La cultura è dichiarazione dei redditi
Polemiche letterarie e riflessioni generazionali nell’intervista ad Alberto Ravasio, autore de Il grande mantenuto
Roma, estate 2026. Sono al telefono con Alberto Ravasio, lo sto intervistando sul suo ultimo libro e sono grato di avere un registratore, perché Alberto parla velocemente e soprattutto parla come scrive, quindi con una lingua densissima di giochi di parole, battute acide, cattive, demenziali, geniali. Il romanzo in questione è Il grande mantenuto (Quodlibet, 2026), la storia di «un giovane laureato a vanvera che vuole fare lo scrittore ma è nato in una famiglia dove nessuno sa leggere». È un romanzo sulla scrittura e sulla società della scrittura, sul fatto che per essere scrittori o anche solo per poter seriamente aspirare a diventarlo è necessario trovare il modo di essere dei mantenuti, ma prima di ogni altra cosa è un romanzo che riflette sullo stato dell’arte, che sa davvero, a differenza della maggior parte dei contemporanei, raccontare il presente, e che insomma fa tutto quello che un grande romanzo dovrebbe saper fare. Arriva dopo l’esordio La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera (Quodlibet, 2022) che già aveva attirato favorevolmente l’attenzione della critica, e conferma e rilancia Ravasio, classe ’91, come uno dei migliori autori italiani di oggi, non solo della sua generazione.
La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera era un romanzo pestifero, animato dal desiderio di deridere un po’ tutto, che procedendo con la lettura svelava una profondità inattesa. In questo secondo romanzo ho trovato la stessa forza polemica e stilistica, ma interpretata in un modo che fa intuire la profondità fin da subito. Parlami di questa evoluzione: è cambiato qualcosa nel processo di scrittura? Erano diverse le intenzioni fin dall’inizio?
Se parliamo di pagina ormai il cosiddetto stile è quello, non lo si può scegliere, è qualcosa a cui ci si deve rassegnare, un destino intollerabile come un altro, anche se tutto alfabetico, ma il problema del secondo libro non riguarda tanto il superamento commerciale di sé stessi o il progetto autoriale, cioè carrieristico, ma la possibilità o meno di pubblicare ancora, di dare seguito alla volgarità dell’esordio, soprattutto se giovanile. I libri ormai si pubblicano come fossero soddisfazioni personali, prole d’inchiostro, autocure, riscatti, 118 in corpo 11, quando invece la parola stessa ‘pubblicazione’ suggerisce che, almeno in teoria, non si tratterebbe di una questione privata ma pubblica, dell’ingresso nel dibattito di qualcosa che sia intellettualmente significativo per chi legge e non solo per chi ha scritto.
I libri ormai si pubblicano come fossero soddisfazioni personali, prole d’inchiostro, autocure, riscatti, 118 in corpo 11
Dopo il contentino di massa dell’esordio, mi sono quindi chiesto come mai dovessi pubblicare a tutti i costi un altro libro e mi sono posto come regola autoestetica, forse autoindulgente, sicuramente rissaiola, di pubblicare solo qualcosa che avrei ritenuto, secondo i parametri editoriali, impubblicabile. Visto che non mi era mai stato concesso di pubblicare nonostante avessi elemosinato per dieci anni, minuto più minuto meno, ora che potevo fare almeno un secondo libro avrei scritto patibolarmente, avrei scritto come se fossi condannato all’impiccagione pubica in pubblico e dovessi scrivere tutto ciò che proprio non potevo non scrivere e senza assumermene la responsabilità, tanto ormai morivo. Se esiste quindi un modo meno indecente di continuare a pubblicare ho pensato avesse a che vedere con l’estensione della dicibilità, col dire altro, col dire di più, più di quanto si sia detto, col restare cattivo nonostante le cose vadano bene o vogliano fartele andare bene così ti dai una calmata, mentre invece il sistema editoriale contemporaneo consiste proprio nel contrario.
In che senso?
