La voce del malessere è la mia

Un viaggio tra fragilità e dipendenze dell’Italia contemporanea attraverso i romanzi di Bellocchio e Scomazzon

Il malessere interiore è oggi una condizione talmente diffusa da diventare la costante di tante conversazioni quotidiane. Questa precarietà sembra infiltrarsi in modo pervasivo in ogni ambito della vita, professionale o relazionale che sia, e solleva un interrogativo cruciale anche per la letteratura: come si può oggi scrivere di disagio senza cadere nel già detto? Due libri pubblicati recentemente entrano nelle maglie di questo malessere contemporaneo – due libri usciti, fatalità, lo stesso giorno, il 17 ottobre 2025: Studio privato di Violetta Bellocchio (66thand2nd) e 8.6 gradi di separazione di Giulia Scomazzon (nottetempo). In entrambi il racconto parte da un disordine, da un’instabilità psichica, e in entrambi la ricerca di un equilibrio non viene mai descritta come uno scavo introspettivo che conduce le protagoniste verso il fatidico benessere, come se ad attenderle ci fosse una redenzione, un’ascesa: è piuttosto uno scavo e basta, nonché un tentativo di osservare alcune dinamiche malate della nostra società. Uno scavo che rivela un’avversione nei confronti delle istituzioni, della comunità e, in particolare, dell’imperativo della guarigione.
 

In una precarietà interiore che sembra onnipresente, come si può scrivere di disagio senza cadere nel già detto?


In Studio privato la voce narrante è quella della stessa Violetta, che attraversa profonde crisi d’identità in varie fasi della vita e che decide di intraprendere un percorso terapeutico. La sua storia avviene a Milano, città rappresentata come non mai nel suo grigiore e nella sua brutale indifferenza: una «griglia limitata» in cui il malessere della protagonista viene liquidato da diagnosi lampo e meri dosaggi farmacologici, poi messo a profitto da una rete di pseudo-medici che affianca prestando – in nero – un improvvisato supporto psicologico a pazienti (o meglio clienti) d’alto bordo. La narrazione non si concentra però tanto sulle vicissitudini esterne alla protagonista, quanto più su una mappatura minuziosa, anatomica dei suoi pensieri, anche quelli più intrusivi, immergendoci nel suo flusso di coscienza: una spirale che risulta a tratti claustrofobica.


Scatto di Yfan Lai via Pexels


Il titolo Studio privato non si riferisce infatti solo all’ambiente clinico, ma si trasforma in un vero e proprio spazio mentale in cui Violetta si trova rinchiusa, e con lei anche il lettore. È in questo spazio, così intimo e all’apparenza impenetrabile, che la protagonista rivive le sue esperienze, dal liceo ai primi lavori nell’industria culturale, i suoi ricordi, quelli più traumatici, quelli familiari e sentimentali, i suoi dubbi; descrive scenari onirici, si lancia in riflessioni vorticose sulla sua percezione del mondo, così disorientata ma altrettanto acuta («La parte brutta è quando ti rendi conto che per dovere di cronaca la storia si riduce tutta quanta a una questione di “se”»). È sempre in questo spazio che illustra inoltre la preoccupante duplicità a cui è sottoposta, smascherando il paradosso per cui fragilità psichica e opportunismo professionale possono a volte incrociarsi, senza fare sconti.
 

Non è possibile che la stessa persona – la stessa donna, incidentalmente – sia stata scambiata per pazza e scambiata per sana durante gli stessi mesi nella stessa città. O meglio, è possibile, ma non è credibile. E da scrittore una delle prime cose che impari è la coerenza interna al mondo raccontato – se ti inventi una storia, la storia deve suonare credibile: si chiama «sospensione dell’incredulità». Da scrittore, però, se rileggo quest’ultimo paio di pagine non mi preoccupo della credibilità quanto della plausibilità di tutta la baracca: manca solo il carceriere col passamontagna che si porta un dito alle labbra facendo il gesto del silenzio («ssst»), ma la sensazione è quella di trovarmi davanti a un trial clinico premeditato, progettato in un laboratorio per cavie umane: lo scopo dell’esercizio è stabilire l’esatta quantità di improvvise bastonate indipendenti e consecutive che il soggetto riesce a incassare prima di perdere la testa. Pronti, partenza ––


Attraverso la storia di Violetta, Bellocchio rivela la Milano della produttività come ingranaggio nocivo che trasforma tanto la precarietà, quanto la salute mentale in merce da fatturare. Ne denuncia aspramente anche gli ambienti artistici e intellettuali: perché in certi circuiti tutti sono amici di tutti, si moltiplicano le amicizie, sì, ma quelle vere non esistono, si è fondamentalmente soli («il tipo di solitudine che associavo a una bambina che viveva da sola all’ultimo piano di un hotel di lusso»). In una città scomparsa, nella tela di un mercato del benessere cinico e spietato, ciò che solo conta è essere performanti – per l’empatia e l’ascolto autentico non c’è posto.
 

