La vocazione alla pace del colonialismo italiano
Il reportage di Cazzullo nel Corno d’Africa tra storiografia e grande pubblico: un divario messo a nudo in prima serata
Esiste in Italia una storiografia del colonialismo solida, documentata e metodologicamente matura. A partire dalla seconda metà degli anni Sessanta studiosi come Angelo Del Boca e Giorgio Rochat hanno dedicato decenni a ricostruire i crimini italiani nelle colonie, a smontare il mito degli «italiani brava gente», a discutere pubblicamente con chi, come Montanelli, negava l’uso dei gas e minimizzava le violenze perpetrate. Tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, solo per fare alcuni esempi, Nicola Labanca ha pubblicato una storia d’insieme del colonialismo italiano, Giulia Barrera ha studiato il madamato e le politiche razziali nelle colonie, Tekeste Negash ha ricostruito le vicende delle popolazioni del Corno d’Africa dal loro punto di vista. Una generazione più giovane di ricercatori e ricercatrici ha portato questi temi, e altri ancora, all’interno del panorama di studi internazionale. Queste ricostruzioni esistono, sono accessibili, e sono prodotte in larga parte in italiano.
Quando il 27 maggio e il 3 giugno scorsi, La7 ha mandato in onda le due puntate di Una giornata particolare dedicate all’Eritrea e all’Etiopia – accompagnate da un reportage di 7 del Corriere della Sera – le reazioni a questi prodotti culturali hanno detto qualcosa che vale la pena fermarsi a leggere. La prima puntata ha raggiunto quasi 1,2 milioni di spettatori, sfiorando l’8% di share: il risultato più alto nella storia del programma. Per quella platea, però, il colonialismo italiano era un tema quasi del tutto assente dall’orizzonte culturale ordinario. Le reazioni sui social (di Aldo Cazzullo, di La7 e nelle pagine di appassionati di storia) lo hanno confermato in modo inequivocabile: nei commenti si leggevano, affiancate, due tipologie di risposta. Da un lato la sorpresa genuina di chi scopriva per la prima volta l’esistenza di un impero coloniale italiano («non sapevo niente di tutto questo»); dall’altro l’indignazione di chi interpretava il documentario come un attacco all’onore dei soldati italiani e alla memoria nazionale. Due reazioni opposte, accomunate dallo stesso presupposto: che ciò che veniva mostrato fosse, in un senso o nell’altro, una novità.
La prima delle due puntate dedicate all’Eritrea e all’Etiopia ha raggiunto quasi 1,2 milioni di spettatori, sfiorando l’8% di share: il risultato più alto nella storia del programma
È, del resto, un cortocircuito strutturale che attraversa la cultura pubblica italiana: la storiografia specializzata ha da tempo superato la fase della ricostruzione dei crimini di guerra, li ha documentati, contestualizzati, inseriti in una cornice interpretativa più ampia; il cosiddetto ceto medio riflessivo ha assorbito, almeno parzialmente, i risultati di quella ricerca; il grande pubblico è rimasto sostanzialmente fermo a una rappresentazione del colonialismo italiano come avventura, lascito architettonico, e al massimo come «pagina oscura» da riconoscere nominalmente prima di passare oltre. Tra questi tre strati non ci sono ponti consolidati, e quando il grande pubblico incontra improvvisamente il tema, lo incontra senza strumenti.
In questo contesto, l’operazione editoriale è al tempo stesso comprensibile e rivelatrice dei suoi stessi limiti. Comprensibile, perché Cazzullo fa giornalismo culturale per un pubblico generalista, con le logiche narrative e i ritmi che quel format richiede. Rivelatrice, perché le scelte che ha fatto – la guida narrativa, il punto di vista, la selezione delle voci, l’estetica – mostrano esattamente cosa succede quando si affronta un tema storiograficamente complesso senza l’apporto di chi su quel tema lavora. Non c’è, nel documentario né nel reportage, la consulenza di uno storico o di una storica del colonialismo italiano, e ciò non è una mancanza marginale: è la mancanza che spiega tutte le altre.
