Breve guida ai film premiati agli Oscar 2022

Le sei statuette di Dune, i premi a Smith e Chastain e alla regia di Jane Campion, il miglior film a I segni del cuore

Il 2022 voleva essere l’anno del rilancio degli Oscar, da anni sempre meno seguiti, negli ultimi due anni anche a causa della pandemia. Dopo l’Oscar alla regia a Chloé Zhao nel 2021 per Nomadland, replica Jane Campion con il premio per Il potere del cane, che lascia però la statuetta più ambita, quella del miglior film, a I segni del cuore. Il remake de La famiglia Bélier centra l’obiettivo più importante, vincendo anche l'Oscar alla miglior sceneggiatura non originale e al miglior attore non protagonista consegnato a Troy Kotsur, facendo aderire il cast alle condizioni dei propri personaggi (la famiglia di sordomuti interpretata da attori sordomuti) in una bella interpretazione corale, nonostante la qualità effettiva del film. Nella sezione dedicata al miglior film internazionale Paolo Sorrentino, con il suo È stata la mano di Dio, cede il passo a Drive My Car di Ryusuke Hamaguchi, come già era successo con il Golden Globe. Di premi tecnici invece fa incetta Dune di Denis Villeneuve, primo capitolo tratto dalla saga fantascientifica di Frank Herbert. Ecco il nostro breve manuale critico, in ordine alfabetico, per orientarsi tra i film che hanno ottenuto i riconoscimenti più importanti.

Belfast ★★★
Oscar: Miglior sceneggiatura originale
Regia: Kenneth Branagh
Cast: Jude Hill, Caitríona Balfe, Jamie Dornan, Ciarán Hinds, Judi Dench
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=Z97Feb-UnEc
Belfast, fine anni Sessanta. Buddy (J. Hill) cresce vivendo un’infanzia felice con gli amici, i compagni di scuola e i vicini che si vogliono bene e si proteggono a vicenda. L’esplosione del conflitto tra protestanti e cattolici in città e nel paese e la distanza del padre, spesso lontano da casa per il proprio lavoro in Inghilterra, mettono però in pericolo lui e la famiglia, che si trova di fronte a una scelta difficile: restare a casa o lasciare Belfast. Dopo una carriera da regista di teatro e cinema shakespeariano minata da dieci anni di baracconate commerciali di dubbio gusto, tra i discutibili adattamenti di Agatha Christie Assassinio sull’Orient Express e Assassinio sul Nilo e le macchie inspiegabili di film come Thor, Cenerentola e Artemis Fowl, Kenneth Branagh torna sui passi della sua storia personale per raccontare la Belfast del 1969 al momento dello scoppio del conflitto nordirlandese tra protestanti e cattolici. L’inizio dei “The Troubles”, un periodo di scontri e attentati ampiamente raccontato con ottica sociale dal cinema britannico (Nel nome del padre, The Boxer, Hunger), è per Branagh lo spunto per un cinema personale, dove lo sguardo innocente di un bambino diventa la chiave di lettura di eventi così poco comprensibili eppure così dolorosi. Pur nella sua dimensione ristretta, il film brilla per le sequenze che è in grado di tratteggiare – contrappuntate dalla colonna sonora di Van Morrison –, per la fotografia di Haris Zambarloukos (Sleuth - Gli insospettabili, Locke) e per una regia delicata nell’occhio e nella direzione di un cast in gara di bravura e di intimità.