Nel senso che più si avanza come scrittori professionisti e meno si può dire e si avanza proprio perché si dice sempre meno, meno degli altri, meno di tutti se possibile, fino a quando, arrivati in cima, non si dice più niente, tanto che spesso i romanzi più venduti sono agende, agende bianche su cui non si può nemmeno scrivere perché qualcuno ci ha già scarabocchiato o piagnucolato i fatti suoi. Ho voluto dunque scrivere non solo un romanzo, ma un romanzo inammissibile, cioè un romanzo che dicesse anche come un romanzo arriva in libreria, perché ci sono romanzi che fanno il J’accuse antifascista o il J’accuse anticamorrista o il J’accuse antimaschilista, ma non ci sono molti romanzi che riflettano sui sistemi di produzione che li mettono al mondo editoriale, mentre invece il pubblico non è il popolo e il successo di un libro è la sua distribuzione e, come scrive Busi, l’arte è il suo mercato. Volevo scrivere un romanzo che introducesse un elemento di metaletterarietà quasi marxista, che riflettesse materialisticamente sulla repubblica immateriale delle lettere, volevo fare come in Martin Eden, come in Illusioni perdute, ma all’oggi e inevitabilmente peggio.

Un giovane Alberto Ravasio insieme alla nonna citata nellʼincipit del suo nuovo romanzo
Nel tuo romanzo racconti i due grandi «non-eventi» della nostra generazione: la crisi del 2008 e il Covid. Sono eventi che la narrativa italiana contemporanea tende a non raccontare o a raccontare male, probabilmente proprio perché fallisce nel trovare un modo per mettere in scena eventi così invisibili e per certi versi irraccontabili, cosa che invece ti riesce benissimo ne Il grande mantenuto. Come ci sei arrivato?
Nello Sputacchiera davo per scontato il conflitto generazionale, la disperazione economica del proletariato colto, la desertificazione del futuro eccetera, come fossero fenomeni così indiscutibili nel mio presente da rendere ingenuo o pleonastico il tentativo di storicizzare, di genealogizzare, ma poi ne Il grande mantenuto, quando sono tornato sulle stesse questioni, mi sono detto che se a questo giro non avessi provato a spiegarle o perlomeno a contestualizzarle forse tra vent’anni non sarebbero più state così ovvie. Allora mi sono domandato quali fossero stati gli eventi storici che avevano determinato non solo la vita sociale ma anche la vita psichica dei trentenni di oggi, il fatto di essere e soprattutto di sentirsi economicamente sconfitti dalle generazioni precedenti, e ho individuato il 2008 e il 2020 come eventi o meglio non-eventi fondamentali. Da un lato il 2008 è l’anno della crisi finanziaria globale, l’anno in cui la mia generazione scopre che sono finiti i soldi, sia reali che potenziali, sono finiti prima ancora di essere stampati, e dato che i figli sono indebitati coi genitori che sono indebitati con l’Italia che è indebitata con l’Europa che è indebitata col mondo che è indebitato con sé stesso, nel futuro la mia generazione è condannata alla minorità economica a vita o quantomeno si convince di esserlo, appena maggiorenne, ascoltando i notiziari apocalittici.
Mi sono domandato quali fossero stati gli eventi storici che avevano determinato non solo la vita sociale ma anche la vita psichica dei trentenni di oggi e ho individuato il 2008 e il 2020
Dall’altro il 2020 è l’anno del Covid, la grande guerra in pantofole della mia generazione, perché persino quando ci ritroviamo nel mezzo di un evento storico non lo viviamo, passiamo il tempo a commentarlo su internet, a mettere in dubbio che stia succedendo davvero. I bergamaschi del romanzo ad esempio, nelle ore in cui Bergamo è la città più colpita al mondo, nell’unico quarto d’ora di celebrità storica concesso loro nei millenni dei millenni, non vivono la storia ma la vedono in televisione, vedono la loro città vuota in televisione al centro della storia e, essendo davanti alla televisione a vedersi, ovviamente non si vedono. Questi due eventi, di cui Il grande mantenuto non dà una visione saggistica, ma solo esistenziale, delimitano il tempo del romanzo. Il tempo è in qualche misura sospeso e mai del tutto dichiarato, un po’ come lo è da ragazzi quando ci si vergogna degli anni che passano e non ci portano da nessuna parte, ma non appena il romanzo arriva al 2020, al Covid, ecco che a ritroso si capisce che sono passati dodici anni e comunque non è successo niente tranne quei due non-eventi che a loro volta sono, come la vita del grande mantenuto, immateriali, evanescenti: non sono guerre, anzi sono guerre impossibili, perché non si potevano combattere e quindi non si potevano vincere.