L’architettura dell’operazione
Va detto che quando Cazzullo parla dei crimini italiani in Africa Orientale – soprattutto nel secondo episodio della trasmissione – lo fa con una franchezza non scontata nel giornalismo televisivo generalista italiano. L’uso sistematico dei gas iprite, i bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa, le esecuzioni sommarie dopo l’attentato a Graziani, le deportazioni: questi fatti vengono descritti con dovizia di particolari. Per un pubblico che in buona parte ne sapeva poco, quella chiarezza ha un valore reale, così come la riflessione sulla «memoria assente» di questi crimini. La critica che segue dunque riguarda qualcosa di diverso e per certi versi più sottile: le scelte di cornice, di voce, di estetica e di metodo che circondano quella chiarezza e ne condizionano, in parte, l’effetto. Si può, infatti, raccontare in modo preciso dei fatti e al tempo stesso costruire attorno a essa una struttura narrativa che ne attenua la portata.

Aldo Cazzullo nella prima puntata di Una giornata particolare dedicata a Eritrea e Etiopia
L’operazione dedicata alla presenza italiana in Africa Orientale è coerente e integrata: il settimanale 7 del Corriere della Sera pubblica il 15 maggio una coverstory di Cazzullo dall’Eritrea e dall’Etiopia; le puntate di Una giornata particolare su La7 sviluppano lo stesso materiale in formato documentario. Non è una coincidenza: dal 2016 Cairo Communication (il gruppo di Urbano Cairo, proprietario di La7) controlla il 59,6% di RCSMediaGroup, editrice del Corriere della Sera. Cazzullo, vicedirettore del Corriere e conduttore di Una giornata particolare, è l’uomo giusto per un prodotto multipiattaforma pensato per massimizzare la copertura.
Il punto di partenza è fissato dalla newsletter di RCSMediaGroup: «Aldo Cazzullo racconta Eritrea e Etiopia», «sulle tracce di Indro Montanelli», con la «conferma: la vocazione di noi italiani è la pace». Nel novantesimo anniversario della proclamazione dell’impero fascista, costruito con gas iprite, bombardamenti di ospedali della Croce Rossa, esecuzioni sommarie e deportazioni di massa, una delle più potenti macchine editoriali italiane ci assicura che siamo, in fondo, un popolo di pace.
La scelta della guida
Prima ancora di aprire il reportage su 7, vale la pena fermarsi sulla scelta di quella che viene definita «guida al nostro viaggio»: Indro Montanelli, richiamato a più riprese – nel testo e durante la trasmissione – come «il più grande giornalista italiano». Montanelli è la firma storica del Corriere della Sera: sceglierlo come bussola morale e intellettuale per un viaggio nella storia coloniale è anche un atto di autoproclamazione istituzionale, la conferma di una continuità e di un primato. Ma è soprattutto una scelta che dice molto su ciò che si vuole raccontare. Di tutti i possibili interlocutori – e solo tra i giornalisti e gli scrittori italiani dell’epoca, si poteva scegliere Ennio Flaiano, che anch’egli aveva fatto la guerra d’Etiopia e poi ne aveva scritto in Tempo di uccidere con una lucidità tagliente e autocritica che non ha nulla della romantica avventura – Cazzullo sceglie l’uomo che fu il più tenace negazionista delle violenze italiane in colonia, che per decenni litigò ferocemente con Angelo Del Boca proprio sulla questione dei gas e dei crimini italiani in Africa Orientale, che liquidò il madamato – l’acquisto di bambine africane come «mogli» temporanee da parte di soldati italiani – come compatibile con la «sensibilità» dell’epoca.
