Breve guida ai film premiati agli Oscar 2016

Recensioni e voti dei film che hanno conquistato la statuetta dell'Academy

E dopo la notte degli Oscar 2016 molti dei film premiati, come da tradizione, verranno distribuiti di nuovo nelle sale italiane. Un'occasione per non perdere i migliori, ma come scegliere? Ecco una breve guida, in ordine alfabetico, dei film che hanno ottenuto i riconoscimenti più importanti.

The Danish Girl ★★½
Oscar: Miglior attrice non protagonista
Regia: Tom Hooper
Cast: Eddie Redmayne, Alicia Vikander, Matthias Schoenaerts
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=UpcjiDPrumE

Nella Copenaghen degli anni Venti un gioco intimo tra il pittore di successo Einar Wegener (E. Redmayne) e la moglie, anch’essa pittrice, Gerda (A. Vikander) svela il lato femminile dell’uomo, un lato finora sopito. Sotto il nome di Lili, il pittore si traveste da donna e prima a Copenaghen e poi a Parigi cerca la sua vera identità. La moglie, sempre al suo fianco, lo accompagna dolorosamente nel transito verso il suo vero Io, femminile, che non può più rimanere nascosto. Il regista britannico Tom Hooper, già autore de Il discorso del re e Les Misérables, mette in scena una vicenda complessa, dirigendo con mano leggera la tragedia intima di una coppia che vede crollare il fondamento biologico del proprio matrimonio. Se le luci di Danny Cohen, direttore della fotografia anche di Room di Lenny Abrahamson, i costumi di Paco Delgado e le scenografie di Eve Stewart concorrono, con la raffinata regia di Hooper, a cucire l’elegante veste estetica del film, ciò che fiacca inevitabilmente The Danish Girl è la sceneggiatura di Lucinda Coxon, fragile quanto la psiche del suo (o la sua) protagonista e incline ai toni melodrammatici e a facili sentimentalismi soprattutto nel finale. A reggere sulle spalle tutta la pellicola, oltre al maestoso impianto visivo, le straordinarie interpretazioni dei due attori protagonisti: la drammatica forza della svedese Alicia Vikander, al suo primo Oscar, e la soavità del multiforme Redmayne, che incarna Einar ma anima Lili, interpretando le sfumature del suo personaggio duplice con eccezionale delicatezza.

Il caso Spotlight ★★★½
Oscar: Miglior film, miglior sceneggiatura originale
Regia: Tom McCarthy
Cast: Mark Ruffalo, Rachel McAdams, Michael Keaton, Liev Schreiber, John Slattery
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=dl04_2FvYb8

A vedere le rotative in funzione nel finale del film, mentre l’inchiostro fissa su carta uno dei più grandi scandali del nostro secolo, viene in mente l’analogo, bellissimo finale di State of Play di Kevin Madcdonald (in cui Rachel McAdams era ancora tra i protagonisti) sulle note di Long As I Can See The Light dei Creedence Clearwater Revival, soltanto che in questo caso le vicende narrate sono reali. Boston Globe, 2001: il nuovo direttore Martin Baron (L. Schreiber) commissiona alla divisione investigativa del giornale denominata “Spotlight” e guidata da Walter Robinson (M. Keaton) un’indagine approfondita sulle violenze dei preti a Boston che svelerà un sistema di occultamento dei casi di pedofilia legati ai preti da parte della Chiesa. Ruffalo, McAdams, Keaton, Schreiber, Slattery, ma anche Stanley Tucci nella parte dell’avvocato Mitchell Garabedian formano un cast compatto, senza solisti, che lavora solido e deciso verso la meta, spinto da una responsabilità esattamente come la squadra di giornalisti che rappresenta. In quelle rotative in movimento c’è tutta la forza del giornalismo d’inchiesta, che il film ci ricorda e di cui sottolinea l’importanza. Come riportato per bocca di un giornalista nel bellissimo articolo scritto dal vero Martin Baron a proposito di Spotlight – pubblicato sul Washington Post e tradotto da Internazionale qui –, il film «serve da meraviglioso, davvero meraviglioso, promemoria del perché così tanti di noi hanno scelto questo mestiere, e del perché così tanti hanno continuato a esercitarlo nonostante tutto il pessimismo e tutti i pugni in faccia ricevuti». Oscar al miglior film e miglior sceneggiatura originale, a firma di Josh Singer e dello stesso McCarthy, meritati entrambi.

