Chi ha paura del diavolo queer
Seminterrati francesi, cacce alle streghe e beffe diaboliche nel romanzo Diaboli virtus di Diego Pellizzari
Andrea ha tutto quello che una persona potrebbe desiderare: un posto sicuro all’università a Grenoble, la relazione con il suo compagno Alexandre divenuta praticamente un matrimonio, l’amicizia solidissima con la sua ex – la psicoanalista Veronica. Peccato però che la sera, a rovinare tutto, spunti il diavolo. Non il diavolo dell’immaginario medievale, quello con corna e zoccoli, bensì una sua famosa versione cinematografica: Regan, la bambina de L’esorcista. Andrea ne avverte la presenza: la paura e la certezza di incontrarla lo mordono ogni notte, e non c’è distrazione, conversazione telefonica, impegno lavorativo che lenisca la sua angoscia. L’appuntamento con il diavolo non si può rimandare.
Diaboli virtus, romanzo d’esordio dell’italianista e comparatista Diego Pellizzari pubblicato da Polidoro Editore, dimostra efficacemente che anche la vita più banale può trasformarsi in un mistery novel dai tratti vagamente horror, quando, con un’immagine desunta da Stephen King, ci si avventura nel seminterrato della propria anima, per scoprire che forse «il mostro è meno brutto di quanto lo si dipinge». Nel seminterrato, insegna King, non si nascondono solo i mostri, ma anche la Musa sotterranea, che dalle ombre trae nutrimento per la scrittura. Allora, se si scendono le scale che conducono in basso, anche la quotidianità si può riscoprire parte di una rete di simboli archetipici, di miti che non passano e gettano una luce inquietante sulle nostre azioni.
Nella prima parte del romanzo, narrata in prima persona, seguiamo i tormenti mentali di Andrea: apprendiamo tutto dei suoi complessi, dei suoi sensi d’inferiorità, delle carenze di affetto che segnano le sue giornate, trascorse in una sigillata solitudine interiore. Mentre gli altri lo torturano con le loro richieste e aspettative, come il Lucifero dantesco, Andrea non parla se non con sé stesso, confitto nel ghiaccio del suo personale Cocito. Nessuno riesce a scorgere l’ombra del figlio che non ha mai dato un dispiacere ai genitori, dello studente modello, del partner fedele e premuroso, dell’amico leale.
Eppure, dei desideri inconfessabili covano nel suo inconscio del protagonista. Ha fatto di tutto, anche mentendo a sé stesso e agli altri, perché la sua omosessualità non rappresentasse un problema; tanto è vero che nel romanzo, che pure è ambientato ai nostri giorni, non vengono rappresentate le quotidiane discriminazioni che una persona queer deve subire in una società ancora fortemente omofoba, dato che Andrea si è illuso di avere “normalizzato” la propria condizione attraverso la relazione con Alexandre. Non sembra questo il suo pensiero principale, ma lo attanaglia una più generale insoddisfazione, a cui non riesce a dare un nome: un desiderio di desiderio, quasi una via di fuga dalla stabilità faticosamente costruita.
«La mia vita», è come se dicesse, «sarebbe diversa, se solo trovassi il coraggio di viverla fino in fondo»
Andrea, come tanti nostri contemporanei insoddisfatti di ciò che hanno, desidera un cambiamento, un altrove, un salto nel buio. Vuole sottrarsi all’ordine e alle regole a cui si è sempre conformato. «La mia vita», è come se dicesse, «sarebbe diversa, se solo trovassi il coraggio di viverla fino in fondo». Come in una fiaba, deve perdersi per provare a ritrovarsi. Ma ogni fiaba che si rispetti contiene anche una morale e una punizione per la trasgressione. Ciò che è sopito, se lasciato erompere, è pronto a presentare un volto molto diverso da quello che ci si figurava. Ed è allora che spunta il diavolo, come una cattiva coscienza necessaria a comprendersi; come una bambina ferita, troppo a lungo trascurata, che per attirare l’attenzione e chiedere l’amore che le è stato negato deve farsi possedere da Satana e cominciare a vomitare bile verde sui preti e masturbarsi con il crocifisso fino a insozzarlo di sangue.

Nonostante il riferimento pop a L’esorcista, che l’autore alterna sapientemente a citazioni e allusioni colte, questa storia non comincia nel presente, né in esso si conclude. Procedendo col racconto, desideri sempre più nitidi di punizione e autoannientamento scuotono l’interiorità di Andrea, l’omosessuale integrato, castrato, divenuto incapace di rivolta. Tanto a lungo è stato anestetizzato dall’educazione, da una vita in cui si è sentito sbagliato e fuori posto e ha cercato di correggersi e reprimersi, da aver perso la sua capacità di rappresentare uno scandalo, oggi si direbbe il suo potenziale queer rispetto alla società circostante.
Nonostante il riferimento pop a L’esorcista, che l’autore alterna a citazioni e allusioni colte, questa storia non comincia nel presente, né in esso si conclude
Ma sotto la cenere arde una brace antica: quella mai spenta dei roghi delle streghe in Europa agli albori dell’età moderna. A quel tempo si incarcerava la persona accusata di commercio con il diavolo, la si processava sommariamente, estorcendo la confessione con atroci torture, e la si giustiziava sulla pubblica piazza. Nel mondo di oggi, sembra suggerire Pellizzari, la strega rivive in tutte le persone che rappresentano una minaccia per la norma, in prima istanza sessuale; ma lo scandalo nella vita del suo protagonista è soprattutto interiorizzato, deriva da sé stessi, da un penoso tormentarsi, da un cono d’ombra d’infelicità le cui radici affondano in un tempo remoto.