Di tutti i possibili interlocutori Cazzullo sceglie Indro Montanelli, l’uomo che fu il più tenace negazionista delle violenze italiane in colonia e che liquidò il madamato
La domanda da cui Cazzullo parte è anch’essa rivelatrice: «Mi sono sempre chiesto cos’abbiano pensato i nostri nonni quando il Duce – novant’anni fa, in questi stessi giorni – diede trionfalmente l’annuncio della presa di Addis Abeba». Il punto di vista è stabilito: cosa pensarono i nostri nonni. Non cosa fecero, non cosa vissero le famiglie etiopiche. La risposta arriva in poche righe: «quasi nessuno tra i nostri nonni era un antifascista militante, ma tanti non erano fascisti». Il problema di questa affermazione non è la sua falsità, ma la funzione che le viene assegnata: spostare l’attenzione dalla natura dell’«impresa» (come viene più volte definita) collettiva alla coscienza individuale dei partecipanti. Milioni di italiani contribuirono a una guerra coloniale che la Società delle Nazioni aveva sanzionato come illegale, condotta con armi chimiche vietate dalla Convenzione di Ginevra, e che produsse decine di migliaia di morti. Il fatto che molti di loro non fossero fascisti convinti non modifica né la natura di quella guerra né la responsabilità di chi vi partecipò.
La coverstory di 7
Il numero del 15 maggio mostra Cazzullo in copertina davanti al Cinema Impero di Asmara, con il titolo «Eritrea - Etiopia: reportage. La guerra d’Africa sulle tracce di Montanelli». Nel sommario iniziale, qualcuno confonde Adua, la battaglia che nel 1896 chiuse la guerra tra Regno d’Italia e Impero etiope e portò alle dimissioni del governo Crispi, con la guerra del 1936: «Quasi un secolo dopo la bruciante e sanguinosa sconfitta di Adua, ecco un reportage su quello che accade in Eritrea e in Etiopia». Forse un refuso, forse il sintomo di un approccio per cui ogni battaglia vale l’altra: il colonialismo italiano diventa uno sfondo indistinto, un’atmosfera, non una sequenza di eventi storicamente determinati che richiedono analisi e distinzioni.

Uomini e donne etiopi passano di fronte al Monumento alla Vittoria di Adua ad Addis Abeba. Foto di Vanni Rosini dal suo reportage “Un impero in transito”
L’interesse dichiarato per il viaggio nella «nostra» Africa è nelle «tracce di quei tempi ancora chiaramente visibili nell’architettura e in alcune parole italiane ancora usate». Il colonialismo sembra presentato come patrimonio culturale e come lascito, come eredità positiva da scoprire e valorizzare. Cazzullo riconosce che la guerra d’Etiopia «fu un crimine contro l’umanità», ma aggiunge: «Andarono nel Corno d’Africa milioni di italiani. Erano tutti criminali? Certo che no». Nessuno sostiene che ogni soldato fosse un criminale in senso giuridico individuale, ma il fatto che non tutti abbiano partecipato personalmente all’uso del gas o alle esecuzioni sommarie non cancella la criminalità dell’impresa collettiva, non assolve chi ha eseguito gli ordini, non giustifica chi ha colonizzato terre e vite altrui convinto di portare civiltà. Del Boca lo aveva scritto nel 2005: gli italiani hanno «gettato un velo sulle pagine nere della loro storia ricorrendo ossessivamente e puerilmente a uno strumento autoconsolatorio: il mito degli “italiani brava gente”». Di conseguenza, pare quasi che la peggior conseguenza dell’occupazione dell’Etiopia non siano le sofferenze inflitte ai civili e religiosi etiopici, ai deportati, alle donne che subirono violenza. L’«effetto deleterio» principale che viene identificato è l’avvicinamento dell’Italia alla Germania hitleriana. I veri danneggiati dalla guerra d’Etiopia, secondo questa lettura, siamo stati «noi», coloro che «in quell’impresa ci avevano creduto e si sentirono traditi».