Ne Il grande mantenuto c’è una figura mentore, o quanto meno una figura a cui il protagonista guarda con ammirazione: un vecchio scrittore soprannominato “il Totem”. Di pagina in pagina il Totem potrebbe essere assimilato a diversi autori italiani. Non ti chiederò di svelare chi è il Totem, ma vorrei invece chiederti chi sono i tuoi autori di riferimento come scrittore, quali sono le voci letterarie che pensi ti abbiano influenzato di più.
Quando scrivo, dal romanzo alla lista della spesa erotica, per un minimo di pudore estetico non posso prescindere dai maggiori scrittori italiani contemporanei, che poi, sfoglia e risfoglia, sono più o meno sempre gli stessi: Busi, Moresco, Cavazzoni, Permunian, Siti, Mari, Albinati, Pecoraro, Falco, Trevisan, quei prosatori che concepiscono ancora la loro pagina letteraria in italiano e non in traduttese e che, col loro cattivo esempio, delimitano il famigerato spazio letterario, permettendomi di capire cosa si può ancora scrivere oggi in Italia senza rendersi troppo ridicoli. Ne Il grande mantenuto però il protagonista non dichiara mai le sue letture, perché non volevo ricadere nel romanzo stravecchio sul giovane artista che diventa grande citando i grandi, ma volevo invece trattare e maltrattare lo scrittore come fosse un lavoratore qualunque, addirittura un lavoratore vero, e occuparmene da un punto di vista diciamo così materiale, quasi sindacale, insomma da rompicoglioni. In questo senso il Totem, più che una somma di influenze, più che una bibliografia deambulante, è una somma di aneddoti verissimi per sentito dire su scrittori che, pur essendo in odore di immortalità, rischiano di morire di fame, dallo scrittore che guadagna cinquanta euro nell’ultimo anno della sua vita allo scrittore da pantheon ma senzatetto. Il Totem, essendo molti, non è nessuno in particolare, è così pieno di storie vere da diventare totalmente letterario.
Tutti ma proprio tutti volevano diventare scrittori e i soli a non volerlo diventare erano quelli che lo erano diventati davvero, fino in fondo, fino al fondo, e se ne erano pentiti, più o meno amaramente, scrivendo libri di letteratura per i quali avevano ricevuto, spesso dopo decenni di rifiuti, solo una pacca critica sulla spalla e soldi pochi o zero. Il dilettantismo scrittorio universale era la causa o l’effetto di una carnevalesca sospensione delle gerarchie estetiche per cui, se tutti erano scrittori, se tutti potevano chiamarsi colleghi, per assurdo lo scrittore letterario veniva declassato anzi annullato socialmente. Perdeva il suo unico patrimonio, quello simbolico, riducendosi a indigente medio, a menomato economico di stazione.
Tra le altre cose, nel tuo romanzo esponi con una chiarezza che non avevo mai visto prima il sistema-circo del mondo letterario odierno, in cui abbiamo una valanga di non-scrittori, o almeno di scrittori che interpretano il ruolo di autori letterari senza davvero esserlo, che si validano a vicenda, si assegnano reciprocamente il distintivo di grande scrittore, di fatto svuotando di senso il titolo. Detto questo, mi chiedevo: esiste una sorta di sacca di resistenza? Uno spazio in cui la cattiva scrittura – o, ancora meglio, la falsa buona scrittura – è ancora riconosciuta e chiamata col suo nome?
Con l’alfabetizzazione di massa si è passati in pochi decenni dal diritto inalienabile alla lettura al diritto narcisistico alla scrittura e dal momento che oggi ormai scriviamo tutti e non tutto ciò che scriviamo è degno di essere letto l’alfabetizzazione non consiste più solo nella capacità di leggere ma nella capacità di decidere cosa leggere e soprattutto cosa non leggere, sia sul web che in libreria. Ancora prima di imparare a leggere, il lettore di narrativa dovrebbe teoricamente imparare a leggersi le rassegne stampa, sempre più indifferenziate e orizzontalizzate. I contributi critici sono stati rimpiazzati dalle impressioni di lettura, dalle paginazze promozionali, e i critici intellettualmente credibili, quelli davvero in grado di mediare tra autore e pubblico, saranno rimasti in cinque o sei, ma le loro recensioni, proprio perché cartacee, sono paradossalmente meno reperibili e più deperibili delle recensioni hobbistiche su blog e social.