Fu bruciata nel 1519 una strega, a Esine in Val Camonica, dopo un processo giudicato regolare. Era un’anziana mugnaia che, mescolando le erbe e i malauguri, aveva fatto imputridire il cuore – dicono i verbali – di un giovane sacerdote giunto da poco nel villaggio. Bastò mostrarle le ragne arroventate con cui le avrebbero strappato i seni per ottenere una confessione. Tuttavia, mentre le fiamme ingrossate dal vento inghiottivano il corpo esanime della vecchia, nel momento in cui gli ecclesiastici lì convenuti si apprestavano a tornarsene a casa dopo un ultimo, sbrigativo segno della croce, pare che dal rogo si sia levato uno sghignazzo, e tra le lingue vermiglie una voce abbia gracchiato:
Revertar usque in aeternum!
«Ritornerò per l’eternità»: si tratta di una minaccia o di una promessa di liberazione? Pellizzari mantiene l’ambiguità su questo punto, facendone un potente motore narrativo. Come un rimosso che riemerge le parole della strega si riverberano su ogni gesto di Andrea, il traditore, colui che ha pensato di poter essere ordinario cancellando una parte di sé: riecheggiano quando spiega Hänsel e Gretel a lezione, quando sogna, quando si sfoga con Veronica, quando coglie Alexandre abbracciato al suo inquietante pupazzo infantile. A ogni pagina si delinea più chiaramente una dinamica queer fondata su modelli psicanalitici: l’energia repressa finisce per ritorcersi contro il protagonista e mandare in cortocircuito la sua idea di sé, artificiosamente costruita secondo i canoni dell’eteronormatività.
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L'esecuzione di tre streghe il 4 novembre 1585 a Baden, in Svizzera, in una illustrazione di Johann Jakob Wick
La mente del protagonista è una foresta di segni in cui più lui si addentra e meno capisce, ma da cui non riesce a districarsi, perché i simboli lo assediano da ogni lato. Forse è solo una sua allucinazione, ma, come nelle migliori fiabe, a furia di addentrarsi nel bosco, Andrea si imbatte infine in una strega, se non nel diavolo in persona, in questo caso in un bellissimo ragazzo dal pelo rossiccio e gli occhi azzurri, Benoit, da cui Andrea è subito attratto. La tentazione della vita, infine, viene a chiedere il conto a chi ha avuto la presunzione di credersi indenne dai suoi assalti. Possibile che il diavolo, nelle sue innumerevoli trame, possa arrivare a servirsi dell’amore e del senso di calore e protezione per guadagnarsi un’anima in più? È forse questa la sua virtù, di cui parla il titolo del romanzo: rimescolare le carte, mettere tutto in discussione; presentare l’amore come una finzione e la seduzione come un riparo sicuro. Il diavolo, che esista davvero o che sia una proiezione della mente di Andrea, è queer perché capovolge, ridicolizza, rende la vita una parodia.
Possibile che il diavolo possa arrivare a servirsi dell’amore e del senso di calore e protezione per guadagnarsi un’anima in più?
La narrazione, da questo passaggio in avanti, provoca un crescente spaesamento in chi legge, dal momento che il punto di vista è ancora quello in prima persona del protagonista, che integra gli eventi nel suo orizzonte cognitivo. Andrea arriva al punto di scambiare le persone che dicono di amarlo per dei diavoli tormentatori, messaggeri di una caduta irreversibile. Stando al racconto, sarebbe arduo smentire la sua percezione di essere stato intrappolato tutta la vita in un congegno sociale che ha del diabolico: ma nel lettore si fa sempre più forte il dubbio che Andrea veda una realtà deformata dal diavolo. La via d’uscita, del resto, non è a portata di mano. La liberazione viene a un costo altissimo e rischia di essere un’illusione. Il non essere più; la distruzione dei rapporti più stretti; la perdita di sé, con il rischio di non ritrovarsi, per seguire il richiamo del desiderio.
Manifestarsi, d’accordo, comparirmi davanti e trafiggermi con quegli occhi d’inferno, ma poi? Cosa c’è oltre? E come andare in questo oltre?
– Cosa hai paura che ti faccia?
– Non credo che voglia aggredirmi fisicamente. Cioè, lo scopo di tutta questa sceneggiata non sono i cazzotti e i ruzzoloni, anche se alla fine del film Karras sembra Mike Tyson, e all’inizio Regan uccide il regista, Burke comesichiama, torcendogli l’osso del collo. Ma queste sono cadute di stile, impurità, inquinamenti della vera cosa.
– Che sarebbe?
– Che sarebbe quest’oltre che non riesco a figurarmi. [Silenzio] È la disperazione, la follia. È la ragione che si sfibra fino a disintegrarsi, fino a che... Vuole che sia io stesso ad aprire la finestra e gettarmi nel vuoto.
Possessione demoniaca o compimento della propria identità? Pellizzari è abile a depistare il lettore fino all’ultimo, spiazzando le sue certezze acquisite attraverso gli indizi disseminati lungo il romanzo. Il vero e il falso, la serietà e la beffa si rimescolano fino all’ultima parola di questa parabola contemporanea, raccontata con la pungente ironia di chi sa che la vita è un gioco d’interpretazioni. I giochi, però, come le fiabe, hanno una loro serietà spaventosa. Specialmente quando «le regole non le abbiamo scritte noi» e ogni deviazione, intrapresa per inseguire un angelo dal pelo rossiccio o sfuggire da una bambina indemoniata, rappresenta un rischio mortale. Ognuno di questi scarti dalla retta via potrebbe farci guadagnare o perdere l’unica posta per cui partecipiamo al gioco del mondo: nascere a noi stessi. Noi non lo sappiamo prima, e questa è la nostra maledizione, ma potrebbe anche diventare la virtù che ci salverà. Magari con l’aiuto del diavolo.

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