Un impero in transito
Viaggio in Etiopia tra miti fondativi e memorie coloniali a 90 anni dall’occupazione italiana di Addis Abeba
L’Etiopia l’avevo già incontrata a Gerusalemme, nella penombra catacombale del Deir-es-sultan, il monastero ortodosso situato sul tetto della cappella armena di Sant'Elena. Vi aleggiava l’ombra dello Status Quo, il secolare accordo siglato nel 1852 tra confessioni religiose diverse per regolare la gestione dei luoghi santi, un’intricata sovrapposizione di diritti acquisiti e rivendicazioni, che facevano apparire quegli spazi alla stregua di fortini da difendere. La incontro davvero, una seconda volta, nelle mie settimane tra Addis Abeba, Hawassa e i villaggi del Sidama nell’estate del 2025, e mi accorgo di esserci stato più volte, viaggiando negli interstizi di un mondo immaginifico e allucinato prodotto da quell’Etiopia al di fuori dell’Etiopia che ha fatto da preludio al mio viaggio. Ripenso, allora, a quanto visto in quel monastero in Terra Santa: Madonne e Bambin Gesù dalla pelle d’ebano e le dentature eburnee, schiere di rifulgenti angeli alati, la figura della Regina di Saba in visita alla corte di Re Salomone, padre del primo imperatore etiope, Menelik I. Nel cortile interno, una successione di celle monastiche e cappelle dalle cupole tondeggianti, che riproducevano la tipica struttura delle chiese etiopi. Alla porta d’ingresso, un monaco in preghiera avvolto in uno scialle bianco. In quei giorni a Gerusalemme, ai vari checkpoint militari dell’esercito israeliano, disseminati tra la Cisgiordania e il territorio dello stato ebraico, notavo con sorpresa la presenza di soldati di origine etiope, i Beta Israel, o falascia, una comunità di religione ebraica condotta in Israele via Sudan tramite un ponte aereo organizzato da Tel Aviv tra il 1984 e il 1991.
Quell’Etiopia al di fuori dell’Etiopia, costruita su un’architettura di leggende e tradizioni, spiega l’esistenza di un paese pensato attraverso la lente del mito, prima ancora di essere percepito come un ente reale. In Etiopia, celata agli occhi dei mortali nella Cattedrale di Nostra Signora Maria di Sion ad Aksum, veniva conservata l’Arca dell’Alleanza. Lì, i cronisti medievali collocavano i domini del prete Gianni, magnanimo sovrano alla guida di un ricco e tollerante regno cristiano, lì erano stati accolti i primi musulmani in fuga dalle persecuzioni subite alla Mecca durante la cosiddetta Piccola Egira del 613. L’Etiopia aleggiava in un mondo dove, come avevo letto in un manuale di storia politica del paese, sembrava che la Bibbia e i profeti fossero più reali di Marx, Freud o Darwin.
Quell’Etiopia al di fuori dell’Etiopia, costruita su un’architettura di leggende e tradizioni, spiega l’esistenza di un paese pensato attraverso la lente del mito
Di nuovo incontrai le memorie oltreconfine dell’Etiopia nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli, a Roma, dove ero capitato al cospetto della tomba di Eugenio Ruspoli. Il giovane rampollo della nobile famiglia fiorentina, «esploratore ardito di terre africane» – così recitava l’epitaffio inciso nel marmo – era noto per aver guidato due spedizioni in Somalia e Etiopia meridionale durante le quali aveva esplorato il medio corso dell’Uebi Scebeli e “scoperto” il Lago Ciamò, rinominato in suo onore dopo la scomparsa a 27 anni, ucciso da un elefante durante una battuta di caccia nel 1893. Una lastra di marmo solcata da venature verdi e nere, incastonata nel sepolcro, riproduceva una mappa del Corno d’Africa, indicando i luoghi esplorati, compresa una minuscola croce a segnalare il punto esatto dove Ruspoli aveva perso la vita. Davanti a quell’eccentrico “sepolcro cartografico”, che stonava con l’ambiente interno della chiesa, emergeva tutto il potenziale comunicativo della mappa: tracciava i confini di uno spazio oscuro da catalogare e inventare.