Cosa succede se fuori posto ci sei tu? Cosa succede se il sangue elettrico che è la tua città – la cosa che ti ha plasmato dentro e fuori – sta venendo diluito intorno a te, le pareti di cartone che si cancellano con un colpo di frusta? Cosa succede se rimani tra una porta di vetro e la successiva, con il corpo giusto nel contesto sbagliato? Diventi una sentinella senza missione e senza il suo angolo di strada. Diventi una spia russa che aspetta il prossimo incarico in una città che non esiste più.


L’autrice tratteggia la sfocatura della protagonista scardinando l’idea che il malessere sia una condizione statica e rendendolo processo di creazione: un’osservazione chirurgica in cui la narratrice esamina sé stessa e i propri strappi emotivi, dà voce a frammenti d’identità e riferisce ciò che accade mentre lo percepisce, mentre cerca di sopravvivere.

Una scrittura che Bellocchio, lo ricordiamo, aveva già sperimentato nel suo romanzo d’esordio Il corpo non dimentica (Mondadori, 2014 – ripubblicato il 12 giugno 2026 da 66th&2nd), dove racconta dei suoi anni da alcolista: il suo è un mémoire in cui cerca di ricostruire un vero e proprio “buco nero”, tre anni da binge drinker, scheggiati, violenti, dolorosi, attraverso una voce narrante che si manifesta sempre nella sua schiettezza implacabile per raccontare di come «una ragazza ubriaca, una che beve» possa essere «la sua colpa e la sua vergogna»: 
 

Non si diventa alcolizzare per caso.
Ci sono ragazze che un po’ ci finiscono, vero, che percorrono il sentiero per sbaglio. Loro smettono senza problemi; “due birre e parto” dicono, “non mi piaccio quando bevo”. Tac, smesso. Brave queste ragazze.
Una come me, invece, si sceglie un destino di degradazione e bottiglie mai rotte. Perché serve grande forza di volontà per continuare a bere, passato un certo punto. E il metodo aiuto. 


E, come in Studio privato, lo fa con una prosa magnetica in cui l’io si muove polimorfo attraverso sequenze sincopate, non lineari: riflette così la complessità di una psiche che ha, come suggerisce il dottor Dodici Pazienti al Giorno, «finito la benzina» e non riesce più a stare al passo con il presente, terrorizzata dal futuro.

Se in Studio privato di Violetta Bellocchio il malessere si muove in città di studio in studio, e se ne Il corpo non dimentica diventa per l’autrice lo stigma dell’alcolismo sulla propria pelle, nel romanzo 8.6 gradi di separazione di Giulia Scomazzon questi due binari – il disagio psicologico e la dipendenza – convergono e si riversano di grado in grado negli spazi del quotidiano, trasformando la dipendenza in una lente d’ingrandimento sulle nostre fragilità. L’8.6 del titolo non fa riferimento solo alla gradazione alcolica della birra Bavaria, ma è la misura della distanza tra la protagonista e una vita che possa dirsi realizzata. Lontano dalla frenesia della città, 8.6 gradi di separazione ci porta nella placida provincia del nord est, tra Vicenza e Padova. Qui seguiamo le vicende di Alice, un’insegnante poco più che trentenne che, dopo la fine della sua relazione tormentata con Giacomo e un incidente quasi mortale, si ritrova costretta a fare i conti con un consumo di alcolici ormai decennale.


Scatto di Burak Argun via Pexels


In bilico tra scanzonature e critiche sociali molto lucide, la protagonista – che parla al lettore di nuovo in prima persona – porta avanti una specie di soliloquio in cui ogni aspetto della sua esistenza viene smantellato: l’amore del suo compagno Giacomo, che con la sua smania di cura, i suoi giudizi e le sue pretese di rieducazione non fa altro che controllarla, oltre che esasperarla («“Trasformi tutto in una sentenza, una condanna, una rieducazione, una rottura di coglioni infinita”»); la sua amicizia con Giulia, persona apparentemente risoluta, «una specie di Thatcher o Merkel però di sinistra», con cui tutto sommato non crede di avere grandi cose in comune, ma da cui vuole sentirsi approvata; o ancora le sedute con lo psicologo F., troppo invadente rispetto a certe dinamiche disfunzionali della sua vita, come il rapporto di co-dipendenza che la tiene legata a Giacomo, e con la psichiatra C., che la indispone sin dal primo minuto di colloquio portandola però a un «impulso confessionale disperato e cattolicissimo». Quello di Alice non è un classico iter di disintossicazione, bensì un percorso discontinuo e rassegnato, in cui tenta di resistere con qualsiasi mezzo e pretesto alla necessità della sobrietà: l’abuso di alcol non è un evento straordinario, ma un brusio di fondo che diventa l’unica sostanza capace di riempire il vuoto.


