Breve guida ai film premiati agli Oscar 2026
Il trionfo di Paul Thomas Anderson, la delusione di Hamnet e i premi a I peccatori, Sentimental Value e gli altri
Negli ultimi anni, per ogni edizione degli Oscar c’è un’opera che più delle altre viene riconosciuta dall’industria hollywoodiana, al di là dei pronostici e dei record. In questo caso, dopo il rumore attorno alle 16 candidature de I peccatori, è stato Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson a conquistare il maggior numero di statuette: miglior film, regia, sceneggiatura non originale, montaggio, casting (categoria istituita quest’anno) e miglior attore non protagonista per Sean Penn, che come annunciato non si è presentato alla cerimonia. Riconoscimenti alla lunga e notevole carriera del regista statunitense, autore di opere iconiche come Magnolia e Il petroliere, ma anche agli horror di Ryan Coogler e Zach Cregger, che con I peccatori e Weapons confermano la grande originalità e vivacità del genere. A Sentimental Value del norvegese Trier va il premio al miglior film internazionale, annunciato dalla pioggia di candidature, mentre il celebrato Hamnet di Chloé Zhao, già trionfatrice nel 2022 con Nomadland, porta a casa la statuetta per la miglior attrice protagonista per l’interpretazione di Jessie Buckley, che è però l’unico Oscar su otto candidature. Ma oltre agli applausi e ai premi, quali sono davvero i film migliori di questa edizione? Ecco il nostro breve manuale critico, in ordine alfabetico, per orientarsi tra i film che hanno ottenuto i riconoscimenti più importanti.
Una battaglia dopo l’altra ★★★
Oscar: Miglior film, regista, attore non protagonista, sceneggiatura non originale, montaggio, casting
Regia: Paul Thomas Anderson
Cast: Leonardo DiCaprio, Chase Infiniti, Sean Penn, Benicio del Toro, Regina Hall, Teyana Taylor
Guarda il trailer ► https://www.youtube.com/watch?v=feOQFKv2Lw4
Pat Calhoun (L. DiCaprio) e la compagna Perfidia (T. Taylor), membri del gruppo rivoluzionario “French 75”, assaltano il centro di detenzione di Otay Mesa, in California, per liberare gli immigrati che vi sono incarcerati. Lì, Perfidia umilia il comandante Steven J. Lockjaw (S. Penn) che sviluppa un’attrazione morbosa per lei e, alla prima occasione, la cattura e le promette la libertà solo in cambio di favori sessuali. Qualche mese dopo nasce la piccola Charlene (C. Infiniti), ma Pat e Perfidia hanno idee diverse su maternità e militanza e le loro strade si separano, complice una retata che costringe i membri del “French 75” a scomparire. Sedici anni più tardi, Pat ha cambiato nome in Bob per nascondere il suo passato rivoluzionario e vive con la figlia adolescente, che prende le storie del padre per favole finché il passato non ritorna a bussare alla porta, o meglio ad abbatterla. A quattro anni da Licorice Pizza e ispirandosi al romanzo Vineland di Thomas Pynchon, di cui aveva adattato Vizio di forma, Paul Thomas Anderson sceglie per la sua decima opera una storia di amore e rivoluzione, di famiglia e di ossessione. Con un budget tra i 130 e i 175 milioni di dollari, un cast di altissimo livello tra cui spicca un Benicio del Toro nel fiore di una seconda giovinezza e la fotografia in VistaVision di Michael Bauman che esalta ambienti e atmosfere, il regista statunitense fa incetta di premi (Golden Globe, Bafta e Oscar al miglior film e alla miglior regia) con uno dei suoi film meno convincenti, più un riconoscimento alla carriera dell’autore de Il petroliere, The Master, Il filo nascosto, piuttosto che a un film indeciso tra satira e grottesco, tra thriller e critica sociale. La mano sapiente di Anderson si esalta però nei momenti di intreccio spionistico, nei dialoghi sopra le righe e nelle azioni rocambolesche dei suoi protagonisti, dalla lunga fuga di DiCaprio e del Toro alla riunione nel rifugio sotterraneo dei Pionieri del Natale fino all’iconico inseguimento finale lungo strade ipnotiche circondate dal deserto. Nonostante ciò, Una battaglia dopo l’altra dà spesso l’impressione di viaggiare a cento all’ora senza una direzione precisa e senza davvero qualcosa da dire, brillando quando racconta il Bob di DiCaprio e il rapporto padre-figlia ma smarrendosi quando entrano in gioco tutti gli altri elementi, soprattutto il personaggio di Lockjaw, che resta memorabile, vale a Sean Penn il suo terzo Oscar, ma allo stesso tempo boicotta il tono del film, che sceglie di seguire il personaggio prima di sé stesso. Oscar anche alla miglior sceneggiatura non originale, discutibile, al montaggio di Andy Jurgensen e al casting per Cassandra Kulukundis. Come per Vizio di forma, Pynchon conferma la difficoltà di essere messo in immagini anche quando, come in questo caso, è poco più che un’ispirazione.
