Arrival - Leggere il tempo

Il linguaggio e la scienza nel gioco “non a somma zero” di Denis Villeneuve

Una finestra verso orizzonti lontani. Il tocco della mano della figlia appena nata. «Un tempo pensavo che questo fosse l’inizio della tua storia, siamo così limitati dal tempo e dal suo ordine…», dice Louise nell’apertura di Arrival di Denis Villeneuve, «ma ora non so più se credo che esista un inizio e una fine. Ci sono giorni che determinano la tua storia al di là della tua vita, come il giorno in cui arrivarono». L’arrivo in questione, che ha mobilitato le potenze politiche di tutto il mondo, è quello di dodici enormi monoliti alieni sospesi per aria in differenti Paesi. Sia l’incursione nelle astronavi, strutture dalla particolarissima forma ovale entro cui verticalità e orizzontalità si mischiano sfidando le leggi della gravità, sia l’incontro con gli extraterrestri, eptapodi senza volto immersi in una fitta nube di fumo bianca che emettono frastuoni indecifrabili, sono già avvenuti, ma restano ancora sconosciute le loro intenzioni. Per questo l’esercito degli Stati Uniti ingaggia la linguista di fama internazionale Louise Banks e il fisico teorico Ian Donnelly con l’assoluta priorità di scoprire quale sia lo scopo degli alieni sulla Terra e se questo possa rivelarsi una minaccia per l’umanità. I due studiosi, che ben presto si troveranno a collaborare sinergicamente in un contesto politico-militare che spesso ostacola il loro lavoro e le loro intuizioni, partono da due assunti ben differenti. All’affermazione secondo cui «la lingua è il fondamento della civiltà, è il collante che tiene insieme un popolo, è la prima arma che si sfodera in un conflitto», letta in un passo della prefazione di un libro di Louise, Ian non è d’accordo. «È fantastico», dice, «anche se è sbagliato. Il fondamento della civiltà non è il linguaggio, è la scienza». Resta però il fatto che, come Louise prontamente puntualizza, prima di sbattere agli alieni dei problemi matematici occorre parlare con loro.

Il gioco della lingua
Dentro ogni astrazione, vive il concetto di universalità. Astrarre significa infatti ottenere concetti universali a partire da occorrenze particolari, private di ogni caratteristica spazio-temporale. Ma cos’è l’universale, quantomeno nella sua accezione più immediata e rudimentale? Universalis è ciò che è comune a più realtà individue, ciò che intimamente può definirne il genere o la specie.
Gli scacchi e il poker, per esempio, hanno regole e occorrenze spazio-temporali assai differenti ma ciò non toglie che vi siano delle strutture comuni che li caratterizzano per l’appunto come “giochi”. La teoria dei giochi è il noto processo d’astrazione matematica che tenta di formalizzare ciò che avviene al loro interno, cercando d’individuare cosa accomuna ogni occorrenza specifica in cui fondamentalmente ci sono due o più giocatori rivali, che si trovano in una situazione d’interazione strategica, per cui le decisioni individuali di ciascuno sono finalizzate al massimo guadagno a scapito del rivale. C’è chi vince e c’è chi perde insomma. Ed è un gioco a somma zero. Cioè chi vince guadagna ciò che l’altro perde e quindi, se alla somma totale dei guadagni dei partecipanti si sottrae la somma totale delle perdite, si ottiene zero. Ma lo zero, quell’entità misteriosa che spacca la linea dei numeri rimanendo imprigionata nell’opaca linearità del tempo, è un punto d’arrivo o d’origine?
 

Il linguaggio è un labirinto di strade, è un complesso organismo vivente e la grammatica è il suo libro mastro


C’è un particolare “giocare”, quello linguistico, che definisce gli uomini nella loro unicità definendone al contempo i contorni della loro specifica forma di vita, nelle parole del filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein. Questo giocare è il terreno in cui i parlanti generano senso, soggetti a regole come in un qualsiasi altro gioco. Ma se dove c’è un qualsiasi gioco c’è anche una regola, la regola che fonda un gioco linguistico è una grammatica sottesa a esso. Questa guida il nostro modo di usare le parole nel gioco, e in ciò sta il loro significato. Proprio come le regole del gioco definiscono quali mosse gli appartengono, così la grammatica circoscrive la sfera della sensatezza. Il linguaggio è un labirinto di strade, è un complesso organismo vivente e la grammatica è il suo libro mastro. Ancora wittgensteinianamente, «inventare un linguaggio significa costruire un linguaggio. Fissarne le regole. Redigerne la grammatica».

Lo scopo di Louise sarà proprio quello di scardinare le barriere delle regole del linguaggio alieno – una nube di fumo bianco che si erge tra gli eptapodi e gli umani come un’infrangibile lastra di vetro. L’intuizione, alla luce dell’indecifrabilità di quei suoni incomprensibili, è allora quella di provare a capire se abbiano una qualche forma di comunicazione visiva. Louise scrive su una lavagna la parola “human” e scrivendo decide che la prima parola da mostrare sia proprio quella che la definisce (universalmente) come animale linguistico; poi sussurra tremante: «I am human, what are you?». I due eptapodi capiscono e da una sorta di mano che ha più le sembianze di un fiore fanno fuoriuscire, tra lo stupore di tutti, un fumo nero che lentamente si stende sulla parete bianca luminosa componendo una forma sferica adornata da degli elementi decorativi simili alle grazie della scrittura alfabetica. Il segno scritto degli alieni vive, come fosse un’anima nera che respira insieme al significato di cui è portatrice. Un cerchio, come un varco oltre il quale abita segretamente la scoperta più grande, preannunciando così uno degli assunti del film: il linguaggio che s’impone come prima porta d’accesso al sapere scientifico, in scacco allo scetticismo iniziale di Ian. “Qual è il vostro scopo sulla terra?”, questa è la domanda centrale. Louise è fermamente convinta che sia indispensabile possedere un vocabolario minimo per poter comprendere le loro risposte e, soprattutto, che occorra essere certi che gli alieni riescano a comprendere la grammatica della domanda e la natura di un’intenzione.

