La strada verso casa
Alla ricerca di un luogo a cui tornare nel mondo apocalittico di Diluvio, tra catastrofi naturali e umanità al collasso
La seconda opera di narrativa dell’autore e giornalista statunitense Stephen Markley, lunga 1300 pagine e uscita per Einaudi nel 2024 con la traduzione di Cristiana Mennella e Manuela Francescon, racconta la crisi climatica attraverso un’ampia gamma di protagonisti, seguendo un arco temporale che va dal 2013 al 2039. Diluvio, per niente ottimista e spesso asfissiante, è una cronaca scorrevole e un romanzo corale, stratificato, che connette le relazioni tra i personaggi e i drammi che ne scaturiscono agli eventi climatici che nell’arco di trent’anni portano il pianeta sull’orlo della fine. E lo fa senza mai scadere nel catastrofismo, anzi inoltrandosi abilmente in tecnicismi e lunghe disamine; così Diluvio ci parla di cosa significhi abitare e del fatto che, come specie, non riusciamo a immaginare un mondo senza di noi.
Perché anche chi capisce la scienza, chi è spaventato al massimo, nega. Quando sentii parlare per la prima volta dei «Robin Hood ambientalisti» che facevano saltare gli oleodotti nelle pianure, mi chiesi quanto bisognava essere folli per fare una cosa simile, ma in realtà il pazzo ero io. Avevo vissuto tutta la vita pensando che non fosse un problema.
Markley aveva iniziato a progettare Diluvio ben prima del suo esordio Ohio, iniziando la stesura del romanzo nel 2010, per arrivare pubblicarlo più di dieci anni dopo. L’opera inizia dal punto di vista di Tony Pietrus, un oceanografo preoccupato dalla sua più recente scoperta. I clatrati di metano negli abissi oceanici da lui studiati, infatti, si stanno comportando in modo anomalo. Secondo Pietrus, questo comportamento è sintomo di qualcosa di irrimediabile e allarmante per tutto il pianeta, dal punto di vista climatico. Proprio mentre osserva gli ultimi dati, Pietrus riceve una busta da un mittente sconosciuto. Lo scienziato allerta le autorità perché pensa di essere stato esposto a delle spore di antrace, dando così il via a una serie di eventi che lo porteranno a essere sempre di più coinvolto nella discussione sulla crisi in corso.
Pietrus è uno dei personaggi principali, che ricomparirà secondo un ritmo casuale. Con lui, altri protagonisti si alterneranno sulla scena: Kate, fervente ambientalista che diventerà leader di un movimento globale; Shane, madre single che insieme a un piccolo gruppo di persone organizza atti di ecoterrorismo; un geniale matematico di nome Ash-al Hasan; un tossico di nome Keeper che seguiamo dall’adolescenza fino al periodo di disintossicazione. Questi individui e altri ancora, le cui voci ci vengono consegnate da Markley di caso in caso in prima o terza persona, compaiono sia come protagonisti dei propri capitoli che come presenze secondarie nei brani destinati ad altri personaggi. In questo mosaico si inseriscono articoli di giornale, stralci di notizie e misteriosi box a margine delle pagine, scritti dal punto di vista di un ulteriore narratore che sembra osservare la scena da una prospettiva futura. La vera natura di quest’ultimo stratagemma narrativo, presente fin dai primi capitoli, ci verrà svelata solo a fine romanzo.
Markley dipinge calamità naturali come tempeste di sabbia, inondazioni e incendi. Com’è ovvio che sia, collateralmente al disastro ambientale compaiono rivolte, saccheggi, l’ascesa di un governo tecnofascista che riduce sempre di più gli spazi democratici, mentre le intelligenze artificiali cominciano a erodere un poco alla volta il concetto di realtà e sicurezza. L’informazione è costantemente stravolta, le speranze della popolazione non sono che un gioco per chi sta al potere.