Frankenstein ★★½
Oscar: Miglior scenografia, costumi, trucco e acconciature
Regia: Guillermo del Toro
Cast: Oscar Isaac, Jacob Elorbi, Mia Goth, Christoph Waltz, Charles Dance, Lars Mikkelsen, David Bradley
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=CwhYNCvli7g
L’equipaggio di una nave danese incagliata nei ghiacci del Polo Nord trae in salvo un uomo ferito e sventa l’attacco di una creatura dalla forza ultraterrena che assalta il vascello. Il capitano della nave (L. Mikkelsen) dà rifugio al ferito nelle proprie stanze e gli chiede di raccontare la sua storia: l’uomo è Victor Frankenstein (O. Isaac) e la creatura è un mostro da lui creato (J. Elordi), che gli sta dando la caccia. Mentre con il precedente Pinocchio Guillermo del Toro era riuscito a rivisitare con originalità la fiaba di Collodi, con sfumature orrorifiche, innesti storici e una restituzione conflittuale del rapporto padre-figlio e creatura-creatore, la sua versione del Frankenstein di Mary Shelley fa uno sforzo notevole per dare forma ad un immaginario ma non riesce mai davvero a distaccarsi dal canone. Mescolando il romanzo originale del 1818 con il classico cinematografico La moglie di Frankenstein (1935) di James Whale, il regista messicano tenta di lasciare il suo segno nell'epica del mostro di Mary Shelley, dispiace però constatare che quello di del Toro finirà per annegare nel mare di adattamenti cinematografici della storia, non ultimo La sposa! (2026) di Maggie Gyllenhaal, più fedele al film di Whale, con Jessie Buckley e Christian Bale nei panni della creatura. Nonostante ciò, si rimpiange il non aver potuto apprezzare sugli schermi italiani (al cinema in poco più di dieci sale prima dell’uscita su Netflix) l’imponenza della messinscena e il notevole impianto produttivo e artistico di questo Frankenstein, premiato con gli Oscar alle scenografie di Tamara Deverell (Mimic, eXistenZ, La fiera delle illusioni), ai costumi di Kate Hawley e al trucco e alle acconciature di Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey; nonché la prova complessa e multiforme di Oscar Isaac che resta impressa più di quella del tanto promosso Elordi, aiutato dal trucco, dai costumi, dal suono della voce del proprio personaggio. A guardare l’impianto narrativo e emotivo, il racconto della fascinazione di Elizabeth e del suo legame con la Creatura sembra un calco de La forma dell’acqua, ma è d’impatto l’evoluzione del rapporto tra Victor Frankenstein e la sua creazione: demiurgo e creato, schiavo e padrone, padre e figlio si spartiscono la narrazione in due capitoli – “Il racconto di Victor” e “Il racconto della Creatura” – cui del Toro dà voce con lo stesso rispetto e la stessa rilevanza, riaffermando il più grande punto di forza del suo cinema che da sempre si impegna a raccontare, con compassione e umanità, la versione del mostro.
