È difficile parlare di Dio
Intervista a Gerardo Spirito su religione, selvatico e neofolk nei racconti dei suoi Pastorale mediterranea e Madreselva
Roma, gennaio 2026. Seduto al bancone della cucina di casa mia, ancora grondante di pioggia, Gerardo Spirito mi sta parlando della sua nuova ossessione letteraria. «Tra le diverse vicende», dice Gerardo, «c’è quella in cui il Guerrino finisce nella grotta della Sibilla e ci rimane per un anno. Bellissimo: lui rimane intrappolato lì con una maga, che poi è il demonio, e queste tre damigelle che lo tentano, e se alla fine dell’anno non ritroverà l’esatto percorso da cui è entrato, perché la caverna ha diversi ingressi, resterà lì per sempre e verrà trasformato in una serpe, una blatta o qualcosa del genere. È una storia molto moderna», aggiunge, «te la consiglio». Sta parlando del Guerrin Meschino di Andrea da Barberino, un romanzo cavalleresco in prosa in otto libri pubblicato per la prima volta all’inizio del Quattrocento.
Di solito, un autore che ha appena pubblicato è concentrato sul lancio del suo libro. Ti chiede se l’hai letto, vuole parlartene, soprattutto per consigliartelo. Spirito non funziona così. Certo, sarà felice di sapere che ti è piaciuto, ti farà qualche domanda, ma a un certo punto dirotterà la conversazione su quello che sta leggendo o sul suo nuovo progetto. Dirà qualcosa come «Sto studiando i venditori itineranti di Bibbie nell’alto meridione», o «Ho trovato un erbario del Cinquecento», e inizierà a divagare. Più che di disinteresse per la propria fortuna, questa disposizione a non parlare dei suoi testi pubblicati è sintomo di un entusiasmo estatico per la materia letteraria, qualcosa che va oltre l’ego da autore (comunque ipertrofico, come sempre) e che si manifesta nello sguardo folle, per certi versi lovecraftiano, con cui Gerardo parla dei libri che lo stanno appassionando.
I personaggi di Spirito sono pastori, itineranti, uomini di fede e di superstizione e le sue storie parlano di transumanza, pellegrinaggi, visioni e presenze ancestrali
Spirito, classe 1992, ha pubblicato tre raccolte di racconti: Il libro nero della fame (Moscabianca, 2022), Madreselva (Moscabianca, 2025) e Pastorale mediterranea. Fabulario delle erbe amare (effequ, 2025). I suoi testi hanno un legame forte con il mito, con il territorio, soprattutto campano, e con l’ancestrale. I suoi personaggi sono pastori, itineranti, uomini di fede e di superstizione (che poi è la stessa cosa); i suoi luoghi sono boschi, villaggi isolati, caverne sacre, montagne oscure, gole e torrenti fangosi; le sue storie parlano di transumanza, pellegrinaggi, visioni e presenze ancestrali. Più di ogni altra cosa, in un certo senso, le sue storie parlano di Dio. Si sente l’impronta del McCarthy più cupo, pastorale e biblico, e le sfumature folk horror potrebbero ricordare, spostandosi nel cinema, The Witch di Eggers. Ma il folklore nella letteratura italiana contemporanea, soprattutto nelle sue tinte più oscure, è spesso gestito con superficialità; è una questione di scenografia, un elemento messo lì a colorare un testo, magari per tentare di dare un senso di autenticità o di territorialità all’opera. E forse l’aspetto più importante dell’idea di letteratura di Spirito sta proprio in questo scarto: i suoi racconti parlano di leggende, riti e paesaggi in un modo più profondo, mettendoli al centro della narrazione.
In questo momento, in Italia, quando si parla di letteratura alta, sembra che non ci sia spazio per il fantastico, se non addirittura per la fantasia. Come se il lato letterario della produzione editoriale italiana fosse riservato esclusivamente all’autofiction, al romanzo-testimonianza, o al romanzo in qualche modo ibridato con la saggistica. I tuoi libri sono un’eccezione importante: decisamente troppo elaborati dal punto di vista linguistico per essere apprezzati da un pubblico interessato alla narrativa commerciale, ma del tutto controcorrente rispetto alle tendenze ombelicali della nicchia letteraria, se così possiamo definirla.
