Oltre il racconto di Murakami: Drive My Car di Ryusuke Hamaguchi

Il film in corsa agli Oscar porta sul grande schermo un racconto di Haruki Murakami

Più o meno a metà del film di tre ore di Ryusuke Hamaguchi qualcuno chiede a Yūsuke Kafuku, un attore e regista teatrale, perché non abbia scelto sé stesso come protagonista nella sua produzione di Zio Vanja. «Čechov è terrificante», risponde lui. «Pronunciare le sue battute tira fuori la tua vera personalità». Kafuku, interpretato con rigido stoicismo da Hidetoshi Nishijima, ha molte buone ragioni per nascondere chi è davvero. È ancora in lutto per la perdita della giovane figlia, e il suo interlocutore in questa scena è Kōji Takatsuki, un giovane e volubile attore che ha avuto una relazione con Oto, la moglie di Kafuku, poco prima che questa morisse. Takatsuki non si accorge che Kafuku sa del tradimento. Inoltre, Kafuku lo ha scelto nella parte di Vanja – per la quale il giovane vanitoso è chiaramente inadatto – in una produzione teatrale multilingue a Hiroshima. Che l’uomo tradito stia provando a torturare l’amante della sua defunta moglie? Che stia usando la pièce per indagare la parte più oscura del suo matrimonio?


Sembrano situazioni da melodramma, non a caso Hamaguchi ha dichiarato il suo amore per il genere, ma qui non siamo davanti a Douglas Sirk o Pedro Almodóvar. Gli intrighi della trama sono pacati, diluiti nel racconto – una cover acustica di un tormentone pop. Per Hamaguchi lo stile è più importante della storia, e l’espressione di un attore è sempre più rivelatrice di una battuta di dialogo. Il film è tratto da un racconto di Haruki Murakami, dalla raccolta del 2014 Uomini senza donne. Kafuku è il tipico protagonista alla Murakami: ascolta musica classica su vinile, fuma sigarette, e non riesce a capire i comportamenti delle donne. (Grazie al cielo qui non ci sono gatti o pozzi). Murakami ha raggiunto un tale livello di fama internazionale che Knopf sta pubblicando quella che è essenzialmente una bacheca Instagram del suo armadio. Come provano Drive My Car e Burning di Lee Chang-dong, la narrativa breve di Murakami pare essere un pozzo senza fondo per gli adattamenti. (No, davvero, guardate Burning).
 

Per Hamaguchi lo stile è più importante della storia


Drive My Car, che ha vinto tre premi al Festival di Cannes, segue con pazienza Kafuku durante il casting, le prove e la prima di Zio Vanja. Gli attori recitano in giapponese, cantonese, coreano e nella lingua dei segni coreana – il pubblico a teatro legge i soprattitoli, come fossero all’opera – riflettendo l’interesse di Hamaguchi nella performance e nell’interpretazione (C’è chi potrebbe pensare che sia un modo per difendersi dalle critiche negative – ma io non credo). I simultanei e molteplici tentativi di inscenare Čechov non mettono in luce gli ineffabili vuoti di comunicazione, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare. Piuttosto, ci viene mostrato come l’arte abbia la meglio su questi vuoti e sprigioni una forza inclusiva e speciale.

 

Il titolo fa riferimento all’autista che accompagna Kafuku avanti e indietro alle prove, con un’elegante Saab rossa, mentre lui ascolta le registrazioni dei dialoghi della pièce. La sua autista è interpretata con una riservatezza impeccabile da Tôko Miura, la cui storia conquista sempre più spazio in scena. Il suo rapporto con Kafuku, insieme al suo rapporto con il lutto, danno forma alle ultime, sconvolgenti scene. Lo so, lo so. “Sconvolgente” è un termine così usato che ormai è un cliché, ma durante le lunghe e ponderate scene di Hamaguchi sussurravo “Dio mio” e “Cristo santissimo” come dei mantra.

