I disaster movie sono la fine del mondo

Viaggio nel cinema di Roland Emmerich, regista di Stargate, Independence Day, Godzilla, The Day After Tomorrow e 2012

Forse non avete mai sentito nominare Roland Emmerich, ma avete sicuramente visto uno dei suoi film. Certo, se alcuni di noi si sono risparmiati la visione di The Day After Tomorrow (2004), 10.000 A.C. (2008) o 2012 (2009), film di Emmerich come Stargate (1994), Independence Day (1996) e Godzilla (1998) hanno lasciato il segno nell’immaginario collettivo: ne è prova un successo al botteghino che nel caso di Independence Day superò l’astronomica cifra di ottocento milioni di dollari a fronte di un budget di circa settantacinque. Eccezion fatta per alcune incursioni di ambientazione storica come Il patriota (2000), il cinema di Emmerich si muove di preferenza tra i due terreni della fantascienza e del disaster movie: non a caso, il regista tocca l’apice creativo e commerciale quando si serve di alieni viscidi, cattivi e un po’ stupidi per giustificare il momento narrativo ben collaudato del palazzo che crolla.
 

Vi chiederete: perché approfondire il cinema catastrofico di Emmerich, a prima vista un tripudio ripetitivo di banalità spesso mal scritte, effetti speciali invasivi e americanismo di bassa lega?


Ma perché approfondire il cinema catastrofico di Emmerich, tedesco dell’ovest trapiantato a Hollywood, che a prima vista ha prodotto un tripudio ripetitivo di banalità spesso mal scritte, effetti speciali invasivi e americanismo di bassa lega? Un motivo più che sufficiente è proprio lo straordinario successo commerciale di molti suoi film: brutti e pomposi quanto si vuole, ma visti da milioni di persone, i film di Emmerich rispecchiano un gusto molto diffuso per i meccanismi narrativi che li muovono e per i temi che li animano. In virtù di questa sintonia con lo spettatore, non si limitano a tradurre sullo schermo certi comportamenti e certe rappresentazioni collettive, ma possono forse confermarli o influenzarli – a patto che si riconosca alla pop culture non solo una molteplicità di livelli di lettura, ma anche una funzione politica e sociale in grado di trascendere la dimensione dell’intrattenimento. È quindi il caso d’interrogarsi sull’anatomia del cinema di Emmerich e sui messaggi che fa passare, simili alle “lezioni” che tradizionalmente chiudono le fiabe. Il viaggio interpretativo intrapreso su questi binari non è privo di sorprese.

Cominciamo da Stargate, film di svolta nella carriera di Emmerich che non è un disaster movie ma segue un percorso narrativo fondamentale del suo cinema: la giustificazione dell’outsider. Abbiamo un accademico che oltre ad essere uno sfigato da manuale – capellone, mingherlino, occhialuto, chiaramente single – è anche lo zimbello dei colleghi, che sbeffeggiano le sue teorie. Lo sfigato viene quindi aiutato da un insider che non fa parte di un’istituzione dispensatrice di verità normali come l’università, ma è il detentore e il somministratore di una super-verità, nel caso di Stargate l’esistenza di un teletrasporto spaziale rinvenuto in un sito archeologico egizio. Questa super-verità permette al protagonista di abbandonarsi ad un viaggio-rivelazione che non solo proverà la correttezza delle sue idee – in questo senso lo rende giusto, gli dà ragione –  ma lo porterà anche ad una più completa realizzazione di sé: il protagonista di Stargate trova l’amore e una vera casa. Con qualche variazione, lo schema si ripete anche in film come Independence Day, The Day After Tomorrow o 2012, nei quali il riscatto personale dei protagonisti, tra cui di solito uno scienziato inizialmente poco ascoltato dalle autorità, coincide con e spesso determina la sopravvivenza dell’umanità.
 

La giustificazione dell'outsider e la conferma dello smentito sono i meccanismi narritivi con cui Emmerich trascina lo spettatore dentro il mondo catastrofico che rappresenta


Infatti, questo percorso narrativo individuale talora è incastonato in un altro percorso di portata collettiva, la conferma dello smentito, per il quale si mostra (sia ai personaggi sia allo spettatore) che quanto fino ad un momento prima andava sotto il nome di teoria della cospirazione è invece la verità definitiva. Nel caso di Independence Day questo meccanismo si traduce fisicamente nell’entrata dei protagonisti dentro l’Area 51, dove scoprono che tutte quelle storie sugli alieni di Roswell sono vere. Visto sotto un’altra luce, questo percorso collettivo definisce una crisi dell’autorità per cui i detentori di verità normali – una parte della comunità scientifica, i decisori politici, i militari – devono fare i conti con le super-verità che hanno fatto irruzione nel tempo e riorganizzarsi, cambiare schemi di pensiero e azione, se non vogliono soccombere. La congiunzione di questi movimenti, sebbene passi per immani distruzioni, risulta regolarmente nell’ottimistica fondazione di un mondo nuovo in cui i protagonisti vivono un’inedita centralità sociale e la società, nel suo complesso, guadagna l’opportunità di espiare gli errori del passato e condurre un’esistenza più consapevole e matura. In questo senso, un modello del cinema di Emmerich è certamente il mito del diluvio e dell’arca di Noè, ripreso più che esplicitamente in 2012.

