Centocinquant’anni di sconfitte

A 150 anni dalla battaglia di Little Bighorn gli Stati Uniti non hanno ancora imparato a elaborare colpe e fallimenti

«L’unico indiano buono è un indiano morto». La citazione, tanto celebre quanto brutale, è attribuita al generale Philip Sheridan e riassume con lampante chiarezza l’orizzonte ideologico dentro cui maturò la conquista del West. Che Sheridan l’abbia pronunciata davvero o che sia il frutto di una semplificazione successiva, poco cambia: quelle parole restituiscono il clima politico e culturale dell’epoca – l’epoca della mitologica conquista del selvaggio Ovest –, segnato dalla convinzione che i popoli nativi fossero un ostacolo da rimuovere, una pietra d’inciampo sul sentiero della grande democrazia americana.

Si era chiusa da un decennio la Guerra Civile che aveva rischiato di frammentare l’unità della federazione e che aveva lasciato sui campi di battaglia almeno 600mila cadaveri, quando gli Stati Uniti, nel disperato bisogno di ricompattarsi, avevano convenuto che dopo il conflitto Nord-Sud era proprio all’Ovest che bisognava guardare per rinsaldare la propria vocazione civilizzatrice. È in questo contesto di rampante ottimismo che il paese conobbe la più grave sconfitta militare della propria storia: la battaglia di Little Bighorn. La battaglia fu un enorme trauma per il popolo americano e come spesso accade con i traumi, l’elaborazione non fu semplice.


“La battaglia di Big Horn”, una stampa di Kurz & Allison conservata alla Biblioteca del Congresso, sotto all’illustrazione reca la seguente descrizione: «25 giugno 1876. Il generale Custer, i suoi due fratelli, suo nipote e tutti i suoi uomini (7° cavalleria) furono uccisi» 



Sulle rive del fiume Little Bighorn
La vicenda è nota: il 25 giugno del 1876 il Settimo reggimento di cavalleria guidato da George Armstrong Custer venne annientato dalle forze riunite di Lakota, Cheyenne e Arapaho, guidate da figure leggendarie come Toro Seduto e Cavallo Pazzo. Ma quella battaglia non fu un episodio capitato all’improvviso, fu l’esito di anni di promesse tradite e di un conflitto sempre più aperto tra il governo federale e le nazioni delle Grandi Pianure. Il trattato di Fort Laramie del 1868 aveva riconosciuto ai Lakota il controllo delle Black Hills e di un vasto territorio circostante, garantendo che quei territori sarebbero rimasti inviolabili. La scoperta dell’oro nel 1874 da parte dei bianchi, in occasione di una spedizione guidata dallo stesso Custer, rese però quelle garanzie carta straccia: migliaia di cercatori invasero le terre protette, mentre il governo di Washington guidato dal presidente Ulysses S. Grant oscillava tra l’incapacità e la mancanza di volontà di fermarli. Quando i gruppi Lakota e Cheyenne che ancora vivevano al di fuori delle riserve rifiutarono di entrarvi, pensando che la vita libera fosse loro garantita dai trattati, il governo scelse la via della forza.
 

Il trattato di Fort Laramie del 1868 aveva riconosciuto ai Lakota il controllo delle Black Hills, ma la scoperta dell’oro nel 1874 da parte dei bianchi rese quelle garanzie carta straccia


La campagna militare del 1876 rappresentò dunque il tentativo dell’esercito statunitense di risolvere militarmente una questione che la politica non era stata in grado – o non aveva voluto – affrontare. Il piano prevedeva l’avanzata di tre colonne convergenti dai forti dei territori di Dakota, Wyoming e Montana, per accerchiare e costringere alla resa le bande considerate “ostili”. Fu in questo contesto che Custer, alla guida di uno dei reggimenti delle giubbe blu, giunse sulle rive del Little Bighorn: quando ricevette dai propri scout la notizia dell’avvistamento di un grande accampamento indiano credette di trovarsi di fronte all’occasione perfetta di conquistare la gloria. Trovò però un nemico inaspettatamente numeroso e coeso: migliaia di guerrieri nativi, non poche centinaia come credeva. Decise, inoltre, di dividere il reggimento in più battaglioni. Gli schieramenti guidati da Reno e Benteen si trovarono presto in difficoltà, subendo pesanti perdite e ripiegando su posizioni difensive. La colonna guidata da Custer, invece, fu completamente annientata.