La grande scommessa ★★★
Oscar: Miglior sceneggiatura non originale
Regia: Adam McKay
Cast: Steve Carell, Christian Bale, Ryan Gosling, Brad Pitt
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=WuZPWxMWmdk

La storia del tracollo finanziario del 2008 visto dall’interno, attraverso le vicende di Michael Burry (C. Bale), Mark Baum (S. Carell), Jared Vennet (R. Gosling), Charlie Geller (J. Magaro) e Jamie Shipley (F. Wittlock) che per primi avevano intravisto il crollo del mercato immobiliare su cui il sistema dei mutui si basa. Muovendosi con disinvoltura negli uffici di Morgan Stanley, Deutsche Bank, Lehman Brothers e Goldman Sachs il film scava implacabile in una delle più grandi crisi economiche della storia, mettendo a nudo la responsabilità e la spietata noncuranza di banche d’affari e istituti di rating. In un cast di alto livello, protagonisti e comprimari sembrano recitare in maniera contenuta, mettendo la propria bravura al servizio di una storia più grande dei singoli personaggi; su tutti l’amaro Mark Baum di Steve Carell che più di Bale avrebbe meritato la nomination. A orchestrare il caotico svolgersi degli eventi la regia brillante di Adam McKay, autore anche di una sceneggiatura che lavorando all’opposto di The Wolf of Wall Street, dove si evitavano le spiegazioni per non annoiare lo spettatore, chiama in causa star americane – Margot Robbie (direttamente dal film di Scorsese) in vasca da bagno, il cuoco Anthony Bourdain ai fornelli, Selena Gomez al tavolo da blackjack – per spiegare nella maniera più semplice e diretta possibile i dettagli economici (mutui subprime, CDO, swap) sotto forma di piccole digressioni narrative. A questo testo originale e frenetico (meritato l’Oscar alla sceneggiatura non originale, firmata da McKay assieme a Charles Randolph) e al montaggio inventivo di Hank Corwin, che avrebbe meritato allo stesso modo la statuetta, va gran parte del merito della riuscita del film.

The Hateful Eight ★★★½
Oscar: Miglior colonna sonora
Regia: Quentin Tarantino
Cast: Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Tim Roth
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=AljKC5utdBY

Alla sua ottava opera Quentin Tarantino torna finalmente alla serietà che sembrava aver perso definitivamente dopo la deriva farsesca presa con Kill Bill – e proseguita nei toni di Grindhouse - A prova di morte, Bastardi senza gloria e Django Unchained –, una serietà mai austera ma sempre intrisa delle tinte forti delle propria ironia. La storia ruota attorno ai cacciatori di taglie Marquis Warren (S.L. Jackson) e del “Boia” John Ruth (K. Russell), che sta portando la condannata Daisy Domergue (J.J. Leigh) alla forca, colti da una tormenta di neve che li costringe a rifugiarsi nell’Emporio di Minnie, dove incontrano gli altri cinque uomini per comporre gli otto del titolo. Lì, rinchiusi i suoi personaggi tra le assi di legno dell’emporio, Tarantino scatena le sue capacità di scrittura, orchestrando dialoghi straordinari, colpi di scena ed eleganti archi narrativi in un cinema da camera che richiama direttamente Le Iene. A chi lamenta un’eccessiva lunghezza della pellicola, va detto che la grandezza di The Hateful Eight sta proprio in un cinema che riposa, che lascia sedimentare i momenti, gli oggetti, i volti, le situazioni. È cinema che procede, lento e cadenzato, senza la fretta di giustapporre un evento all’altro, senza l’impazienza di giungere velocemente alla conclusione, ma che arriva al punto giusto nel tempo prestabilito facendo parlare i personaggi e i loro gesti. Una sequenza per tutte, accompagnata dalle musiche valse l’Oscar a Ennio Morricone, è l’incipit del film: una croce nella neve, le note gravi della colonna sonora, la macchina da presa si muove lentamente dal volto del cristo al paesaggio innevato, bianco e desolante; sullo sfondo il rumore degli zoccoli dei cavalli, al traino di una carrozza che vediamo venirci incontro. Lentamente, maestosamente, entriamo nel film.