La Garbatella e la forchetta, Faccetta nera e Hans Zimmer
Il reportage si muove con il ritmo leggero del pezzo di colore: le cimici nel letto, il tassista simpatico, l’Arca dell’Alleanza ad Axum («quella di Indiana Jones»). Di Asmara si dice che «pare la Garbatella» e, in generale, «siamo in Africa ma sembra di stare in Italia». La capitale eritrea costruita dall’urbanistica coloniale viene assimilata a un quartiere romano di bonaria fama popolare, e l’architettura razionalista del fascismo diventa cartolina nostalgica. Cazzullo si muove tra i bar della capitale eritrea, raccontando di caffè all’italiana, panettoni e cannoli. Il passo più rivelatore è quello in cui, notando con orgoglio che «tutte le parole della tecnologia vengono dall’italiano», si fa l’esempio di «forchetta». È emblematico, in un contesto storico di apartheid urbano, lavoro forzato, gasificazioni e fucilazioni di massa, che sia una parola per identificare un utensile da tavola a diventare un vanto, senza che venga riconosciuto come sia anch’essa un retaggio coloniale.
La scelta estetica è coerente con l’approccio editoriale: font anni Trenta, musiche coloniali – Faccetta nera e canzonette dell’epoca – mentre Cazzullo gira in taxi per Asmara
Nel reportage Cazzullo racconta poi di come il capo della produzione ipotizzi, scherzando, di intitolare le puntate Faccetta nera. Cazzullo commenta che sarebbe «un’ottima idea». Il trailer della trasmissione anticipa: «Grande avventura del colonialismo italiano in Africa», «un seme piantato nella sabbia». Il colonialismo come avventura, l’impero come seme, il riuso di formule e parole legate a violenza e discriminazione. La scelta estetica è coerente con l’approccio editoriale: font anni Trenta, musiche coloniali – Faccetta nera e canzonette dell’epoca – mentre Cazzullo gira in taxi per Asmara. I tamburi accompagnano il noto discorso di Mussolini «abbiamo pazientato quarant’anni anni», mentre la colonna sonora di Dune di Hans Zimmer si inserisce nelle immagini del Corno d’Africa, trasformando una storia di violenza in epopea cinematografica. Le immagini di guerra vengono inframmezzate da riprese di gazzelle, spiagge, delfini, progetti di sviluppo turistico nelle isole Dahlak, c’è persino un momento che sembra uno spot pubblicitario per il turismo eritreo: «natura e silenzio».

Le fotografie d’epoca vengono usate senza crediti, a volte colorate artificialmente, inframmezzate a immagini attuali e ad animazioni generate dall’intelligenza artificiale di Badoglio, Montanelli, Rubattino, Ras Alula, Crispi. L’animazione tramite IA delle fotografie storiche è una tecnica che rimuove la distanza tra passato e presente, che «vivifica» i soggetti e li rende personaggi drammatici invece che attori storici. Applicata a figure come Badoglio – «il meno peggio tra i marescialli che abbiamo», che si commuove all’alzabandiera, che dorme «come un bambino» dopo la presa di Addis – trasforma il criminale di guerra in protagonista di uno sceneggiato.
La questione della voce e il madamato
Le letture delle parole di Bottai, Badoglio, Montanelli, Mussolini sono monodirezionali: Haile Selassie, ad esempio, non prende mai la parola e non viene letta la sua denuncia alla Società delle Nazioni. Ma soprattutto, non esiste una sola voce etiopica o eritrea che parli in prima persona nella trasmissione, non c’è un singolo ricercatore o storico africano chiamato a commentare. Soltanto la scrittrice italiana di origine somala Igiaba Scego appare brevemente insieme a Dacia Maraini. Più tempo è concesso a Marco Travaglio, che parla dei ricordi di Montanelli sul madamato con la bonaria indulgenza dell’aneddoto di colore.
La sequenza è emblematica: Travaglio ricorda la «canea di polemiche» che circondò Montanelli quando ammise di aver comprato Destà, «ignorando», parole sue, «l’età da marito» delle donne africane. Montanelli, ricorda Travaglio, tornò nel 1952 e la trovò con tre figli, il primogenito chiamato Indro, e aggiunge che Montanelli chiamava Destà «animalino» con affetto, come chiamava anche sua figlia: «solo chi ha la malizia nella testa» vi vede qualcosa di sbagliato. Questa narrazione non solo riproduce inconsapevolmente lo stesso linguaggio paternalistico che caratterizzava i rapporti coloniali, ma non modifica in nessun modo le condizioni strutturali entro cui quella relazione si è sviluppata.