Per me, viviamo in un tempo soffocato dalla modernità. Io scavo all’indietro, perché è indietro, nell’antico, nel passato, che la fascinazione per il racconto e l’arte del raccontare era assoluta, primigenia. Mentre oggi, in effetti, si va poco oltre l’esperienza personale, vuoi per l’individualismo della società contemporanea, vuoi per l’autonarrazione continua di cui siamo vittime e complici con i social. In passato si scriveva perché c’erano storie e storie e storie da raccontare. Io attingo a quelle storie, alle storie che parlano di temi universali che possono restare nel tempo. Sono molto affascinato, per esempio, dalla figura della montagna. Uno dice «mi interessa la montagna»: oggi in letteratura contemporanea se vuoi leggere un romanzo sulla montagna devi cercare qualcosa di uno che ha l’hobby del trekking o di uno scalatore che ha scritto un romanzo sulle Alpi, la montagna è intesa prima di tutto come sport – che poi sì acquisisce la sua simbologia, ma è secondaria rispetto all’esperienza personale. Invece la montagna come puro simbolo di sacralità, come archetipo, come i boschi, come luogo degli dèi e non degli uomini, oggi non la trovi, o la trovi poco.
È per questo che ti affascina l’antico?
Mi piace parlare di antico anche perché mi interessa la natura selvatica, e quando racconti l’antico racconti per forza anche il selvatico. Se voglio raccontare una storia ambientata nei boschi, nelle caverne, in una montagna, sento che devo trovare un’epoca atemporale. E la cosa che mi affascina di più di queste storie è l’interesse per la forma del racconto. Perché ci piace raccontare e ascoltare una storia? Cosa c’è alla base? Non posso dirti con certezza quale sia il rapporto causa-conseguenza, o se ce ne sia uno, ma una cosa l’ho notata: nei testi antichi ci sono molti personaggi che raccontano storie, soprattutto che raccontano storie nelle storie, e alla fine tutte queste storie di che parlano? Di Dio. Una volta nelle storie si parlava molto di Dio, oggi no. Quanti romanzi trovi in libreria, oggi, che parlano di Dio? Ma non Dio inteso come il Dio cristiano, e nemmeno per forza nel senso religioso del termine. Intendo uno scavo, un’esplorazione di cos’è il divino. Pastorale mediterranea, per esempio, per me è un testo che parla di Dio. Anche se è un dio crudele, un dio da Antico Testamento, non tutto è coerente con quell’idea di divinità. Ci sono le varie liturgie, liturgie agresti precristiane di inumazione, la transumanza, le erbe medicamentose, molto viene dal pianto rituale antico studiato da Ernesto De Martino. C’è questo miscuglio di paganesimo e cristianità fervente. Tratto l’antico perché mi lascio ispirare da testi che raccontavano storie, e quasi tutte queste storie parlavano di Dio.
E Dio perché ti interessa? È una conseguenza dell’antico?
Sì, perché l’ambientazione rurale, che ormai sto esplorando da un po’ di anni, mi ha sempre affascinato. Il fatto che tutto – la sfortuna, la disgrazia, la fortuna, le buone cose – veniva da questa figura divina, e chi viveva in questi contesti contadini affrontava o comunque raffigurava Dio in modo molto personale, senza seguire dei precetti, perché non c’erano proprio i mezzi per tenere tutto insieme, e questo secondo me dà la possibilità di creare molte storie, di lavorare molto con la fantasia. Io non sono cristiano, cioè, non sono praticante. Penso di essere agnostico, non lo so e so che certe cose non posso saperle, sono molto dubbioso. Però mi affascina. Anche la liturgia caldea è molto interessante, così come altri riti antichi. L’idea di Dio, da una parte è la cosa più interessante di tutte, dall’altra cosa puoi dire su Dio? È difficile parlare di Dio fra’, non ne parliamo.