Non parlerò più della trama per non anticipare l’arco narrativo di Drive My Car. L’ambientazione ci fa capire come siano presenti il tema della rovina e del lutto privato. E proprio come Murakami mostra interesse verso la cultura occidentale, anche Hamaguchi dimostra la sua ammirazione per la Nouvelle Vague e per registi come Jacques Rivette: Drive My Car è in costante dialogo con altri film. C’è una scena dell’audizione con Takatsuki che ricorda quella con Naomi Watts in Mulholland Drive. Nella composizione e nel montaggio si vede l’influenza del maestro turco Nuri Bilge Ceylan. Mentre i lunghi e rivelatori viaggi in macchina creano un piccolo canone con quelli di Il mistero della donna scomparsa di George Sluizer (la versione tedesca) e quelle di Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman.
 

Drive My Car è in costante dialogo con altri film


Ma Hamaguchi è anche un regista con la erre maiuscola. Se la colonna sonora distrae più che illuminare – il suo film precedente, Asako I & II aveva un problema simile – molte delle sue scene sono innovative e splendide. Per esempio i viaggi in macchina ascoltando Zio Vanja. Oto, la moglie di Kafuku, aveva registrato i dialoghi così da aiutarlo a ripassare le battute per una produzione precedente; lui riempie i silenzi con battute come «La mia vita è perduta. Non si torna indietro». Viene da chiedersi se non fosse tutto un piano per liberarsi di Takatsuki e rimettere in scena il suo Vanja. Le battute descrivono anche il suo stato d’animo – Kafuku è davvero alla deriva. Forse le registrazioni attenuano il suo dolore? È sano ascoltare per ore ogni giorno la voce della propria defunta moglie? (Fa qualche differenza se recita Čechov?). Nel frattempo, il dialogo scelto da Hamaguchi per lo spettacolo fa eco alle dichiarazioni schiette dei film della Nouvelle Vague, e così facendo – da Čechov, a Rivette, passando per Hamaguchi – condensa un secolo di performance in un’unica sequenza.

 

La produzione del film è stata ritardata a causa del COVID e le location sono state spostate dalla Corea al Giappone. (Il prossimo film di Hamaguchi, Il gioco del destino e della fantasia, ha già guadagnato onori ai festival e sarà distribuito nel 2022). Drive My Car è arrivato al cinema in un momento in cui blockbuster come Dune e Black Widow stavano sperimentando una distribuzione in streaming e al cinema. Alcuni film sembrano pronti a essere visti sia sul piccolo che sul grande schermo: The French Dispatch è così pieno di particolari da cogliere che riesce a mandare in estasi al cinema e a far scoprire nuovi dettagli ogni volta che lo si riguarda a casa. Questi esempi hanno in comune – oltre alla produzione occidentale – una voglia di spettacolarità. Rischi di perdere la grandiosità di Dune se controlli Twitter mentre gli Harkonnen attaccano Arrakis? Certo. Drive My Car fa però parte di un altro mondo che temo diventerà vittima del modo in cui ci siamo ormai abituati a fruire i prodotti audiovisivi. Sarebbe un peccato, potrebbe essere un capolavoro. Anche perché di certo non andremmo a vedere la versione interattiva in 3D di Guernica. E non lo dico così per dire. Come il dipinto di Picasso, anche il film di Hamaguchi opera grazie a sfumature mute per trasmettere un lutto profondo (collettivo e individuale) e le molteplici conseguenze della Seconda guerra mondiale. Avvicinatevi a Drive My Car come fareste con un’opera teatrale, con il telefono in modalità aereo.
 

Avvicinatevi a Drive My Car come fareste con un’opera teatrale


Hamaguchi ci dice praticamente la stessa cosa. Nella scena fra Kafuku e Takatsuki, quando il giovane attore esprime perplessità sulla sua parte, Kafuku gli spiega che deve arrendersi alla sceneggiatura e afferma: «Il testo ti fa delle domande». E se è vero che Kafuku potrebbe non essere pronto a ricevere domande così esplicite, noi dovremmo esserlo. Abbandonatevi a Drive My Car. Lasciate che tiri fuori la vostra vera personalità. A cosa serve l’arte se non a questo?
 

Ryan Chapman è uno scrittore americano.  È l’autore del romanzo Riots I Have Known (Simon & Schuster) e suoi articoli sono apparsi su numerose testate, fra cui New Yorker, GQ, BOMB, Longreads e The Believer. ► Drive My Car, a New Adaptation of the Haruki Murakami Story, Far Surpasses Its Source Material  | Traduzione di Francesco Cristaudo


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