Non esistono in Diluvio un prima e un dopo; esiste solo lo stillicidio a cui assistiamo, paradossalmente, a una velocità raddoppiata
Ma il messaggio cruciale nel romanzo è che non c’è un punto di svolta epocale nella lunga cronaca del disastro. Non esistono in Diluvio un prima e un dopo; esiste solo lo stillicidio a cui assistiamo, paradossalmente, a una velocità raddoppiata. Non per questo si tratta di una catastrofe silenziosa: il romanzo di Markley è terrificante. Quanto leggiamo è vivido, descritto in modo accurato e spesso basato su informazioni di cui oggi siamo già a conoscenza. I drammi e gli intrighi che legano i personaggi spesso sfociano in atmosfere da thriller, con un’ambientazione apocalittica. Il primo paragone che viene in mente è con L’ombra dello scorpione di Stephen King, storia di una pandemia virale che si diffonde dopo la dispersione di un’arma battereologica da un laboratorio statunitense. La lenta e folle discesa verso il collasso, una lunga schiera di personaggi che tutto sono tranne che eroi, e la catastrofe che ha in entrambe le storie un effetto disarmante, inarrestabile di fronte agli sforzi umani. E in entrambi i romanzi sono le speranze concrete e gli atti di chi vive l’apocalisse a dimostrare che anche durante la fine del mondo c’è qualcosa a cui essere attaccati, e quindi qualcosa di cui continuare a raccontare.
Sull’autostrada a ovest tra le pianure del Missouri, il cielo era di un colore che lei non aveva mai visto, uno scarlatto arterioso, infernale. Secondo la radio, era terra che il vento fortissimo aveva strappato dalle radici e trasportato verso il cielo. Shane sapeva che il colore era il risultato dei granelli di quelle galassie di polvere che davano spettacolo con la luce del sole agli sgoccioli. Dava consistenza all’aria. L’atmosfera fibrosa nell’avvicinarsi all’Ade.
La voce narrante è immediata, diretta nel raccontarci cosa sta accadendo e nel suggerire l’assenza di una soluzione alla crisi che ci viene presentata. Complice di questa immediatezza è il ritmo serrato degli avvenimenti, il susseguirsi di disastri su scala globale e nelle vite dei protagonisti. Immediato, tuttavia, non significa banale. La scrittura di Markley è minuziosa e talvolta lirica, soprattutto nel modo in cui questi scenari ci vengono descritti. Il pianeta in Diluvio è un luogo meraviglioso che, come nei testi di Shane prima citati, ha assunto ormai la consistenza dell’Ade. Anche gli atti più cruenti e feroci possiedono in questo romanzo un’atmosfera a tratti onirica, che va ad accentuarsi mano a mano che si procede verso la fine, un modo di raccontare che fa da contraltare alle dissertazioni logiche e scientifiche del romanzo.

Vista aerea di un’area alluvionata a Kijal, in Malesia, nel 2021. Foto di Pok Rie/Pexels
L’abitare, le nostre case, le relazioni umane e ovviamente il pianeta intero sono concetti cruciali in Diluvio. L’idea stessa di casa viene pian piano erosa dagli eventi. Il romanzo prende le mosse da alcuni grandi cambiamenti che riguardano la famiglia di Pietrus e proseguono fino al momento in cui una famiglia dovrà evacuare la propria abitazione dal tetto, mentre l’acqua, che per molto tempo era stata bramata perché scarseggiava, li assedia senza pietà. Allo stesso tempo i governi che si susseguono minano il concetto di cura, sicurezza e rispetto per la vita altrui. Durante la più grande protesta mai tenuta riguardo la crisi climatica, capeggiata da Kate Morris, molte famiglie abbandonano le proprie case e si spostano in strada, andando a costruire un enorme accampamento di fronte alla Casa Bianca. Non solo i governi, ma anche i protagonisti stessi, spinti al limite, si troveranno a compiere scelte paradossali, che sembrano andare contro i loro interessi.