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La tomba di Eugenio Ruspoli (1866-1893) nella Basilica di Santa Maria in Aracoeli a Roma, a pochi passi dal Campidoglio. Al centro del monumento, una mappa marmorea del Corno d'Africa. Foto di Vanni Rosini
A fine Ottocento, quel vasto mondo lambito dal Mar Rosso e dall’Oceano Indiano sembrava essere diventato un luogo d’incontro privilegiato per esploratori e predatori europei di ogni risma. Anche i più insospettabili. Arthur Rimbaud, il poeta francese, vi si ritrovò dopo un periplo condotto tra Suez e lo Yemen, stazionato nell’agenzia di una ditta di esportazione di caffè ad Harar. Da qui, nel 1883, partì per la regione dell’Ogaden – poi contesa tra Etiopia e Somalia in una sanguinosa guerra – dove incontrò l’italiano Pietro Sacconi, in Africa per conto di una società di esplorazione commerciale, ucciso qualche anno dopo da una tribù somala che lo aveva scambiato per una spia turca. Per loro, quella porzione di continente esisteva solo come proiezione dell’ansia civilizzatrice e classificatrice dei “pionieri” del primo colonialismo italiano. Ruspoli aveva riportato in Italia materiali botanici, zoologici e mineralogici, rinominato specie animali e vegetali, steso resoconti etnografici. Rimbaud, con il Corano in mano, aveva vagliato le possibilità di inaugurare nuove vie commerciali, stilando un resoconto, il Rapporto sull’Ogaden.
In età fascista, lì dove non erano riusciti i loro precursori, era stata la volta delle spedizioni di Giotto Dainelli nella regione del Lago Tana, solcato dalle canoe dei monaci ortodossi intenti a raggiungere i monasteri nelle isole disseminate sulla sua superficie; o quelle di Giovanni Ellero presso gli isolati conventi dello Scirè. Dainelli ed Ellero avevano restituito l’immagine di un mondo arroccato in spazi sacri ammantati di leggenda. Tutti avevano contribuito a strutturare uno sterminato apparato di conoscenze, simboli e immaginari custodito nei musei, nelle collezioni, e nelle case di mezza Italia. Un «immenso museo privato» sul quale «da mezzo secolo si deposita la polvere», come lo aveva definito Angelo Del Boca, uno dei massimi storici del colonialismo, in L’Africa nella coscienza degli italiani (Laterza, 1992). Una massa sterminata di informazioni e reperti, trasferiti ai centri di potere, alle società geografiche e commerciali, strumenti per esporre in vetrina i nuovi territori e forgiare una propria idea di Africa, mentre si pianificava e si realizzava l’asservimento di interi paesi, come ricostruisce Beatrice Falcucci nel suo L’Impero nei musei. Storie di collezioni coloniali italiane (Pacini, 2025).

Imbarcazione sul lago Hawassa, che bagna l’omonima città. Foto di Vanni Rosini
Durante il mio volo verso l’Etiopia, l’aereo fa scalo al Cairo, sorvolando le piramidi prima dell’atterraggio. L’Egitto, nel viaggio, rappresentava un mondo liminale, un intermezzo nel quale cambiare mentalità e attitudini. Quello che valeva prima, non sarebbe più valso dopo. Il protagonista di Tempo di uccidere (Longanesi, 1947) di Ennio Flaiano, un soldato del Regio Esercito italiano, costeggia Port Said sul piroscafo che lo porta in colonia, osservando l’ultima notte africana di turisti e soldati sulla via del ritorno. All’imbocco del porto, un’enorme réclame di whisky – «il primo monumento che si vede dell’Africa, arrivandoci e l’ultimo, lasciandola». In sottofondo, i colpi dei tappi di champagne e il fragore della musica diffusa dai fonografi, adagio spensierato che lo accompagna prima di varcare quella soglia. «L’Africa è lo sgabuzzino delle porcherie, ci si va a sgranchirsi la coscienza», pensa il personaggio di Flaiano, che fu egli stesso sottotenente del Genio militare e che tenne un diario negli anni della campagna di Etiopia, poi confluito in Aethiopia. Appunti per una canzonetta (Adelphi, 2020). In quelle pagine racconta di come gli ingenui soldati inviati a conquistare terre altrui si aspettassero di approdare in «un’Africa convenzionale, con alti palmizi, banane, donne che danzano, pugnali ricurvi, un miscuglio di Turchia, India, Marocco, quella terra ideale dei film Paramount denominata Oriente». Vi trovavano, invece, una terra priva per loro d’interesse. Un mondo sospeso che, come la donna etiope violentata e colpita a morte dal protagonista di Tempo di uccidere, ai loro occhi viveva il «sonno caldo e greve della decadenza, il sonno dei grandi imperi mancati».