Non esiste una sola voce etiopica o eritrea che parli in prima persona nella trasmissione, non c’è un singolo ricercatore o storico africano chiamato a commentare
Dacia Maraini, che nella sua breve apparizione usa il termine «leasing» per definire il tipo di contratto stipulato tra i due, afferma che «storicizzando sembra legittimo» e che spesso «gli artisti e i giornalisti sono grandi nel loro campo e meschini nella vita comune». Nel montaggio del documentario questa frase non apre un dibattito: lo chiude, usata come ultima parola autorizzata, come assoluzione finale firmata da una donna progressista che garantisce per Montanelli. La questione del madamato è riproposta anche nella seconda puntata, con il racconto della relazione tra Amedeo Guillet, esaltato come un grande condottiero, e Kadija definita «la sua donna in Africa, ma poi tornò dalla sua fidanzata [in Italia]».
La vocazione alla pace
«Consapevoli che anche la guerra d’Africa conferma che la vocazione di noi italiani è la pace», così si conclude il reportage su 7. Non viene però spiegato come l’occupazione d’Etiopia – decine di migliaia di morti, uso sistematico di armi chimiche vietate, apartheid, deportazioni, esecuzioni di massa, sterminio di parte del clero copto – confermerebbe questa vocazione. Il documentario fornisce però la risposta, nell’ultima battuta della seconda puntata: «gli italiani non sono un popolo guerriero», dice Cazzullo in chiusura, «come dimostrano i nostri militari in missione negli angoli più difficili del pianeta: la vera vocazione di noi italiani è la pace». Il programma si chiude così con una sentenza identitaria che sembra azzerare retrospettivamente il peso di tutto ciò che è stato mostrato: i crimini vengono riconosciuti ma la vocazione nazionale viene salvata, il bilancio torna in pareggio.
Del resto, si dice esplicitamente, «non esiste in queste terre sentimento anti-italiano, anzi l’Italia si trova dappertutto»: nessuna ricerca, nessun sondaggio, nessuna intervista a studiosi locali stanno però dietro questa affermazione. Ma anche volendo accettare la premessa che in Eritrea e in Etiopia non esista un diffuso sentimento anti-italiano, resterebbe da chiedersi cosa dimostrerebbe. La presenza di capitali storici italiani nelle città del Corno d’Africa non è una prova di benevolenza post-coloniale: è la traccia materiale di un’occupazione. Che quella traccia non generi oggi odio diffuso dice qualcosa sulla complessità delle memorie storiche locali, a cui bisognerebbe dar voce, non usarle come certificato di buona condotta.
Il Cinema Impero ad Asmara, capitale eritrea, in uno scatto del 2015 che testimonia la «traccia materiale di un’occupazione». I, Sailko / PR, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons
C’è poi un filo nostalgico che percorre tutta la trasmissione e che merita di essere nominato per quello che è: il rimpianto imperiale mediato dal risentimento verso chi è venuto dopo. I soldati italiani che combatterono per difendere l’impero vengono descritti come eroici e disposti al sacrificio, tanto da battersi «anche a mani nude». Gli inglesi, che occuparono l’Eritrea dal 1941 al 1952, vengono invece presentati come i veri responsabili della fine del progetto italiano: smantellarono la ferrovia, vendettero i macchinari, e soprattutto demolirono la teleferica Massaua-Asmara, definita «una delle opere ingegneristiche più complesse di tutta l’Africa». Questo lutto per le infrastrutture smantellate non viene mai messo in relazione con il fatto che quelle infrastrutture erano state costruite con il lavoro forzato della popolazione locale, né con il fatto che la loro funzione era militare ed estrattiva prima che ingegneristica.