Hamnet - Nel nome del figlio ★★
Oscar: Miglior attrice protagonista
Regia: Chloé Zhao
Cast: Jessie Buckley, Paul Mescal, Emily Watson, Jacobi Jupe, Olivia Lynes, Bodhi Rae Breathnach
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=Cn0KweKBY1Q
Nella Stratford del XVI secolo, William Shakespeare (P. Mescal) lavora come tutore per ripagare i debiti di famiglia e si innamora di Agnes (J. Buckley), donna singolare di cui, in città, si racconta sia figlia di una strega. Il loro amore prende presto la forma di una gravidanza e di un matrimonio osteggiato dalle famiglie, ma nonostante tutto la coppia vive anni felici con i tre figli Susanna (B.R. Breathnach), Judith (O. Lynes) e Hamnet (J. Jupe), finché il trasferimento di William a Londra in cerca di fortuna nel teatro e lo scoppio di un’epidemia di peste non incrinano per sempre la loro serenità. Tratto da Nel nome del figlio. Hamnet (2020) di Maggie O’Farrell e sceneggiato dall’autrice con la regista Chloé Zhao, il film ripercorre la storia nascosta della genesi di Amleto, indagando la dimensione intima di uno degli artisti più celebri della storia dell’uomo. Con una buona ricostruzione della campagna inglese e costumi semplici ma originali, Hamnet non riesce però ad andare oltre l’esasperazione emotiva della propria messinscena, sacrificando del tutto la struttura narrativa e la coesione dell’opera. Il cuore del film è l’elaborazione del lutto del figlio, ma la tragedia si consuma talmente in avanti nella storia da confondersi tra i tanti avvenimenti e da far dubitare su quale voglia essere il fulcro di Hamnet: un po’ storia d’amore, un po’ storia di un lutto, un po’ apologo sul valore dell’arte come metabolizzazione delle tragedie della vita, ma forse mai davvero nessuna delle tre cose e soltanto un’architettura mal congeniata, che andrebbe subito in frantumi se non fosse sorretta dal mito di Shakespeare. E poi come si può, nel 2026, pensare di raccontare seriamente il conflitto familiare di Shakespeare mostrando la moglie che gli imputa di stare sempre fuori casa per lavoro, come una fiction spagnola di bassa lega? E il sottinteso di tutta la nascita artistica del Bardo, che un attimo prima lavora dietro le quinte per guadagnarsi da vivere e un attimo dopo si fa costruire il Globe? Per non parlare di come, in un’opera realista che parla di maternità, risulti ridicola la scelta di mettere in scena il parto in tutta la sua naturalità tranne che nell’effettivo vincolo fisico che lega madri e figli: il cordone ombelicale, omesso da tutte e tre le nascite. Le dichiarazioni poco serie di Zhao, che ha affermato pubblicamente che sul set non capiva un terzo delle parole shakespeariane perché non madrelingua e di essersi fatta guidare da Mescal giudicando solo il lato emotivo, vorrebbero essere una esaltazione del genio di Shakespeare ma sembrano soltanto l’alibi di chi non si è preso il tempo per entrare nel corpo del testo poetico che racconta. Forse anche per questo l’Essere o non essere, decantato in primo piano sopra un Tamigi digitale con luci e interpretazione discutibili, è una delle scene meno riuscite del film. Restano alcune belle sequenze, tra cui il trapasso di Hamnet nel limbo velato e la catarsi collettiva del finale. Ottima interpretazione di Jessie Buckley, Oscar alla miglior attrice protagonista, ma la vera rivelazione è Jacobi Jupe, che incarna il piccolo Hamnet con un candore e con una profondità tali da far invidia a tutto il resto del cast.