«L’Africa è lo sgabuzzino delle porcherie, ci si va a sgranchirsi la coscienza», pensa il personaggio di Flaiano
L’opera di Flaiano fotografa la discrepanza tra le aspettative europee e la realtà del continente. L’Africa non era quella dei romanzi d’avventura, ma un continente che si distingueva, nell’esperienza dei suoi colonizzatori europei, per le sue distanze incommensurabili, il clima impietoso, le malattie dilaganti, dominato da un’assurdità ontologica incomprensibile per quei mediocri europei di provincia ai quali la propaganda coloniale aveva promesso una terra incantata, in cui anche l’ultimo dei bianchi potesse sentirsi superiore agli altri per il solo fatto di essere bianco. Quel continente di cartapesta, proscenio sul quale gli europei avevano proiettato aspettative e desideri, non aveva niente a che vedere con loro, li repelleva come corpi estranei. Eserciti di soldati, agenti coloniali, ingegneri preposti alla costruzione di ferrovie nel mezzo del nulla, trascorrevano i loro ultimi giorni frementi di rabbia, rosi dalla sifilide, dalla lebbra e da altre malattie. Il mondo artificiale che si erano costruiti era più allettante della realtà, la violenza sistemica del colonialismo finiva per schiacciare colonizzati e colonizzatori. L’occupazione coloniale italiana sembrava perdersi, allora, nella caligine di un “impero contagioso”, capace di contaminare chiunque con la forza di verità auto rivelatorie, lente a manifestarsi ma ineludibili come le piaghe della lebbra, gettando i colonizzatori nel dubbio e nell’angoscia esistenziale. Parlando di Tempo di uccidere, Flaiano ebbe a dire che «forse non si tratta più di lebbra, si tratta di un male più sottile e invincibile ancora, quello che ci procuriamo quando l'esperienza ci porta cioè a scoprire quello che noi siamo veramente».

Donne pregano davanti alla porta d’accesso della chiesa di Kidus Gebriel (San Gabriele) ad Asko, Addis Abeba. Foto di Vanni Rosini
Intimamente, avevo sempre avvertito l’idea che l’Etiopia fosse parte di una storia più ampia che mi riguardasse, che ci riguardasse in quanto italiani. Lo percepivo in quell’intrico di strade, piazze, monumenti e targhe intitolate agli “eroi” e ai morti dell’Africa Orientale Italiana, agli effimeri trionfi e alle umilianti sconfitte degli eserciti coloniali. Era reso esplicito da quel patrimonio smontabile e rimontabile che aveva fatto la spola tra il Corno d’Africa e l’Italia, seguendo flussi e riflussi della colonizzazione, delle sue glorie posticce e dei suoi rovesci di fortuna. Il Leone di Giuda, eretto ad Addis Abeba in occasione dell’incoronazione dell’imperatore etiope Haile Selassie nel 1930, venne trasferito a Roma dopo l’occupazione italiana della città, nel 1936, di cui ricorre quest’anno il novantesimo anniversario, e posizionato sotto l’obelisco ai caduti di Dogali, a pochi passi dalla Stazione Termini. Negli anni Sessanta ritornò in territorio etiope, dove ancora oggi campeggia di fronte alla stazione di Addis Abeba. La stele di Axum, realizzata tra I e IV secolo nell’omonimo regno cristiano, fu spezzata in tre tronconi durante la campagna d’Etiopia, trascinata fino al porto di Massaua, caricata su un piroscafo e trasferita a Napoli nel 1937. Fino al 2005, anno della restituzione, il monumento svettò in piazza di Porta Capena – sentinella a guardia di un’epoca naufragata tra i flutti del tempo – davanti al Ministero delle Colonie, poi sede della Fao, scalfito da raffiche di arma da fuoco durante la battaglia di Porta San Paolo nel 1943 e dall’inquinamento del traffico della capitale.