La morte del generale Custer per mano di un nativo americano in una rievocazione durante il Wild West Show di Pawnee Bill (Siegel, Cooper & Co, 1905)


Per l’opinione pubblica americana la disfatta, con i suoi 268 morti, fu uno shock tremendo: gli Stati Uniti si percepivano ormai come una nazione sospinta dal proprio Destino Manifesto – l’idea che il paese dovesse espandersi per mandato divino – e lanciata a briglie sciolte verso Occidente convinta della superiorità della propria tecnologia, del proprio esercito e della propria missione storica. Little Bighorn fu la scoperta improvvisa della vulnerabilità. Il mito dell’invincibilità, ancora in formazione, conobbe una clamorosa incrinatura. Little Bighorn è spesso ricordata come l’ultima grande disfatta militare dell’esercito statunitense sul suolo continentale americano. Con l’eccezione di Pearl Harbor – nelle Hawaii, che nel 1941 erano un territorio e non ancora uno Stato federato – nessun’altra sconfitta subita in patria ha avuto un valore simbolico comparabile. Non tanto per il numero dei caduti, quanto per il crollo di una certezza: l’idea che la forza basti sempre a piegare chi resiste. Dio era dalla loro parte, ma non era bastato.

A vincere quella battaglia furono gli indiani. E qui sta il paradosso: la sconfitta degli americani a Little Bighorn accelerò la sconfitta politica e militare dei nativi. Il governo di Washington, incapace di accettare una sconfitta, reagì intensificando le campagne contro le nazioni delle Pianure, aumentando la pressione sulle riserve e completando l’occupazione delle Black Hills, il territorio sacro dei Lakota. Dopo la sconfitta di Custer non serviva più girarci intorno: la presenza indiana, di cui l’opinione pubblica aveva scoperto il valore e l’orgoglio, era un ostacolo al progresso a cui la nazione americana riteneva di essere chiamata. La repressione si intensificò. Nel giro di pochi anni la resistenza indigena venne spezzata. La disfatta campale di Little Bighorn spalancò le porte al compimento di un genocidio.

Sconfitta, responsabilità, colpa
Gli Stati Uniti si sono dimostrati a più riprese incapaci di elaborare le proprie colpe, ma quella sconfitta in particolare avrebbe dovuto costringere Washington a interrogarsi sulle responsabilità. Little Bighorn fu il prodotto di una lunga catena di errori politici, avidità economica, arroganza militare, prepotenza ideologica. I paragoni con la guerra in Iran, per certi aspetti, sembrano inevitabili. Nel 1876 Custer sottovalutò il nemico, ignorò la complessità dello scenario, le motivazioni dell’avversario, cercò una vittoria rapida, spettacolare, personale. La sua figura ha qualcosa di sorprendentemente moderno: culto dell’immagine, ricerca del colpo teatrale, disprezzo delle analisi e dei trattati, convinzione che il carisma individuale basti a piegare la realtà. Un parallelo con Donald Trump, pur con tutte le inevitabili differenze storiche, non sembra così forzato o arbitrario. Entrambi incarnano un nazionalismo fondato sull’idea che aggressività e audacia sostituiscano il diritto, il dialogo, il buonsenso.