I contributi critici sono stati rimpiazzati dalle impressioni di lettura, dalle paginazze promozionali
Ovviamente questo ulteriore grado di alfabetizzazione, questa capacità di orientamento intellettuale, non si può pretendere dal casalingo e dalla muratora, che hanno i loro cazzi, né dall’eventuale figlio bookgrammer, che coi libri sogna di sognare i sogni che sognava da bambino. Sarebbe sufficiente forse che giurie, redazioni giornalistiche e uffici stampa non assegnassero il patentino di letterarietà a chiunque abbia un minimo di successo merceologico e che gli scrittori stessi conservassero un po’ di sacro timor di Dante. Oggi invece gli scrittori midcult sono considerati e si considerano letteratura anche loro, sono inclusi nel canone esclusivamente inclusivo, mentre spesso la letteratura vera e propria è considerata eccentricità espressiva, assolutismo estetico, novecentismo nostalgico, incapacità di stare al mondo e al gioco editoriali. Senza idealizzare troppo a me la critica è sempre servita parecchio sia prima che dopo la pubblicazione. Intanto i critici sono stati la mia scuola di scrittura domenicale semigratuita perché leggendo poniamo Simonetti che parlava male benissimo della “letteratura circostante” ho cercato di correggere gli errori prima ancora di commetterli, rendendomi conto, spero in tempo, che stavo scrivendo, come tutti, romanzi troppo frettolosi e multimediali [LD2.1] [LD2.2] [FP2.3].

Alberto Ravasio in uno scatto del Premio Italo Calvino, dove è stato finalista nel 2021 con il suo esordio, presentato con il titolo L’educazione sentimentale di Guglielmo Sputacchiera
In entrambi i tuoi libri ho trovato particolarmente lucida anche la critica che fai al sistema scolastico italiano, anche se solo tramite semplici battute o piccoli attacchi. Ecco, nei tuoi romanzi ricorre la critica alla «scuola nazicattolica» pensata per insegnare disciplina e rispetto o peggio timore per l’autorità più che per passare nozioni o interesse per la materia, quale che sia.
Il carattere fallimentare e in un certo senso comico dell’istruzione è qualcosa di così scontato che qui come in Sputacchiera non c’era nemmeno bisogno di argomentarci sopra, è autoevidente che la scuola, nonostante le buonissime intenzioni cattosocialiste, finisca sempre per ridursi a una farsa, a un castissimo bordello, tanto che gli artisti davvero seri non l’hanno mai raccontata seriamente, dal Fellini di Amarcord allo Sciascia di Parrocchie di Regalpetra fino al Celati de La banda dei sospiri o al Cornia de Il professionale, ma ne Il grande mantenuto, dopo un primo capitolo in cui perculo la scuola perculando i vari professori dai nomi bullizzabili, come il Maritozzi o la Diocistupri, il discorso sull’istruzione diventa un discorso più ampio che riguarda il determinismo sociale. Il grande mantenuto, pur avendo sempre fatto i compiti a casa, incontra una ragazza più giovane di lui, Sofia, la cui cultura sterminata è la prova biografica di come, per fare un intellettuale, non bastino dieci anni di studio leopardiano e scoliotico ma servano generazioni e che dunque la cultura superiore, almeno dalla maturità in su, non si costruisce ma si eredita, sia perché il figlio del professore ha i libri in casa mentre il figlio dell’operaio no, sia perché, per proseguire gli studi, trasferirsi e infine svolgere un mestiere intellettuale, è necessario poterselo permettere, prendersi tempo, perdere tempo e soprattutto potersi buttare e per potersi buttare, scriveva Trevisan, occorre essere nati col paracadute economico incorporato. Il grande mantenuto dunque si accorge, come da quarta di copertina, che i professionisti della cultura nati ricchi sono ancora più mantenuti di lui, che la cultura è dichiarazione dei redditi e, per i nuovi ultimi, un vertiginoso discensore sociale. Tutto ciò è tanto vero quanto ovvio, ma oltre alla scoperta della povertà, ossia dell’acqua calda non per tutti, questa disuguaglianza sociale diventa disuguaglianza espressiva e bibliodiversità mancata, perché a scrivere degli ultimi sono quasi sempre i primi che si travestono poeticamente da ultimi e scrivono di precariato, ma poi non si capisce come campino a Berlino o a Londra.
