L'Eco del Nulla N.5 - Rete e Tecnologie

#5 Rete e Tecnologie ▶ Per acquistare il numero scrivi a redazione@ecodelnulla.it 

La copertina di Rete e Tecnologie è firmata da Simona Merlini

Indice
Why so series? - Black Mirror 
di Andrea Caciagli
Why so series? - Mr. Robot di Martina Lo Mauro
La grotta di Zuckerberg di Niccolò Sbolci
Post mortem di Andrea Caciagli
Se Omero reclamasse il diritto d'autore di Vanni Veronesi
Intrappolato di Stefano Scrima

Sovrascrivere la storia di Emanuele Giusti
Rivivere il passato coi videogame, da H.G. Wells a Age of Empires e Total War
La cornice nella rete di Luca Galasso
Macchina e coscienza di Eleonora Degrassi
Velocità e respiro di Antonio Costa
Il rapporto tra uomo e computer negli universi digitali di Krzysztof Kieślowski, Spike Jonze e Stanley Kubrick
I file della memoria di Vanni Veronesi

Scartoffie in digitale di Leonardo Zanobetti
Jihad 2.0 di Tullio FIlippone
Il terrorismo tra app per bambini, agenzie del terrore e chat criptate
Cuba off-line di Maria Grazia Rutigliano
Il fantasma della libertà di Niccolò Sbolci
La rete senza nodi di Martina Lo Mauro

Scrivere la rete di Silvia Costantino, 404: file not found
Letteratura fatta a macchina di Alberto Di Matteo, con.tempo
La creatività del segno di Lorenzo Masetti
Le vie della letteratura nell’era delle funzioni e dei virus informatici

Stasera c’è la fine del mondo e non ho niente da mettermi di Emanuele Giusti
Killing yourselfie di Andrea Caciagli
Cadute, annegamenti, colpi d’arma da fuoco: la mania del selfie che porta alla morte
L’avventura di un selfista di Salvatore Cherchi e Laura Simonetta
Cara Emily di Carlo Loforti
Quei film un po’ porno di Andrea Caciagli

 

Rete e tecnologie di Lorenzo Masetti
Nell’aprire questo secondo anno di vita (cartacea) della rivista, sempre spesa come l’exploit di una redazione under 30, ci siamo detti che era giunto il momento di capire cosa significasse oltre il semplice dato anagrafico. Abbiamo voluto volgere il nostro sguardo verso l’osso liquido e incosciente della contemporaneità, indagarne con voce più responsabile le abilità e le contraddizioni. Rete e tecnologie, dunque. L’era della globalizzazione, delle connessioni ultraveloci, della libertà massima in esercizio: sono questi il mondo e la cultura con cui abbiamo a che fare, i nostri genitori più onesti e spietati, tutti intorno a noi. In uno spot 2016 della Fastweb, internet corre veloce come Usain Bolt: Velocità, stabilità, potenza: sono solo limiti da spostare. Per Fabio Fazio invece, testimonial della Tim in un celebre spot futuristico alla Steve Jobs, internet ci permetterà di recuperare la cosiddetta “apertura celestiale”, quella fase iniziale della nostra vita in cui ognuno di noi ha più connessioni col mondo di quante ne avrà mai da adulto. Libertà e connessione sono l’equipaggiamento etico del progresso tecnologico, alibi indiscutibili anche per l’FBI, quando Apple le negò il favore di aprire una falla nell’iPhone dello stragista di San Bernardino: non si può, ne va della protezione, della sicurezza e della privacy di tutti gli utenti, strumenti essenziali della libertà individuale in tempi di smartphone. Così troverete fra queste pagine il tentativo di risposta una legittima domanda: di fare (ed essere) cosa ci rende davvero liberi la rete? 
Zygmunt Baumann, come ricorda Martina Lo Mauro nel suo articolo La rete senza nodi, attribuisce alla società post-moderna qualità “liquide”, lo stato fisico di cui c’immaginiamo fatta la libertà. Liquidità di rapporti, di sapere e di comunicazione, entro la quale è necessario salvare oggetti solidi per ripristinare, o reinventare, un senso comune che sappia identificarci. Ma anche un concetto apparentemente solido come la morte smascella un poco di fronte alle nuove conquiste della tecnica. In Killing yourselfie Andrea Caciagli ci parla di uno degli ultimi originalissimi modi di morire: dopo il cancro e l’aviaria, adesso abbiamo anche la morte da selfie. Ragazzi schiantati in macchina, investiti dai treni, precipitati dopo essere inciampati a cento piani d’altezza, solo per aver ceduto nel momento sbagliato alla lusinga dell’autoscatto e della condivisione social. In quegli ultimi tweet la morte si paralizza in una smorfia fotografica priva di senso, ridicola e spiazzante, perché, come scrive Caciagli, rappresenta le vittime di un linguaggio «di cui non conosciamo la grammatica» e che invade senza criterio la nostra vita. Allora, prima di morire ammazzati in qualche nuovo modo, sta a noi cominciare a codificare questa grammatica, scoprirne le potenzialità e neutralizzarne i pericoli. Tentare di leggere gli irragionevoli, tremendi e spassosi cortocircuiti del mondo cui partecipiamo. Dobbiamo ancora capire come mai le nostre foto profilo hanno così pochi like.


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