I peccatori ★★★
Oscar: Miglior attore protagonista, sceneggiatura originale, fotografia, colonna sonora
Regia: Ryan Coogler
Cast: Michael B. Jordan, Miles Caton, Hailee Steinfeld, Jack O'Connell, Peter Dreimanis, Lola Kirke, Wunmi Mosaku, Jayme Lawson, Delroy Lindo
Guarda il trailer ► /www.youtube.com/watch?v=_6T94P6zjEk
Una mattina, nel Mississippi degli anni Trenta, il giovane Sammie (M. Caton) irrompe in chiesa durante la messa coperto di sangue e con una chitarra spezzata in mano. Il padre, pastore rigoroso, lo accoglie e gli intima di abbandonare la musica, che attira gli spiriti maligni, e di pentirsi. Il giorno precedente, Sammie si unisce come chitarrista ai gemelli Smoke e Stack (Michael B. Jordan), veterani della prima guerra mondiale ritornati in città dopo anni nel crimine organizzato di Chicago, che stanno organizzando l’apertura di un juke joint, un tipo di locale diffuso nel sud degli Stati Uniti a base di musica, alcol e gioco d’azzardo, luogo di ritrovo e rifugio isolato delle comunità afroamericane negli anni di razzismo imperante. La notte dell'inaugurazione però, Remmick (J. O'Connell), Bert e Joan, bianchi armati di banjo e violino, vengono attirati dalla musica di Sammie e si offrono di suonare. Quando Smoke e Stack non li fanno entrare, i tre si siedono fuori in attesa rivelandosi presto per quello che sono: vampiri. Opera quinta di Ryan Coogler, alla sua prova più originale dopo i successi di Creed e di Black Panther, I peccatori intreccia con intelligenza narrazione cinematografica e critica sociale, nella migliore tradizione del cinema horror, con una regia muscolare e dinamica che sa prendersi momenti di sospensione e di digressione, dosando azione e suspense, ibridando il musical e l’orrore. Per quanto la costruzione narrativa rispetti tutti i canoni del genere senza guizzi particolari, la trascinante colonna sonora che vale il terzo Oscar allo svedese Ludwig Göransson (dopo Black Panther e Oppenheimer), la fotografia grazie a cui Autumn Durald Arkapaw conquista la prima statuetta e le interpretazioni di un cast affiatato – Oscar al miglior attore al protagonista Michael B. Jordan, che collabora con Coogler da oltre un decennio – concorrono ad un film solido, che fa della storia e della cultura afroamericana un punto di forza e un carattere ulteriore della storia che racconta. Nel finale, il grande chitarrista blues Buddy Guy compare nella parte di Sammie da anziano.
Sentimental Value ★★★½
Oscar: Miglior film internazionale
Regia: Joachim Trier
Cast: Renate Reinsve, Stellan Skarsgård, Inga Ibsdotter Lilleaas, Elle Fanning, Anders Danielsen Lie
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=IjRag48FVZc
Durante la commemorazione della madre scomparsa nella casa di famiglia, Nora Borg (R. Reinsve) e sua sorella Agnes (I. Ibsdotter Lilleaas) ritrovano dopo molto tempo il padre Gustav (S. Skarsgård), genitore assente e celebre regista cinematografico riscoperto dalle nuove generazioni ma inattivo decenni. La sorpresa nel vederlo tornare si tramuta in rabbia quando Nora, attrice teatrale, scopre che il padre è tornato non per ricucire il rapporto con la famiglia ma soltanto per proporle il ruolo di protagonista nel suo prossimo film. Al rifiuto della figlia, Gustav pensa all’astro nascente statunitense Rachel Kemp (E. Fanning), ammiratrice del suo cinema, per interpretare il ruolo così personale della madre suicida, che sarà messo in scena nella stessa casa di famiglia dove il fatto è avvenuto. Tra gli autori europei più interessanti emersi nellultimo decennio, il norvegese Joachim Trier, reduce dal successo de La persona peggiore del mondo, affida di nuovo alla