Drive My Car ★★★½
Oscar: Miglior film internazionale
Regia: Ryusuke Hamaguchi
Cast: Hidetoshi Nishijima, Tôko Miura, Masaki Okada, Reika Kirishima
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=XnGmHmyi_NI
Nella preparazione di una rappresentazione teatrale dello Zio Vanja di Cechov, l’attore e regista teatrale Yusuke Kafuku (H. Nishijima), celebre per i suoi adattamenti in più lingue dove mescola giapponese, inglese, lingua dei segni e molto altro, si ritrova assegnata un’autista personale (T. Miura) per i suoi viaggi dalla casa alla sede della residenza teatrale. Nei viaggi in macchina, Yusuke prepara le battute rispondendo alla voce della moglie Oto (R. Kirishima), registrata su audiocassetta, e stringe lentamente un legame con la propria autista. Traendo la storia da un racconto di Murakami, e con i tratti tipici del suo cinema fiume – 179 minuti, un prologo di 40 e un torrente inesauribile di parole –, il giapponese Hamaguchi usa la lingua come una coperta avvolgente dentro cui immergersi per vivere in prima persona ogni più sottile sfumatura dei personaggi messi in scena. La macchina da presa li accompagna senza guizzi, con un’eleganza formale che cede il passo alla lingua parlata e all’indagine emotiva, con una delicatezza che è valsa ad Hamaguchi il Prix du scénario a Cannes, il Bafta, il Golden Globe e adesso l’Oscar. In un paragone impietoso tra I segni del cuore e Drive My Car, è evidente lo scarto netto tra la semplice rappresentazione della disabilità e il tentativo (reale) di metterla in dialogo con il mondo, non relegandola allo spazio personale della casa ma facendola esprimere nello spazio sociale del palcoscenico, che diventa il luogo principe dove i due linguaggi – segno e parola – possono convivere ed emozionare.
Leggi il nostro approfondimento qui ► Oltre il racconto di Murakami: Drive My Car di Ryusuke Hamaguchi

Dune ★★★
Oscar: Miglior fotografia, miglior scenografia, miglior montaggio, miglior colonna sonora, miglior sonoro, migliori effetti speciali
Regia: Denis Villeneuve
Cast: Timothée Chalamet, Zendaya, Rebecca Ferguson, Oscar Isaac, Stellan Skarsgård, Charlotte Rampling
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=tVbbaQDN5zs
Paul Atreides (T. Chalamet), figlio del Duca, finisce sul pianeta Arrakis – preziosa per la presenza della ‘spezia’, la sostanza più ricercata dell’universo – quando l’Imperatore decide di sottrarlo al perfido dominio della casata Harkonnen per darlo in gestione alla casata Atreides. Lì, Paul entra in contatto con il popolo autoctono dei Fremen, che da tempo vede nelle sue visioni, e con il suo destino. Con uno sguardo solenne e di maniera, Villeneuve porta in scena l’immaginario del romanzo omonimo di Frank Herbert esprimendone le sue potenzialità grazie ad una potenza visiva e un’intensità lontana dai tentativi svogliati e dal ridicolo involontario dell’adattamento di David Lynch. L’Academy premia la capacità di costruzione visiva in fase di produzione con gli Oscar alla fotografia di Greig Fraser (Bright Star, Rogue One, Vice - L’uomo nell’ombra), alla scenografia di Patrice Vermette (Prisoners, Sicario, Arrival, Vice - L’uomo nell’ombra), e di post-produzione con gli Oscar al montaggio di Joe Walker (Hunger, Arrival, Blade Runner 2049), agli effetti speciali, al sonoro e alla colonna sonora. Per una volta – e per quanto fosse più originale e intrigante la colonna sonora composta da Jonny Greenwood per Il potere del cane – la rinomata ridondanza delle musiche di Hans Zimmer dialoga perfettamente con la magniloquenza delle immagini di Villeneuve nella creazione dell’universo di Dune, meritandogli la seconda statuetta dopo quella del 1995 per Il re leone. Per quanto si tratti soltanto del primo capitolo del progetto di Villeneuve, se ne intravedono le grandi potenzialità visuali e narrative.

Una famiglia vincente – King Richard ★★
Oscar: Miglior attore protagonista
Regia: Reinaldo Marcus Green
Cast: Will Smith, Aunjanue Ellis, Saniyya Sidney, Demi Singleton
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=61ujwNlFbFY
A cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, a Compton, in California, Richard Williams (W. Smith) elabora un piano strategico per fare delle figlie Venus (S. Sidney) e Serena (D. Singleton) le più forti tenniste del mondo e riscattarle dalla “macchia” della periferia. Con un’ottima ricostruzione storica e un lavoro di costumi e scenografie che restituisce l’immersione negli anni della gioventù delle sorelle Williams, Una famiglia vincente è un buon film biografico che racconta la storia privata dietro la storia pubblica del successo globale delle sorelle più famose del tennis americano. Nei panni del padre Richard, figura controversa che rappresenta la tensione verso la realizzazione personale attraverso i traguardi delle figlie e una visione della famiglia come industria del successo, Will Smith usa un registro efficace per quanto ben poco distante dallo spettro emotivo dei personaggi che spesso gli si è visto incarnare – vedi il misto di lacrime, ostinazione e orgoglio del suo Chris Gardner ne La ricerca della felicità. Una buona interpretazione che l’Academy ha deciso di premiare con l’Oscar. Uno schiaffo, questo, più che a Chris Rock ai suoi colleghi Andrew Garfield e Benedict Cumberbatch, che lo avrebbero meritato ben più di lui.

