incantevoli Léa Seydoux e Adèle Exarchopoulus, protagonista pedinata a vista d’occhio dalla macchina da presa che le sta addosso scrutandone pregevolmente l’intimità nella difficoltosa scoperta della sua omosessualità. Palma d’oro a Cannes.


Holy Motors di Leos Carax
Cheuf d'oeuvre del francese Leos Carax che poggia le fondamenta del film sul volto e sulle rughe di un grande Denis Lavant, attore feticcio e mattatore assoluto di una pellicola di cui è pluri-protagonista. Riflessione sul cinema – fin troppe volte dato per morto – e sulla vita di preziosa intensità, che sfrutta una struttura frammentata per incastonare gemme di rara bellezza, dalla cupezza notturna di una suonata in chiesa o di un doloroso omicidio ai toni caravaggeschi della fuga solitaria di un vagabondo e di una modella. E anche i risvolti ridicoli o grotteschi sono i sintomi del coraggio di un cinema che osa.

Il caso Kerenes di Carl Peter Netzer
Opera terza del regista rumeno raccontata con un linguaggio spoglio e talvolta ai limiti dell’amatorialità, è un ritratto di una dimensione sociale dove tutto è all’asta, persino il perdono. Abbattendo il più possibile la distanza tra film e spettatore Netzer penetra pian piano il complesso divario tra due mondi lontani, diffidenti l’uno dell’altro, riunendoli nella condivisione del dolore e del grembo materno. Orso d’oro a Berlino.


La migliore offerta di Giuseppe Tornatore
Tornatore si libera delle reti della sua Sicilia e ritorna al nudo racconto in un freddo scenario mitteleuropeo. In un suntuoso gioco che incrocia arte e furto e con un Goeffrey Rush straordinario, mette in scena una solitudine intima poi unione mai davvero fittizia, secondo l’assunto per cui, dove il cinema è finzione, in ogni falso si nasconde sempre qualcosa di vero.

 

 


Miss Violence di Alexandros Avranas
Sceglie la strada della “distanza” il giovane regista greco nel raccontare i fantasmi nascosti nel buio oltre l’apparente serenità di una famiglia borghese. Nessuna pietas dello sguardo, glaciale, asciutta, ineccepibile la regia, imperniata sul cauto e quanto mai angosciante svelamento dei ruoli familiari non del tutto distinguibili da principio. Liquidato da alcuni per la troppa vicinanza ad Haneke come se il solo avvicinarsi al maestro fosse cosa alla portata di chiunque. Leone d'argento per la miglior regia e Coppa Volpi al bravo Themis Panou a  Venezia.

Salvo di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza
Opera prima dei registi palermitani Piazza e Grassadonia, esordio originale e di grande personalità in un racconto filmico dilatato nel penetrare tanto la dimensione percettiva della sua protagonista cieca quanto l’aridità quasi primordiale della terra Sicilia. Impeccabile uso del sonoro e del fuori campo, fotografia sporca e funzionale di Daniele Ciprì e debutto di spessore anche per la giovane e promettente Sara Serraiocco, abile nel plasmare il proprio corpo e lo sguardo a servizio dell’evoluzione “magica” del personaggio. Gran Premio e Prix Rèvèlation alla Semaine de la Critique al Festival di Cannes.


Venere in pelliccia di Roman Polanski
Polanski si conferma grande autore da camera dopo il successo di Carnage, dimezzando i protagonisti e raddoppiando le difficoltà. Caricati i corpi multiformi degli straordinari Seigner e Amalric del peso dell’intero film, gioca un gioco intellettuale di fine eleganza a cavallo tra la scrittura di Sacher-Masoch e il testo teatrale su cui si incentra la pellicola. Gran classe, nonostante qualche riserva sullo sbrigativo finale.

 

 


La grande bellezza di Paolo Sorrentino
In un vagabondare di artistica tensione mal supportato dalla frammentarietà del racconto della dolce vita romana, è ancora Servillo a farsi mattatore sorrentiniano con un Jep Gambardella che ha diviso la platea nostrana e affascinato quella internazionale. Pur piegato dall’ambizione irrisolta del regista napoletano regala sequenze di grande cinema messe in scena con innegabile eleganza e raffinata invenzione formale. 

 

 


 

E oltre a La migliore offerta, Salvo e La grande bellezza, già inseriti nella classifica internazionale, ecco la cinquina italiana migliore secondo i redattori di Cinematografo, in un anno da ricordare per il cinema nostrano.
 

Via Castellana Bandiera di Emma Dante
Al suo esordio cinematografico la regista teatrale palermitana Emma Dante imbottiglia dentro a un vicolo la disperata ostinazione di un intero popolo. Passando al setaccio la viscerale “palermitanità”, la circoscrizione geografica specifica si fa ben presto semplice pretesto per una cornice dal respiro universale. Due donne testarde si sfidano l’una dinnanzi all’altra nel silenzio e nella polvere, tra fantasmi del passato;  imperterrite fino all’estremo punto limite del baratro. Innegabile personalità registica del mettere in scena con istintiva libertà espressiva l’immobilità. Coppa Volpi alla bravissima Elena Cotta. 

Still life di Uberto Pasolini
Pasolini mette in scena con la precisione del chirurgo (o forse sarebbe più adatto dire del coroner), raccontando con scabra raffinatezza la commovente solitudine di una storia che trova in Eddie Marsan un degno protagonista. In un'Inghilterra plumbea fotografata da Stefano Falivene il regista italiano dipinge un protagonista di funerea poesia, con un finale in crescendo difficile da dimenticare. Miglior regia nella sezione Orizzonti a Venezia.


Un giorno devi andare di Giorgio Diritti
Jasmine Trinca presta il suo volto innocente ad una donna spezzata che cerca di ricostruirsi, immersa in una natura senziente in cui prende vita una storia di passione laica e clericale. Nella battaglia tra Dio e Natura, credere costituito e credere intimo, prevale il bisogno di una religiosità che Diritti dipinge con eleganza pittorica, confermandosi uno degli autori più interessanti del quadro italiano.


L'arbitro di Paolo Zucca
Esordio di uno Zucca che non tradisce le aspettative di una gavetta di altissimo livello. Perfettamente riuscito il gioco di commistione di toni e generi nel quale il grottesco fa da padrone, abilmente imperniato su di un’elegante raffinatezza formale. Sul terreno in cui «l’animalesco e il divino» s’incontrano e in cui sono espressi i verdetti su due ladroni come altri, la folla osanna e crocifigge. Ha aperto le Giornate degli Autori nell’ambito della 70° Mostra del Cinema di Venezia.


Tutto parla di te di Alina Marazzi
Stili, supporti e strumenti narrativi si mischiano in una commistione che disvela il tentativo raro di ricerca formale, di personale decostruzione e ricostruzione del linguaggio cinematografico esplorato all’interno della dimensione della memoria di una regista eclettica che impreziosisce con un altro tassello una cinematografia poetica e originale. Il semplice incontro di due donne, raccontato con garbo tra la distratta bellezza della Radonicich e la malinconia della Rampling.


Parte della serie I migliori film dell'anno

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