Cominciai a leggere, a leggere sul serio, che è il contrario di studiare, lo studio è la lettura degli analfabeti, chi non sa leggere studia, mentre chi sa leggere non ha bisogno di studiare, legge e non se lo scorda, legge e agisce di conseguenza, cambiando la sua vita in peggio.
«Ogni mattina un aspirante scrittore escluso si svegliava male e fondava una rivista per includere se stesso e escludere gli altri». Un momento che ho particolarmente apprezzato del romanzo è un breve passo in cui parli delle riviste come «fenomeno di inquinamento intellettuale». E lo dico pur essendo fieramente parte di questa rivista, L’Eco del Nulla, che organizza il primo festival dedicato alle riviste in Italia, Firenze RiVista, e avendo fatto per anni l’editor di racconti per Altri Animali. Mi sembra che oggi il panorama non sia dei migliori. Salvo poche eccezioni, le riviste assomigliano sempre più a piccoli laboratori editoriali, spazi in cui si pubblica un po’ di tutto, senza una linea o un’idea di letteratura da difendere, che vengono vissuti più come un provino per far vedere di saper pubblicare un testo senza curarsi della sostanza che si pubblica. Tu negli anni hai pubblicato diversi racconti su rivista. Qual è stata la tua esperienza in generale? Il panorama ti sembra cambiato?
La mia impressione è stata da subito che ci fossero due tipologie di riviste: da un lato c’erano le riviste dei professionisti che erano disposti a scrivere senza essere pagati pur di scrivere più o meno come e quanto volevano, liberi dai tempi e dai modi delle pagine culturali, mentre dall’altro c’erano le riviste dei non professionisti che, pur di professionalizzarsi addosso, erano disposti a scrivere senza essere pagati perché i professionisti di cui sopra li vedessero e li assumessero chissà dove, chissà quando. In questi ultimi anni mi è sembrato che i rivistari del secondo tipo, quello diciamo selvatico o bolanianamente selvaggio, si siano accorti che il rivistismo disperato porta solo a altro rivistismo disperato, a una specie di bolanismo a Spinaceto, e siano tornati a fare quello che facevano prima, i postulanti, i travestiti, gli scambisti, la fame, oppure si siano professionalizzati da soli fondando piccole case editrici, che più sono piccole e più sarebbero grandi perché le grandi, a detta delle piccole, pubblicherebbero solo nullità e quindi il nulla, ma a mio avviso l’unico rivistismo selvaggio che abbia avuto senso, quantomeno estetico, è stato proprio quello che non ha mai voluto professionalizzarsi o che ha finto di farlo per praticare meglio il luddismo, il sabotaggio.
A mio non richiesto parere, le riviste superstiti farebbero meglio, o meno male, a seguire di più questi cattivi modelli: sprofessionalizzarsi del tutto e fare solo ciò che altrove non si può fare
Mi riferisco in generale a postacci come Verde o La nuova carne e in particolare a certi contributi irregolarissimi di Zandomeneghi, mio gran maestro di rivistismo a casaccio, di Mosca, di Burratti, nei quali si può rintracciare una letteratura virtuosamente sottostante rispetto al circostante, cioè all’editorialmente emerso, all’editorialmente corretto. Ecco, a mio non richiesto parere, le riviste superstiti del secondo tipo farebbero meglio, o meno male, a seguire di più questi cattivi modelli: sprofessionalizzarsi del tutto e fare solo ciò che altrove non si può fare, prenderla sempre larga e per il culo, vandalizzare poeticamente, sbragare poeticamente e magari, come noi adesso, con la scusa di un’intervista coglionare i preti, criticare le riviste su rivista o dire a chi sta ancora leggendo che a pagina 108 del romanzo c’è un numero telefonico attribuito a Gelmo Letami, editore fecale, ma se si chiama dalle otto alle nove, perché comunque la gente tiene famiglia, si spalanca un cunicolo metaletterario a ritroso e risponde un personaggio dello Sputacchiera, Guido Coprofago.

Commenta