Manifestanti bruciano la bandiera a stelle e strisce durante una protesta a Teheran nel gennaio 2026. Foto di Tawseef Ahmad



È cronaca di questi giorni il fallimento – non può essere definito altrimenti – del conflitto scatenato da Trump contro l’Iran: nessun obiettivo militare raggiunto, rapporti con gli alleati incrinati, isolamento internazionale, condizioni economiche disastrose. Appare difficile immaginare come potrà convincere il proprio elettorato del successo di questa iniziativa militare. Dato il profilo psicologico del personaggio è inverosimile pensare a un’ammissione di colpa, a un’assunzione di responsabilità. È illogico attenderselo da Trump, ma è insperato aspettarlo anche dall’America. Perché se a tratti l’unica angolazione per comprendere le motivazioni di questa guerra sono stati l’egotismo e la volubilità (la follia) del presidente Usa, non va sottovalutato il peso storico e culturale di quella missione che da sempre gli Stati Uniti si sono auto-assegnati. Torniamo appunto all’idea di un Destino Manifesto, per riesumare ancora una volta la fortunata espressione che il giornalista John L. O’Sullivan coniò alla metà dell’Ottocento, ai tempi dell’annessione del Texas e dell’accelerazione del processo di espansione verso Ovest.

Gli Stati Uniti sono incapaci di accettare la propria fallibilità e le proprie colpe? Nel corso del Novecento si sono trovati a più riprese a scansare un’analisi, a evitare di fare i conti con i propri orrori. È abbastanza sorprendente ad esempio che le bombe su Hiroshima e Nagasaki – centinaia di migliaia di morti civili in poche ore – non siano state oggetto di una seria riflessione collettiva. È normale che l’America, che grazie al cinema e alla propria potenza culturale e narrativa ha prodotto le storie che hanno forgiato il nostro immaginario, non abbia mai realizzato un kolossal su quella strage? Il recente Oppenheimer di Christopher Nolan, in ogni caso voluto e sceneggiato da un autore britannico, analizza la responsabilità di un singolo uomo, non mette in discussione la bontà di un popolo.
 

Gli Stati Uniti sono incapaci di accettare la propria fallibilità e le proprie colpe? 


Incomparabilmente meno potente a livello di diffusione, ma la grande letteratura americana è sempre stata più audace di Hollywood: solo per citare pochissimi esempi, basti pensare a Mattatoio n.5 di Kurt Vonnegut, uscito nel 1969, che in modo visionario mostrò il dramma della devastazione di Dresda, incenerita, con i suoi abitanti, dai bombardamenti alleati durante la Seconda Guerra Mondiale. Norman Mailer con Il nudo e il morto demolì l’idea dell’eroismo bellico statunitense; recentemente echi di queta vergogna i lettori italiani hanno potuto trovarli in Tattoo di Earl Thompson (pubblicato in prima edizione nel 1973 ma da poco tradotto in Italia da Tommaso Pincio per Gramma Feltrinelli) che attraverso il dispositivo del romanzo di formazione evoca l’immoralità della vita militare e la brutalità della guerra in Corea.


Una fotografia dell’ultima riunione nelle Black Hills dei sopravvissuti della battaglia dell’Erba unta, secondo il nome con cui il popolo Lakota chiamava il territorio bagnato dal Little Bighorn, scattata il 2 settembre 1948



Gli Stati Uniti d’America hanno vagamente e pubblicamente messo in dubbio sé stessi solo una volta, con la guerra in Vietnam: la follia del conflitto, e ancor più gli effetti impossibili da nascondere alla società civile in patria (quante narrazioni ci mostrano, ancora oggi, i veterani di quella guerra?) hanno trovato ampio spazio nel cinema. Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, ad esempio, potrebbe quasi parere una presa di coscienza collettiva. Forse uno dei rari momenti, dalla Dichiarazione d’Indipendenza a oggi, in cui una consistente fetta di America è apparsa disposta a riconoscere di aver perso e di essersi sbagliata. Resta, comunque, un’eccezione motivata dai tempi: erano anni di contestazione giovanile, epoca di cambiamenti sociali radicali e di nuove lotte politiche.
 