La fine del mondo è qualcosa di profondamente connesso alle nostre vite, ma che appare distante finché gli effetti non diventano estremamente visibili
Il problema in uno scenario così complesso, sembra dirci Markley, è che nessuno sa davvero contro cosa sta combattendo. Da quando Pietrus si rende conto del significato funesto dei dati analizzati nel suo studio, non esiste più una soluzione definitiva per ciò che sta avvenendo nel pianeta, e sempre di più i protagonisti hanno l’impressione di stare affrontando una corsa contro il tempo. La fine del mondo è qualcosa di profondamente connesso alle loro (alle nostre) vite, ma che al tempo stesso appare distante finché gli effetti non diventano estremamente visibili. Lo storico indiano Dipesh Chakrabarty, in uno dei due saggi raccolti da nottetempo in Clima, Storia e Capitale (2021, tradotto da Andrea Aureli e a cura di Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi), scrive:
I geologi e gli scienziati del clima possono essere in grado di spiegare perché l’attuale fase del riscaldamento globale – diversamente che in passato – sia di natura antropogenica, ma la crisi che ne deriva per gli umani non è comprensibile se non se ne colgono le conseguenze.
Sembra impossibile immaginare un mondo che non ci appartenga, un Mondo senza di noi, titolo di un altro essenziale saggio sul tema, firmato da Alan Weisman. L’opera del giornalista statunitense è nichilista e pragmatica nel raccontare il modo in cui, una volta avvenuta una qualsiasi catastrofe, lentamente la specie umana lascerebbe di nuovo posto alla natura e a creature diverse da sé stessa. Come in Weisman, non c’è traccia di malinconia nella narrazione di Markley, e nessuna volontà di immaginare uno scenario differente. Al contrario, più personaggi provano nel romanzo a trovare una soluzione, e altri nemmeno vogliono soffermarsi sull’idea che la fine del mondo possa davvero arrivare. Per altri ancora è improbabile che una metropoli possa collassare e scomparire per sempre. È un problema che riguarda anche il linguaggio. Accanto alle lunghe sequenze tecniche sulla ricostruzione economica e ambientale, ricche di terminologia specifica, appaiono momenti in cui chi vive il disastro non sa nemmeno definire ciò che gli sta accadendo intorno. Cosa significhi davvero dover affrontare un incendio o sopravvivere a una sparatoria compiuta da estremisti religiosi.
Un’area residenziale allagata a Srinagar, nel Kashmir, India, nel 2025
Il lungo arco temporale e gli innumerevoli personaggi permettono a Markley di dimostrare che in realtà il collasso definitivo può avvenire eccome. Ma ciò che leggiamo non evoca mai le atmosfere di un film catastrofico. I personaggi di Markley non sono eroi, per quanto alcuni di loro compiano azioni che verranno conosciute in tutto il mondo o piccoli gesti silenziosi che cambieranno nel bene o nel male la vita di molti altri. Tutti i personaggi falliscono, a più riprese. Kate ne è l’esempio lampante: un personaggio complesso, respingente, che però restituisce la difficoltà di essere giovane, donna, ottimista e pronta a tutto, anche a scelte sbagliate e comportamenti tossici, in un mondo che procede inarrestabile verso il baratro.
Diluvio è un’opera complessa per il modo stratificato in cui dimostra quanto sia facile assistere impotenti a una fine che in buona parte abbiamo causato
Diluvio è un’epopea, un thriller, per certi versi un piccolo trattato scientifico ed economico (c’è un lungo capitolo di Ash al-Hasan che descrive minuziosamente quali azioni compiere per ristabilire l’economia in crollo), un’opera complessa non tanto per quanto riguarda la mole, l’intreccio e le varie informazioni specifiche che ci vengono consegnate, ma per il modo stratificato in cui dimostra quanto sia facile assistere impotenti a una fine che in buona parte abbiamo causato. Al termine del romanzo, ci rendiamo conto che nessuno dei personaggi di Diluvio ha mai creduto davvero di poter iniziare da capo, eppure tutti loro hanno avuto, prima o poi, la certezza di ritrovare la strada verso un qualsiasi luogo da poter chiamare di nuovo casa.
In copertina una foto degli allagamenti causati dall'intensa ondata di maltempo in Emilia-Romagna nel maggio del 2023 scattata della Protezione Civile nei pressi di Bologna

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