Intimamente, avevo sempre avvertito l’idea che l’Etiopia fosse parte di una storia più ampia che mi riguardasse, che ci riguardasse in quanto italiani
Una chiave per decodificare questo mondo incistato nelle pieghe della nostra vita quotidiana, eppure così invisibile, è la ricerca delle spoglie coloniali sopravvissute alla fine del Fascismo nelle città italiane. Di questo vero e proprio tòpos letterario, che ai resti del colonialismo restituisce visibilità e senso, si sono avvalsi, tra gli altri, Igiaba Scego in Roma negata: percorsi postcoloniali nella città (Futura, 2014) e il compianto Alessandro Leogrande ne La frontiera (Feltrinelli, 2015), fermi davanti a steli e obelischi, circondati da orde di turisti e locali totalmente indifferenti alla loro presenza. Gli italiani, vittime di un morbo che ha elevato l’oblio a condizione mentale elementare, non si accorgono che sono state proprio le loro ex colonie a diventare il principale ventre aperto delle migrazioni contemporanee, ferita che stilla sangue abbondante nel Mediterraneo. «La rimozione del passato coloniale» – scriveva Leogrande – «riguarda esattamente quelle aree che a un certo punto hanno cominciato a rovesciare i propri figli verso l’Occidente». Gli etiopi, eritrei e somali che sbarcano a Lampedusa – sostiene Scego – «sanno di essere approdati in un paese che ha fatto, nel bene e nel male, parte della storia della loro terra». Si domanda retoricamente se il contrario sia vero: «conosceva la sua storia l’Italia?».
Che gli etiopi conoscano bene, o almeno meglio di noi, la loro storia, mi appare evidente fin da subito. La mattina successiva al mio arrivo nella capitale, dopo aver percorso le strade di un’Addis Abeba battuta dalla pioggia, punteggiata da futuristici centri commerciali e ambasciate recintate dal filo spinato, visitiamo il Memoriale della Vittoria di Adua. Nella celebre battaglia, combattuta il 1° marzo 1896 – centotrenta anni fa –, l’esercito etiope dell’imperatore Menelik II sbaragliò le forze italiane capitanate dal generale Oreste Baratieri, consentendo all’impero di preservare la propria integrità territoriale e indipendenza. Il Memoriale, inaugurato nel 2024, si compone di diversi spazi dai nomi roboanti: il giardino dell’Unità, il salone degli Eroi, la piazza della Vittoria, sulla quale svetta un monumento contornato da figure armate di lance e scudi – i valorosi etiopi di Adua. Il tutto è coronato da una riproduzione del continente africano che si innalza a pochi passi dal distretto di “Piazza”, altro retaggio della presenza italiana, quasi un controcanto al memoriale.

Uomini e donne passano di fronte al Monumento alla Vittoria di Adua ad Addis Abeba. Foto di Vanni Rosini
All’interno del museo del memoriale, undici blocchi di edifici da quattro piani ciascuno, rari visitatori si muovono attraversando ampi saloni traboccanti di cimeli di guerra, ricostruzioni in miniatura del campo di battaglia, articoli di giornale tratti dalla stampa internazionale dell’epoca. Al centro di una sala, è posizionato il Negarit (“l’annunciante”), il tamburo di guerra utilizzato per mobilitare e motivare. In altri spazi sono esposte le testimonianze materiali degli anni dell’occupazione, tra le quali spicca Tsehay, il primo velivolo assemblato in Etiopia, restituito dal governo italiano quasi novant’anni dopo la requisizione da parte del regime fascista nel 1935. Quello di Addis Abeba non è semplicemente un museo sulla colonizzazione, un museo che parla degli altri – italiani, europei. Non si rivolge al passato, ma al presente della nazione, appena uscita dalla guerra civile consumatasi tra il 2020 e il 2022 nella regione separatista del Tigrè.
Il museo è (anche) un banco di prova della coesione nazionale. Nel 1896, la corona aveva da pochi anni conquistato le regioni meridionali a maggioranza musulmana dell’Oromia e dell’Ogaden. La vittoria di Adua vide per la prima volta la loro partecipazione allo sforzo bellico, sancendone l’integrazione nell’impero: gli etiopi, messe da parte differenze etniche e religiose, avevano marciato uniti contro l’invasore. La eco dell’evento travalicò i confini del paese, facendo di Adua una tappa fondamentale nella costruzione di un sentimento collettivo panafricano in opposizione all’imperialismo europeo, un sentimento precursore dell’attuale Unione Africana. Quest’ultima, nella narrazione proposta dal museo, viene presentata quale sbocco logico della resistenza all’invasore italiano ingaggiata dal popolo etiope, presentato anacronisticamente quale ente consapevole e unitario.