Va bene, non ne parliamo. Parliamo invece della tua produzione come scrittore: Il libro nero della fame, Madreselva, Pastorale mediterranea. Tre raccolte di racconti in cui il lettore sente che la penna è sempre la stessa, ma sente anche un’evoluzione, perché se già Madreselva dimostra più consapevolezza narrativa rispetto all’esordio, Pastorale mediterranea si differenzia dai primi due testi perché ha un immaginario più limitato, più definito e meno horror.
Per Il libro nero ho scritto otto racconti in cui volevo che l’atmosfera orrorifica fosse predominante. Madreselva sono sette novelle con una cornice. Pastorale ha questa divisione in due parti: una più universale, con i devoti itineranti dell’alto meridione della prima parte, in cui oltre alla Campania tocco Abruzzo, Molise, la Daunia; invece la seconda parte ha un contesto più intimo, più familiare.
Si fermano e si accampano in riva a un fiume. Il padre dissella i muli, li impastoia, li sfama. Il figlio scarica il carro e si allontana a raccogliere rami e foglie secche, poi torna, li ammucchia per terra e accende un fuoco. Si siedono intorno, mangiano focacce di segale e lenticchie. Bevono vino speziato. Poi il figlio recita il Credo e l’Avemaria e il padre racconta la storia di un santo romita che abitava in una grotta montana e parlava con lupi tassi e pettirossi. Dormono all’addiaccio alla luce delle stelle. Si risvegliano nel buio che precede l’alba.
Ho scritto queste tre raccolte sapendo ogni volta che un certo racconto sarebbe finito in un certo libro. Con Il libro nero della fame volevo ispirarmi al periodo della fame nera nell’alto meridione italiano, avevo il titolo prima ancora di avere i racconti, e sono partito da quell’atmosfera cupa. Però volevo ci fossero anche dei salti temporali. Qualche racconto potrebbe essere ambientato oggi, mentre altri, come per esempio il racconto «Dio», sono ambientati nel periodo medievale o durante la peste del Seicento. Per Madreselva invece volevo delle storie più lunghe, in cui già ho toccato il concetto di viaggio che poi ho continuato a esplorare con Pastorale. C’è un racconto, in Madreselva, intitolato «Pianto antico», che apre la raccolta ed è stato l’ultimo che ho scritto, e l’ho scritto in contemporanea con il primo racconto di Pastorale, «Storia del giudizio». In «Pianto antico» c’è una storia nella storia, la storia di una santa, che poi ho sviluppato in un racconto lungo in Pastorale, «Il paese degli ignavi». Insomma, il germe di Pastorale è nato lì, mentre scrivevo Madreselva. La storia nella storia, il raccontare un unico paese e creare un immaginario: sentivo che doveva essere un libro diverso. È stato un processo naturale. Ora non penso che riuscirei a scrivere racconti brevi. È stata una fase della mia vita.
Quando inizi a pensare a una nuova raccolta, ti limiti a decidere tono e atmosfera generali o progetti già i contenuti di tutti i racconti, prima ancora di scriverne uno?
L’ho fatto per le ultime due. Avevo una sorta di indice mentale. Il libro nero, invece, è stato qualcosa di più istintivo. In Pastorale, per esempio, volevo attraversare diversi tempi verbali e diversi punti di vista, sapevo che mi interessava. Per la prima volta ho scritto un racconto in prima persona.
Ricordo che nel periodo dell’uscita de Il libro nero della fame avevi smesso di leggere testi in prima persona, una scelta un po’ forte, quasi monastica. Da esaltato, direi.