Verso la fine della coverstory, Cazzullo scrive: «Cercheremo di restituire anche lo slancio di tanti italiani che in Africa andarono in buona fede per costruire un futuro migliore. Erano stati ingannati; ma accanto a coloro che si macchiarono di stragi e delitti, ci furono tanti italiani – sacerdoti e medici, imprenditori e operai – che hanno rispettato gli africani, e a volte africani sono diventati». Ma «africani sono diventati» non descrive una trasformazione: descrive una permanenza geografica. Avere il passaporto italiano e la pelle bianca in Eritrea non è la stessa cosa che essere eritrei o etiopici, e non accorgersene (o fingere di non accorgersene) significa non capire cosa sia il privilegio coloniale nelle sue forme durature e quotidiane del dopoguerra.
Brava gente e le reazioni alla trasmissione
Cazzullo ricorda come dopo la sconfitta di Adua, centinaia di ascari eritrei vennero mutilati della mano destra e del piede sinistro: una pena prevista dal diritto consuetudinario per i traditori, la cui efferatezza viene giustamente ricordata. Quello che segue, però, è rivelatore: si racconta che il medico militare italiano Giuliano Vanghetti, «commosso» per le condizioni degli ascari mutilati, inventò una protesi innovativa che permetteva di aprire e chiudere la mano mozzata usando i muscoli del moncone. La storia è vera, e Vanghetti fu effettivamente un pioniere della chirurgia protesica, ma la funzione narrativa di questo aneddoto, in questo contesto, è restituire agli italiani un ruolo di vittime solidali anche nella sconfitta.
A un certo punto il documentario propone una carrellata di artisti, cantanti e musicisti italiani nati nelle colonie o lì cresciuti nel periodo post-coloniale, come se questa lista fosse una prova di qualcosa. Di cosa, esattamente, non è chiaro. Il fatto che bambini italiani nati in colonia abbiano poi avuto carriere artistiche di rilievo non è una valutazione del colonialismo: è un dato biografico. Inserirlo senza mediazione critica produce l’impressione che si stia cercando una colonna del «dare» nel bilancio morale dell’impero. Come la forchetta, come le protesi, come la teleferica: serve a popolare una lista di crediti che dovrebbe, nell’economia narrativa della trasmissione, compensare almeno in parte i debiti.

La Domenica del Corriere, settimanale del Corriere della Sera, celebra nel numero di fine anno l’occupazione dell’Etiopia e la proclamazione dell’Impero da parte di Benito Mussolini avvenuta il 9 maggio 1936
I gruppi Facebook dei nostalgici e degli italiani nati nelle ex colonie hanno reagito con indignazione: questa non è la loro storia, si parla troppo dei gas, la trasmissione è politicamente orientata contro l’Italia. La distanza tra le due reazioni – scoperta commossa e rigetto indignato – misura esattamente il terreno su cui l’operazione culturale si è mossa: troppo critica per i nostalgici, troppo indulgente per chiunque abbia letto i lavori degli storici e delle storiche del colonialismo italiano. Ma soprattutto, quella distanza misura l’assenza di un’educazione storica pubblica che avrebbe potuto, nel tempo, rendere impossibile sia la scoperta tardiva sia il rigetto stizzito.
Un prodotto editoriale e televisivo di prima serata è diventato per molti il primo incontro con una storia che la ricerca accademica ha ricostruito da decenni
Angelo Del Boca, evocato nel documentario come riferimento bibliografico insieme a Rochat, ha dedicato la propria opera a smontare esattamente questo tipo di narrazione, scrivendo che gli italiani avevano costruito attorno alle proprie violenze coloniali un mito sistematico di innocenza e differenza qualitativa. Non può però essere citato come autorità e ignorato come metodo.
Questa vicenda ci mostra, soprattutto, come un prodotto editoriale e televisivo di prima serata è diventato, per una parte consistente del pubblico italiano, il primo incontro con una storia che la ricerca accademica ha ricostruito nei dettagli da decenni. Questo scollamento non si risolve (solo) criticando il documentario: si risolve chiedendo perché quel sapere non abbia trovato altri canali, altre forme, altri interlocutori. La storia non si ripete, ma certi modi di (non) raccontarla, sì.
In copertina degli etiopi fanno il saluto romano di fronte ad un ritratto di Benito Mussolini a Macallè, a sud di Axum, nel novembre 1935

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