Non credo di meritarmi l’etichetta di alcolizzata, né allora né oggi, però riconosco che durante le vacanze di Natale che hanno anticipato lo scoppio d’ira di Giacomo e la fine di due anni di convivenza mi sono comportata proprio come una stupida alcolizzata. Non ho nemmeno provato a mantenere le apparenze: il 22 dicembre ho staccato dal lavoro alle quindici, ho fatto un salto al bar tabacchi gestito dai cinesi sotto casa e ho comprato due pacchetti di Camel Blue, una confezione di cartine lunghe e ho ordinato uno spritz Campari senza ghiaccio che ho bevuto fuori dal locale, al freddo, per poter fumare quelle due sigarette che mi rendono sopportabile il sapore amarotico del bitter – lo tollero solo perché aumenta la gradazione alcolica a costi enormemente contenuti, da queste parti. Alle sedici, dopo l’aperitivo in solitaria passato giocando a tetris sul cellulare, ho fatto tappa al supermercato e ho acquistato due bottiglie di prosecco in offerta e otto lattine di birra doppio malto. Le mie amate Bavaria 8.6.


In sospeso tra la negazione ironica della sua dipendenza e il logoramento di un quotidiano vissuto nell’anonimato, Alice coltiva una radicale vocazione alla dissoluzione, sebbene a volte senta la necessità di depistare le cassiere del Famila aggiungendo nel carrello barrette e polenta istantanea – una donna che beve è sempre più disdicevole di un uomo che beve, ci suggerisce Scomazzon, facendo eco a Violetta Bellocchio ne Il corpo non dimentica –, o di rendere conto degli episodi di non-sobrietà agli sgangherati compagni del circolo Alcolisti Anonimi.


Scatto di Burak Argun via Pexels


A differenza della protagonista di Studio privato, quella di 8.6 gradi di separazione vive il suo disagio esistenziale fuori dall’ambiente clinico, esposto sotto le luci dei non-luoghi: le corsie dei supermercati, i bar tabacchi, i parcheggi. Persino le aule scolastiche possono accoglierla nel suo sentirsi fuori fase, circondata da adolescenti vittime di un malessere «infantile e nichilista» che tanto le ricorda il suo. La parabola discendente di Alice si consuma così, tra sensi di colpa e vergogna, tra le pieghe di una provincia veneta che ristagna, ma che al tempo stesso le consente di mimetizzarsi, circondata da amici bevitori, nella rassicurante e incontestata routine degli aperitivi («Vivo in un posto dove vige un’ampia indulgenza rispetto al consumo quotidiano ed eccessivo di alcol»). Con lucidità sagace e pungente, Giulia Scomazzon racconta la dipendenza non come un vizio da estirpare, quanto piuttosto come una caparbia strategia di autoconservazione. In questo, la sua scrittura è misurata e scevra di ogni pietismo, capace di restituire un’immagine onesta, spesso umoristica, di come sia possibile abitare la propria «angoscia triste» senza giudizi morali né autocommiserazioni.
 

Non posso sperare di liberarmi della schiavitù dell’alcol proibendomi di bere da sola e scegliendo di limitare il suo uso ai momenti di socialità, perché in me rimarrebbe quella tentazione all’autodistruzione che è l’origine del male dell’alcolismo. E poi, chissà, forse i miei amici sono degli alcolizzati come me, ma non lo realizzano ancora. Gli A. A. insinuano dubbi e annusano vizi morali dietro a ogni brindisi conviviale perché sono degli oltranzisti della sobrietà. Per una persona sconclusionata e volubile come me è difficile non trovare qualcosa di abnorme, in bilico tra il mostruoso e il ridicolo, dietro a questo purismo.


Pur partendo da coordinate sociali e geografiche diverse, Studio privato e 8.6 gradi di separazione convergono in un ritratto disincantato del nostro tempo e in un tentativo di guardare in faccia alle proprie vulnerabilità e sofferenze, senza tuttavia farsi schiacciare. In Bellocchio, lo stare male è oggetto di indagine clinica, un malaise che si consuma negli studioli asettici di una città senz’anima, dove l’analisi esasperata e il ricorso ai farmaci provano a dare un nome a una crepa che sembra ormai insanabile. In Scomazzon, invece, lo stare male non cerca una diagnosi, bensì un’anestesia: si infiltra nel rito della birra da discount, dell’aperitivo, e in un’ironia che funge da ultima linea di difesa, muovendosi sfuggente dal circolo degli Alcolisti Anonimi allo studio di psicologi e psichiatri.
 

In Bellocchio lo stare male è oggetto di indagine clinica, mentre in Scomazzon per questo malessere non si cerca una diagnosi, bensì un’anestesia


Tra la metropoli della performance e la provincia dell’abbandono, le due autrici sembrano dirci insomma la stessa cosa: che stare male, oggi, non è un’anomalia da curare a tutti i costi, ma una condizione di cui dobbiamo essere anzitutto consapevoli e con cui sarebbe bene imparare a convivere. Non è detto che ci sia per forza una guarigione, né un riscatto risolutivo: quello che resta è il racconto nero su bianco di chi, attraverso la scrittura, prova a delineare i confini di un vuoto in cui la società contemporanea preferisce non specchiarsi.


In copertina una fotografia di Dmitri Roshchupkin, qui sopra uno scatto di ProtSilver Chen


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