Ancora oggi, gli Stati Uniti possono minacciare l’invasione della Groenlandia, possono catturare Maduro in Venezuela. Fa parte della loro chiamata messianica


È probabile che l’elettorato statunitense, adesso, volti le spalle a Trump, ma l’opinione pubblica farà pagare al presidente il disastro economico, non l’idea in sé di un attacco all’Iran. Sarebbe troppo ottimista credere che gli Stati Uniti, nel profondo, non si sentano in diritto di affermare la propria superiorità. D’altronde possono minacciare l’invasione della Groenlandia, possono catturare Maduro in Venezuela. Fa parte della loro chiamata messianica. Nel 1893, durante l’Esposizione Universale di Chicago che celebrava i quattrocento anni dalla scoperta dell’America, lo storico Frederick Jackson Turner pronunciò la celebre “Tesi della frontiera”, una delle teorie che maggiormente avrebbe influenzato la storia degli Stati Uniti. L’origine della democrazia americana – quel carico di innovazione, intraprendenza, libertà individuale e violenza – secondo Turner, è inevitabilmente legata al processo di civilizzazione del Far West. La conquista del continente ha plasmato la mentalità di un popolo. Gli Usa, anche compiuta la colonizzazione del continente da costa a costa, hanno conservato questi tratti fondamentali. Sconfitte o meno, non è mai stata messa in dubbio la direzione da seguire.

Rileggere la disfatta
Per decenni, dopo le cosiddette Guerre Indiane e la disfatta di Little Bighorn, gli Stati Uniti preferirono rinunciare all’analisi della sconfitta e trasformarono Custer in martire. La cultura popolare favorì a lungo questo processo, a cominciare dall’opera di Libbie Custer, vedova della “vittima sacrificale”, che si prodigò nella glorificazione del marito. In seguito i tentativi di rilettura furono tardivi e parziali. Film come La storia del generale Custer di Raoul Walsh (1941) presentano ancora un Custer eroico e romantico; Il massacro di Fort Apache di John Ford (1948) rielaborò il mito in chiave leggermente più ambigua; dovremo aspettare gli anni Settanta – quelli, appunto, della contestazione giovanile e del Vietnam – per assistere, con Soldato blu di Ralph Nelson e con Piccolo grande uomo di Arthur Penn, a un tentativo di capovolgere le prospettive e mostrare la violenza dell’espansionismo bianco. Anche la letteratura, dopo un secolo di romanzetti sciovinisti, ha rimesso in discussione la leggenda: basti pensare a Dee Brown e al celebrato Seppellite il mio cuore a Wounded Knee (Mondadori, pubblicato per la prima volta nel 1970), o a Larry McMurtry, grande cantore di un West crepuscolare, che nei suoi libri su Cavallo Pazzo (pubblicato in Italia per Einaudi nel 2025) e Custer (appena uscito, sempre per Einaudi) ha consegnato ai lettori una versione meno folkloristica e pienamente tragica di quelle vicende.


Il monumento a Cavallo Pazzo in costruzione dal 1948. Foto di Karlee Heck



Anche i monumenti, oggi, raccontano questa contesa di identità. Nelle stesse Black Hills sorge il celebre Mount Rushmore National Memorial, gigantesco altorilievo dei presidenti americani scavato nella montagna sacra ai Lakota: una colossale celebrazione della Repubblica edificata sul territorio sottratto ad altri. Poco distante, dal 1948, si lavora al Crazy Horse Memorial, immenso monumento ancora incompiuto dedicato a Cavallo Pazzo. Un contro-monumento, si potrebbe dire: non la gloria dei vincitori, ma la persistenza dei vinti che rifiutano di scomparire. Una pietra d’inciampo scavata nella roccia.
 

L’epoca della conquista della Frontiera è un esemplare conflitto di orrori e di colpe mai elaborate


Oggi il Little Bighorn Battlefield National Monument, il memoriale edificato sul terreno della battaglia, ricorda sia i soldati caduti sia i guerrieri indigeni. L’epoca della conquista della Frontiera è un esemplare conflitto di orrori e di colpe mai elaborate. E la battaglia di Little Bighorn continua a parlare dell’America proprio per questo: non è solo un episodio leggendario della storia del West, ma lo specchio di un’identità violenta mai rinnegata.

 

Daniele Pasquini (1988) è autore dei romanzi western La fine della frontiera (NN Editore, 2026) e Selvaggio Ovest (NN Editore, 2024), vincitore del Premio Selezione Bancarella. In copertina il Monte Rushmore in una foto di Tom Fisk


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