Gli occhi di Tammy Faye ★★½
Oscar: Miglior attrice protagonista
Regia: Michael Showalter
Cast: Jessica Chastain, Andrew Garfield, Cherry Jones, Fredric Lehne, Vincent D’Onofrio
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=uxi11hs-GMY
Ascesa e declino della coppia evangelica più celebre degli Stati Uniti. Tammy Faye (J. Chastain) e Jim Bakker (A. Garfield) si conoscono in seminario e si accorgono di condividere in toto il modo di vedere il mondo e di vivere la chiamata del Signore: non un invito alla povertà, ma una celebrazione ostentata del benessere che incarna il rampante capitalismo a stelle e strisce e fa della ricchezza e del successo le parole d’ordine. Il loro matrimonio è un’unione sentimentale e soprattutto “professionale” che li porta a fare della loro vita di predicatori una missione mediatica e alla creazione della più grande rete televangelica d’America. Finché la loro stessa ambizione non comincia a trascinarli a fondo. Lavorando sulle maschere dei suoi due protagonisti, Gli occhi di Tammy Faye riesce con bravura ad immergersi nella storia complicata dei coniugi Bakker, vere e proprie celebrità decadute della cultura popolare statunitense, maschere loro stessi dentro e dietro il piccolo schermo dov’erano seguiti da 22 milioni di persone. Il rischio del film, in equilibrio tra sguardo critico ed empatia, diventa quello di immedesimarsi fin troppo nella parabola dei propri protagonisti tanto da scivolare (quasi) in un perdono coerente quanto ipocrita, ma vale proprio per come aderisce ai personaggi che racconta, per la struttura narrativa intelligente e per la bravura di tutto il cast. Oscar alla miglior attrice per l’interpretazione a tutto tondo di Jessica Chastain, di fianco ad un troppo spesso sottovalutato Andrew Garfield che avrebbe meritato forse più della nomination per il suo ruolo in Tick, Tick… BOOM!