Ma quali sono gli errori per i quali l’umanità deve pagare? Sul piano dei temi, Emmerich si presenta come un critico limpidissimo, per non dire di maniera, dell’arroganza umana nei confronti della natura. Questioni ricorrenti nei suoi film sono infatti l’esaurimento delle risorse naturali, il riscaldamento globale e gli sconquassi climatici, magari dovuti all’abuso della scienza e della tecnologia. Il simbolo stesso di quell’arroganza da apprendisti stregoni, la bomba atomica, in film come Stargate e Independence Day passa di mano in mano, si rivolta contro i suoi padroni, è efficace solo se maneggiata dagli outsider e finisce così per simboleggiare a sua volta la crisi dell’autorità che serpeggia in Emmerich. Facendo leva sul suo ottimismo da blockbuster, il regista tende comunque ad offrirci un lieto fine e quindi a tradire l’esito di non-ritorno che invece imponeva Il dottor Stranamore di Kubrick, sottilmente citato in The Day After Tomorrowin due scene parallele in cui i personaggi ricevono una telefonata d’allarme, entrambi si stanno intrattenendo con una bionda e indossano una inappropriata camicia a fantasia. A ben vedere, tuttavia, che umanità è quella che Emmerich mette in scena? Si dirà, non a torto, che al centro dell’attenzione ci sono sempre gli Stati Uniti d’America. Ma questo non significa che il cinema di Emmerich sia solo un megafono del patriottismo americano, o più precisamente di quell’eccezionalismo per cui gli USA si auto-concepiscono al tempo stesso come al di fuori e ai posti di comando della storia.
 

Che umanità è quella che Emmerich mette in scena? Gli Stati Uniti d'America sono sempre al centro della storia, ma non ne emergono mai come incontestati padroni


A questo punto è utile fare un passo indietro, nel 1984, quando uscì il primo film di Emmerich, realizzato come lavoro conclusivo del suo corso di studi presso la Hochschule für Fernsehen und Film di Monaco di Baviera: Das Arche Noah Prinzip (1997 – Il principio dell’Arca di Noè). Candidato all’Orso d’Oro al festival del cinema di Berlino, Il principio racconta la storia di due scienziati europei in servizio su una stazione spaziale metereologica euro-americana, dedicata alla ricerca scientifica e dotata della capacità di modificare il clima terrestre con un sistema di irradiazioni. Decisi a procurarsi una copertura meteo per mandare in porto un contro-colpo di stato in Arabia Saudita, gli americani costringono con minacce e inganni i due scienziati ad effettuare pesanti irradiazioni nell’area dell’Oceano Indiano, che hanno però come effetto collaterale una serie di tempeste e milioni di morti. In questo film cupissimo, in cui emerge lampante l’esasperazione degli europei per le prevaricazioni dei dominatori americani, a pagare il conto finale sono proprio gli scienziati; la verità, lungi dall’introdurre un mondo nuovo, viene insabbiata perché tutto rimanga com’è.

La visione di questo film chiarisce retrospettivamente l’orientamento dell’americanismo di Roland Emmerich, innegabile ma funzionale ora a criticare, ora a sostenere le tendenze di politica estera tra cui i governi statunitensi hanno oscillato negli ultimi vent’anni, dall’unilateralismo di Bush jr. al multilateralismo di Clinton e Obama. Se è vero che gli americani di Emmerich sono sempre al centro della storia, è solo grazie ad un ripensamento dei propri presupposti e alla collaborazione con le altre nazioni che riescono a transitare felicemente dal vecchio mondo corrotto a quello nuovo che emerge dalla catastrofe e di cui non sono più gli incontestati padroni – sebbene sia difficile immaginarlo non-occidentale. L’Independence day del 4 luglio, nelle parole del presidente Whitmore interpretato da Bill Pullman, «non sarà più ricordato solo come una festa americana, ma come il giorno in cui il mondo con una sola voce ha dichiarato: noi non ce ne andremo in silenzio nella notte». Per ricordare che ci sono problemi che nessuno può risolvere da solo – nemmeno gli americani.


Commenta