Il Negarit (“l’annunciante”), il tamburo di guerra utilizzato per mobilitare e motivare le forze etiopi durante la battaglia di Adua, nel 1896
L’Etiopia è, da sempre, un paese di immense differenze interne, esistenze distinte che scorrono parallele. In Il Negus. Splendori e miserie di un autocrate (Feltrinelli, 2003), il reporter polacco Ryszard Kapuściński racconta come, prima di ogni visita ufficiale dell’imperatore Haile Selassie, le province interessate venissero tirate a lucido per il suo arrivo, mettendo in piedi dei veri e propri set scenografici temporanei. In alcune regioni «la popolazione vive in uno stato quasi selvaggio, è pagana, gira nuda e, senza l’intervento della polizia, avrebbe anche potuto offendere la regalità del sovrano. In certe altre […] i contadini ignoranti sarebbero scappati a gambe levate per la paura». La vita del Palazzo reale, ove si concentrava la cerchia di servitori, funzionari e ministri del Negus Neghesti (“Re dei Re”), esisteva in sé per sé, avulsa dal resto del paese, decimato dalle carestie ricorrenti. I pochi protetti asserragliati al suo interno erano terrorizzati dall’idea di lasciare la corte e, una volta ritornati, non trovarla più, quasi fosse un miraggio.
Kapuściński scrive che negli ultimi giorni dell’Impero, spazzato via dalle mitragliatrici dei militari golpisti della Quarta Divisione nel 1974, Selassie e il suo cameriere osservassero fuori dalle finestre mandrie di mucche brucare nel giardino del Palazzo al seguito di alcuni pastori: «Qualcuno doveva aver detto loro che l’imperatore non contava più nulla e che i suoi beni erano proprietà del popolo». L’inviolabilità del Palazzo e la sacralità dell’imperatore, discendente di Re Salomone, si erano dissolte dalla mattina alla sera. Diradatesi le nebbie del mito che avevano avviluppato l’Impero millenario, l’Etiopia entrava in una nuova fase: concezioni, dinamiche e sistemi di potere mai sperimentati venivano introdotti dall’esterno. La giunta socialista del Derg aveva svuotato il palazzo, fucilato i ministri, posto fine a privilegi e corruzione, proiettando il paese entro uno spazio desacralizzato, dove la Bibbia e i profeti non erano più reali di Marx, Freud e Darwin. La Storia aveva ripreso il suo corso. La nazione-mito era finita.
La giunta socialista del Derg aveva svuotato il palazzo, fucilato i ministri, posto fine a privilegi e corruzione, proiettando il paese entro uno spazio desacralizzato
Secondo il Kebra Nagast (“Gloria dei Re”) – il testo sacro che fonda la discendenza salomonica degli imperatori etiopi – nel VI secolo l’arcivescovo bizantino di Costantinopoli Demāteyos (“Timoteo”) rinvenne un manoscritto all’interno della Chiesa di Santa Sofia. L’antico testo profetizzava che il dominio del mondo sarebbe stato diviso tra l’Imperatore della Roma d’Oriente e l’Imperatore d’Etiopia. Uscito dalle sale semivuote del museo, osservando la statua che sopra ai guerrieri di Adua raffigura l’Africa tutta, penso alle tante Etiopie disperse nel mondo: il monastero di Deir-es-sultan, i falascia dello Stato di Israele, il sepolcro del barone Ruspoli e i negletti monumenti coloniali di Roma. E all’Etiopia che incontro, con i suoi sfarzosi e deserti memoriali alle vittorie nazionali, le autostrade costruite da compagnie cinesi, le leggende di profeti, santi e reliquie rimaste a marcire in sancta sanctorum dei quali va perdendosi il ricordo. Davanti a tutto questo, mi chiedo come uno degli imperi più longevi di sempre, con la sua storia millenaria, con le sue stratificazioni da ricomporre e il suo carico forse troppo pesante di memorie da sostenere, sia potuto diventare una provincia qualsiasi del mondo.

La vista dei viali di Addis Abeba dal monumento alla vittoria di Adua. In copertina le strade di Hawassa, capitale della regione del Sidama, con la chiesa ortodossa di Debre Tsige (Monte dei Fiori) sullo sfondo. Foto di Vanni Rosini
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