brillante Renate Reinsve il ruolo di una protagonista in conflitto col mondo, con sé stessa, e stavolta anche con il padre regista, celebrato ma assente, interpretato da uno straordinario Stellan Skarsgaard. Sentimental Value è un film sul cinema e sull’interpretazione del proprio passato, sulla famiglia non come realtà corale ma come insieme di individui complessi, spesso egoisti, che vivono la difficoltà di conciliare sé stessi con gli altri. È anche un film sulle case di famiglia e sulla vita che le permea: la vita felice, la vita sofferta, la vita sfuggita, sperata, interrotta. Una vita incarnata da oggetti che raccontano storie, da alberi di un giardino che ci ricordano le stagioni che attraversiamo, da porte che si aprono e si chiudono sul nostro passato e sul nostro futuro, come mostra il poetico incipit iniziale del film. Diretto con delicatezza e profondità, scritto e montato con grande sapienza – sceneggiatura di Eskil Vogt, montaggio di Olivier Bugge Coutté – e con un'inventiva efficace e mai esibita, nascosta negli incastri temporali, negli echi visivi, nelle sovrapposizioni tra realtà e rappresentazione cinematografica che dialogano tra loro. Giustamente celebrato in tutto il mondo come picco della stratificata filmografia di Joachim Trier, forse avrebbe meritato anche l'Oscar al miglior casting, per un invidiabile ensemble di attrici e attori che non a caso avevano raccolto candidature in ogni categoria. Gran prix della giuria a Cannes e Oscar al miglior film internazionale, il primo della storia per la Norvegia.
Weapons ★★★
Oscar: Miglior attrice non protagonista
Regia: Zach Cregger
Cast: Julia Garner, Josh Brolin, Cary Christopher, Amy Madigan, Alden Ehrenreich, Benedict Wong
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=qoXn5CNOqQU
Alle 2 e 17 del mattino di un normale giorno di scuola, tutti i bambini della classe della maestra Gandy (J. Garner) a Maybrook, Pennsylvania, si alzano dai propri letti e fuggono correndo dalle loro case facendo perdere le proprie tracce. Tutti tranne uno, Alex (C. Christopher), oggetto delle attenzioni della maestra che in lui cerca un sostegno in un momento in cui tutta la città – e in particolare Archer Graff (J. Brolin), padre di Matthew – la ritiene in qualche modo responsabile della scomparsa dei suoi studenti, e le dà della strega. Con uno stile elegante e una costruzione narrativa ingegnosa, che progredisce nel racconto attraverso il passaggio di ogni capitolo da un personaggio all’altro, Zach Cregger mette in scena un horror di grande forza formale che ibrida i generi con originalità e energia. In Weapons, personaggi e spettatore indagano insieme addentrandosi sempre di più in un mondo soprannaturale che segue stringenti regole logiche e rituali codificati (gli oggetti, la campanella, il rametto di pruno, l’acqua per “spengere” gli incantesimi), spostando l’orrore nel terreno del giallo e del thriller. Così, riportando la paura dell’inconoscibile nell’ambito del reale, Cregger può lavorare di intreccio e di emozione, di spavento e di atmosfera aiutato da una scenografia puntuale, dalle luci di Larkin Seiple – già direttore della fotografia di Daniel Kwan e Daniel Scheinert in Swiss Army Man (2016) e Everything Everywhere All at Once (2022) – e dalle musiche cui egli stesso ha contribuito. L’unico rammarico, un finale sbrigativo che una volta sciolto l’intreccio non si preoccupa di essere all’altezza del resto del film. Oscar alla miglior attrice protagonista per Amy Wadigan nei panni dell’inquietante zia Gladys, che entra in scena dopo un’ora e un quarto e lascia il segno.

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