Il potere del cane ★★★½
Oscar: Miglior regista
Regia: Jane Campion
Cast: Benedict Cumberbatch, Kodi Smit-McPhee, Kirsten Dunst, Jesse Plemmons
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=CJAs-Zr7LQ4
Montana, 1925. La vita dei fratelli Phil (B. Cumberbatch) e George (J. Plemmons) Burbank cambia radicalmente quando George chiede la mano alla vedova Rose (K. Dunst), che si trasferisce nella grande casa al centro del ranch di famiglia insieme al figlio Peter (K. Smit-McPhee). Rose e Peter si trovano ad affrontare l’odio radicale di Phil, che vive il loro arrivo come un’invasione del suo spazio e, soprattutto, del suo territorio. Con un invidiabile quartetto d’attori, tra cui spiccano Smit-McPhee (Golden Globe al miglior attore non protagonista) e Kirsten Dunst oltre che la poliforme interpretazione di Cumberbatch, ora inquietante e robusto ora delicato e fragile, Il potere del cane è un western atipico e intimo in cui alle pistole si sostituiscono gli strumenti musicali e agli orizzonti infiniti delle praterie i limiti soffocanti della casa e del ranch. La neozelandese Campion dirige con uno sguardo originale ed elegante: dilatando i tempi e lasciando ad ognuno dei personaggi lo spazio per esprimersi in tutte le proprie sfumature, il suo occhio penetra come uno stiletto nelle loro paure e nelle loro ossessioni, nelle intimità e nei risentimenti che covano e che nascono dai rapporti tra di loro. Con un meritato Oscar alla regia, Jane Campion diventa la terza donna a conquistare la statuetta dopo Kathryn Bigelow e Chloé Zhao, dopo il Leone d’argento a Venezia (sempre per Il potere del cane)777 e dopo essere stata la prima donna della storia ad aver vinto la Palma d’Oro, nel 1993 con Lezioni di piano.
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I segni del cuore ★★
Oscar: Miglior film, miglior attore non protagonista, miglior sceneggiatura non originale
Regia: Sian Heder
Cast: Emilia Jones, Troy Kotsur, Marlee Matlin, Daniel Durant, Eugenio Derbez, Ferdia Walsh-Peelo
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=AoFr49mQC3k
Le giornate dell’adolescente Ruby (E. Jones) si dividono tra la scuola e il lavoro sul peschereccio con il padre Frank (T. Kotsur) e il fratello Leo (D. Durant). La ragazza è l’unica non sordomuta della sua famiglia, padre, fratello e la madre Jackie (M. Matlin), con cui comunica nella lingua dei segni. La sua complessa quotidianità personale e familiare viene sconvolta dal maestro di musica Bernardo Villalobos (E. Derbez), che si accorge delle sue potenzialità canore e la spinge a partecipare ad un’audizione per una borsa di studio a Berklee. Pur con un’ambientazione sociale interessante e un cast tutto in parte, I segni del cuore è poco più che un prevedibile film televisivo per famiglie che conta soprattutto – e da qui l’Oscar al miglior film – per la scelta artistico-produttiva di far impersonare i personaggi sordomuti ad attori membri della comunità. Una scelta che da un lato premia grazie alle ottime interpretazioni di Durant, Matlin e Kotsur, premio Oscar al miglior attore non protagonista, dall’altro chiude la sua lettura dentro quella cornice – non a caso in originale intitolato semplicemente CODA, ovvero “Children Of Deaf Adults” – spostando il fuoco sull’aspetto tematico in luogo di un aspetto narrativo che altrimenti avrebbe davvero poche pretese. Incomprensibile il premio alla miglior sceneggiatura non originale per un remake che non fa nessuno sforzo di riscrittura, tanto che, più che di un remake, si potrebbe parlare di un adattamento geografico del prototipo francese – La famiglia Bélier (2014) di Eric Lartigau – di cui si limita a spostare l’ambientazione dalla Francia agli Stati Uniti e a cambiare l’attività della famiglia al centro della storia dall’agricoltura alla pesca. Tutto il resto è semplicemente replicato, dai personaggi alle situazioni alle sequenze più d’impatto (i dialoghi muti in casa, il concerto di fine anno scolastico in cui i genitori ascoltano guardando i volti del resto pubblico, l’audizione per Berklee in cui Ruby canta descrivendo le parole nella lingua dei segni perché genitori e fratello la possano capire) nient’altro che una copia carbone del film originale. Per una volta, l’orrendo titolo italiano restituisce con precisione l’essenza di un film dai buoni sentimenti e dalla trama (letteralmente) già scritta.

West Side Story ★★½
Oscar: Miglior attrice non protagonista
Regia: Steven Spielberg
Cast: Rachel Zegler, Ansel Elgort, Ariana DeBose, David Alvarez, Rita Moreno
Guarda il trailer ► www.youtube.com/watch?v=AmDwQaDovMk
Nel West Side newyorkese degli anni Cinquanta si scontrano dei Montecchi e dei Capuleti contemporanei, la banda bianca dei Jets e quella di immigrati portoricani degli Sharks. Nella lotta per il territorio si incrociano i destini di Maria (R. Zegler) e Tony (A. Elgort), che si innamorano nonostante tutto, cercando di impedire gli spargimenti di sangue che la rivalità tra le rispettive bande sembra annunciare. Spielberg dirige con disinvoltura e con grande freschezza visiva questo nuovo adattamento del musical di Arthur Laurents, Leonard Bernstein e Stephen Sondheim le cui musiche e parole non sono invecchiate di un giorno. La grandiosità delle scenografie e delle coreografie trascina lo spettatore per 156 minuti, insieme allo splendore della fotografia di Janusz Kamiński e dei costumi di Paul Tazewell, ma nonostante tutto a film finito è difficile allontanare la sensazione di aver assistito sia poco più di un’esibizione spettacolare. David Alvarez è un Bernardo solido e convincente che non fa rimpiangere George Chakiris, mentre Ariana DeBose, nonostante la bravura, vince l’Oscar più per riconoscenza al personaggio straordinario di Anita, che Rita Moreno – l’Anita originale nel film del 1961 e la proprietaria della locanda Valentina in questa versione di Spielberg – aveva consegnato alla storia del cinema, conquistando una della dieci statuette del West Side Story di Robert Wise e Jerome Robbins.


Parte della serie Guida ai film premiati agli Oscar

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