La circolarità del tempo
Chi sono gli eptapodi, come comunicano? Gli intensi mesi di lavoro di Louise e Ian svelano che non c’è una corrispondenza tra ciò che un eptapodo scrive e ciò che un eptapodo dice, che la loro scrittura è semasiografica, veicola cioè un significato, non rappresenta un suono, e che, a differenza del linguaggio umano, i loro logogrammi sono svincolati dal tempo. Come la loro astronave e i loro corpi, la loro lingua scritta non ha una direzione in avanti o indietro (ortografia non lineare) per cui si pone il quesito: è così che pensano? Sarebbe come il voler scrivere una frase con due mani a partire da entrambi i lati, per cui sarebbe necessario conoscere ogni parola da utilizzare, oltre all’esatto spazio occupato da essa. Ed è proprio questo il punto di svolta.
Louise ha visioni degli eptapodi e della sua bambina. Sta sognando nella lingua aliena? Ian se lo chiede, chiamando in causa le teorie del determinismo linguistico e l’ipotesi Sapir-Whorf secondo cui la lingua che parliamo determinerebbe il nostro modo di pensare. «La nostra analisi della natura segue linee tracciate dalle nostre lingue madri. Tutti gli osservatori non sono guidati dalle stesse prove fisiche verso la stessa immagine dell’universo, a meno che i loro bagagli linguistici siano simili, o possano essere in qualche modo calibrati», scrive Benjamin Lee Whorf in Language, Thought and Reality. Pertanto, in questa prospettiva teorica, la diversità delle lingue non è una diversità di suono e di segni ma di modi di “guardare il mondo”. Louise non lo comprende ancora appieno ma potrebbe rispondere di sì, potrebbe tranquillamente affermare che stia sognando nella “loro lingua” nella misura in cui la loro lingua coincide con la non-linearità del tempo, con il vedere nel futuro. Più Louise comprende il linguaggio alieno più riesce a vedere nel futuro, che le si manifesta con dei flash forward della figlia che avrà con Ian: «un tempo pensavo che questo fosse l’inizio della tua storia, siamo così limitati dal tempo e dal suo ordine», affermava in apertura.
 

Villeneuve eleva le comuni regole del naturale parlarsi a una sorta d’universalità linguistica pura, uno spazio bianco e fumoso in cui capirsi realmente concede il dono di infrangere la manchevolezza della linearità del tempo


Louise ha un’arma. «Tutto ha inizio con le armi», le dice l’eptapodo, ma non le “armi” di natura bellica che le potenze politiche mondiali temono, convinte dall’equivoco linguistico e incapaci di ascoltarsi e di ascoltare. L’arma è la lingua aliena, il dono che gli eptapodi hanno fatto all’umanità. Se veramente la si impara, si comincia a percepire il tempo proprio come loro, si comincia a vedere cosa succederà, perché il tempo degli eptapodi non è lineare come quello umano. Danimarca, Stati Uniti, Venezuela, Australia, Cina, Pakistan, Giappone, interrompono però uno dopo l’altro la comunicazione reciproca, pronti a dichiarare guerra agli alieni. «Dobbiamo parlare con gli altri siti, è vitale parlare tra di noi», rivendica con tenacia Louise. «Offriamo i nostri dati agli altri e chiediamo i loro, è un “gioco non a somma zero”», incalza Ian. Un gioco in cui, con soddisfazione di tutte le parti, si eviterebbero le perdite per i giocatori e il risultato zero nella danza tra vincite e perdite.

Sfruttando gli spazi che la fantascienza gli apre, Villeneuve eleva le comuni regole del naturale parlarsi e comprendersi a una sorta d’universalità linguistica pura, uno spazio bianco e fumoso in cui capirsi realmente concede il dono, laddove la scienza osserva impotente, di infrangere la manchevolezza della linearità del tempo. Per accogliere questo dono, bisogna spogliarsi dei propri tessuti culturali, come la protagonista che, impavida rispetto al pericolo di contaminazione, toglie le ingombranti tute di protezione e si avvicina per farsi vedere appieno nella sua individualità. Il tocco della mano sul vetro di fumo, il contatto con l’alieno che fa lo stesso gesto con lei, emettendo un suono frastornante. Louise chiude gli occhi e sorride: «Questa sì che è una bella presentazione». E il linguaggio s’impone come l’universalis dell’uomo, ciò che lo definisce nella sua specie-specificità. Ascoltare, sentire l’altro, recuperare il dialogo è un gioco non a somma zero che, universalmente, resta la regola originaria della civiltà, della convivenza tra uomini, animali privilegiati immersi nello spaziotempo bianco della parola.


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