Mad Max: Fury Road ★★★
Oscar: Miglior trucco, costumi, scenografia, montaggio, sonoro, montaggio sonoro
Regia: George Miller
Cast: Tom Hardy, Charlize Theron, Nicholas Hoult
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=gBZlfbCnUOE

Pur sopravvalutato nella volontà di fargli trascendere la sua dimensione di genere, Mad Max: Fury Road conferma le possibilità che hanno gli action movie, quando sono supportati da una storia solida, di diventare cinema puro in tutta la sua potenza esplosiva. In Mad Max, rilettura moderna dell’originale del 1979 diretto dallo stesso Miller, si corre dal primo all’ultimo minuto su macchine futuristiche da universo usato in stile Lucas a caccia della ribelle Furiosa (C. Theron), rincorsa in un deserto infinito dai fedelissimi del despota Immortal Joe, che si portano dietro Max (T. Hardy), loro prigioniero, come “sacca di sangue” a trasfusione istantanea. Al ritmo ossessivo del montaggio di Margaret Sixel – uno dei 6 premi Oscar tecnici assegnati al film –, i bolidi di George Miller si scontrano tra esplosioni, inseguimenti e sparatorie in quella che sembra una gara Nascar senza tracciato. Tra personaggi a malapena abbozzati di cui la regia si interessa a malapena, spiccano i due forti personaggi principali: il silenzioso e radicale Mad Max di Tom Hardy e, soprattutto, la Furiosa di una strepitosa Charlize Theron.

Revenant - Redivivo ★★★½
Oscar: Miglior regia, miglior attore protagonista, miglior fotografia
Regia: Alejandro González Iñárritu
Cast: Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=xrctuMnFDc4

Nel 1823 prende vita la storia dello statunitense Hugh Glass (L. DiCaprio) e della sua vendetta nei confronti di Fitzgerald (T. Hardy), colpevole del suo abbandono e della morte di suo figlio. Iñárritu, al suo secondo film americano dopo il premiatissimo Birdman, trasforma una vicenda dall’impianto lineare quanto esile in un’esperienza sensoriale e visiva di straordinaria potenza. Un film di regia, totale, che basa le proprie fondamenta interamente sullo sguardo dell’autore e ne vive, imprescindibile. DiCaprio, in un’interpretazione fisica in cui affida ai suoi soli occhi il compito di parlare allo spettatore, strappa la sua prima statuetta al miglior attore protagonista, ma gli Oscar alla miglior regia per Iñárritu, il secondo di fila dopo Birdman, e alla miglior fotografia per Lubezki – al terzo consecutivo dopo Gravity del 2014 e Birdman del 2015, record assoluto nella storia dell’Academy – confermano come sia l’aspetto puramente visuale la vera forza del film, lo scheletro che si fa carne e sangue di The Revenant. Il confronto tra uomini, con personaggi interpretati in una gara attoriale in cui Tom Hardy e Domhnall Gleeson guardano DiCaprio a testa alta, è violento e primordiale quanto quello con la natura di cui sono parte: resterà nell’immaginario lo scontro con il grizzly, che pur nella sua dimensione fisica e non evocativa – come lo erano gli incontri con l’orso di Into The Wild e con il bisonte di This Must Be The Place –, è una delle grandi sequenze di confronto uomo-animale del cinema contemporaneo.

Room ★★★
Oscar: Miglior attrice protagonista
Regia: Lenny Abrahamson
Cast: Brie Larson, Jacob Tremblay, Joan Allen, William H. Macy
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=ajLb0CFNuF0

A un anno da Frank, Lenny Abrahamson torna dietro la macchina da presa per raccontare la storia di Joy (B. Larson) e Jack Newsome (J. Tremblay), madre e figlio rinchiusi dal “vecchio Nick” in una stanza: la madre da sette anni, il figlio da cinque, dal giorno della sua nascita. Per rendergli più sopportabile la vita, Joy convince Jack che la stanza dove “il vecchio Nick” la violenta regolarmente mentre il figlio dorme chiuso nell’armadio sia il mondo intero. Brie Larson si è portata a casa l’Oscar per il ruolo di Joy, ma non è da meno il piccolo Jacob Tremblay, 10 anni ancora da compiere, nel complesso ruolo del piccolo Jack. La sceneggiatura di Emma Donoghue, tratta dal suo romanzo omonimo tradotto in italiano con il titolo Stanza, letto, armadio, specchio ispirato al caso Fritzl, è intrisa di una forza drammatica che Abrahamson gestisce con una regia pulita e contenuta, senza sottrarsi a piccoli slanci poetici. La scena della fuga dal capanno, con Jack che riesce a fuggire pur stordito dal mondo esterno che vede per la prima volta, e del ritorno alla stanza, per l’addio agli oggetti che avevano costituito l’intero universo materiale e linguistico del bambino, sono esempi alti di un cinema d’autore che sceglie di fare propria una dimensione intima dell’infanzia attraverso l’innocenza e lo stupore continuo della scoperta.


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