Sì, ma il problema era anche che non riuscivo a scriverli. La prima stesura di «Lamento», il racconto in prima persona che sta in Pastorale mediterranea, mi ha sorpreso. Da anni avevo questa repulsione, mi tenevo alla larga dalla prima persona. Non mi convinceva, neanche come lettore. Di solito ci metto un mesetto o qualcosina di più a chiudere la prima stesura di un racconto e in genere ne scrivo sempre due o tre in contemporanea. Per «Lamento» invece ho trovato questa voce mentre ero malato, bloccato a letto, e l’ho scritto in due notti – solo una prima stesura, ovviamente. E ho trovato questo flusso di coscienza, queste frasi molto lunghe, sinuose, diverse dalla paratassi che uso di solito. Ero malato, ho buttato giù questo incipit su una ragazzina che aveva avuto un lutto, e forse anche questa cosa che non leggevo tanto in prima persona mi ha aiutato a scrivere, a trovare una voce in maniera istintiva, naturale.
Ma perché non volevi leggere testi in prima persona?
Per ottusità. Me ne tenevo alla larga perché spesso senti molto la voce dell’autore con una prima persona, è più facile sentirla, non mi interessava. Ovviamente viene prima la lettura della scrittura, non scriverei se non leggessi molto, ma allo stesso tempo da quando ho un rapporto quotidiano con la scrittura sento che quello che scrivo influenza quello che mi va di leggere. E non si tratta di ricerca o utilitarismo, ma proprio di interesse spontaneo.
Da quando ho un rapporto quotidiano con la scrittura sento che quello che scrivo influenza quello che mi va di leggere
Sono un po’ umorale. Per esempio, se ora sfogliassi Il libro nero cambierei tutto. Anche se a volte dico: “Ah, che semplicità di linguaggio, bello”. Provo anche un po’ di invidia nei confronti di una linearità che al tempo mi veniva più spontanea. Di Pastorale invece avevo tre versioni diverse del manoscritto: una tutta muro di testo con i dialoghi tra caporali, una nuda, senza indicazioni, una con le spaziature, niente muro di testo, più tradizionale. Perché comunque pubblicarlo come l’abbiamo pubblicato è un rischio.
Tu lo volevi così, senza virgolette o altre indicazioni grafiche per i dialoghi?
Sì.
È stato bello trovare una casa editrice che ti ha detto “Ci sto”?
Silvia e Francesco – Costantino e Quatraro, della casa editrice effequ – avevano la versione muro di testo coi caporali. Perché pensavo che se gli avessi mandato l’altra mi avrebbero rifiutato. Pensavo un editore volesse qualcosa di più semplice. Invece hanno accolto la follia. Poi ovviamente ci abbiamo lavorato, abbiamo pensato questa cosa di giocare col punto e virgola per gestire i dialoghi, per far capire al lettore quando si chiude una battuta. Pastorale secondo me è un testo che funziona se letto ad alta voce, c’è molto accumulo, molte liste. Perché l’accumulo dona una certa oralità. A volte le persone mi dicono: “Che palle, tutte queste liste”. Ma io parto sempre dal libro più grande di tutti: la Bibbia. E quelle sono pagine e pagine di liste. Pagine che non sono fatte per essere comprese, ma per essere ascoltate.
Attraversano un bosco ceduo. Parlano poco. Le pietre sul sentiero e gli alberi intorno proiettano ombre lunghe e disarticolate. Il cielo si copre di nubi e bagliori temporaleschi. Si alza un vento gelido che piega gli alberi e scuote le fronde. Fragori di rami spezzati. Foglie rosse che riempiono l’aria. Comincia a piovere. Si riparano sotto l’intrico di un castagno. Grandina. Giovanni si avvicina ai muli, li tiene fermi per le briglie. Giuseppe ammucchia i sacchi rimasti sul pianale sotto due strati di tela cerata. Osservano il temporale. Aspettano accanto ai muli. Si avvolgono in mantelle sbrindellate. Giuseppe dice: Pregherò per quegli uomini.

Le montagne abruzzesi e sul picco Rocca Calascio, uno dei luoghi che ispirano le storie di Gerardo Spirito. Foto di Lia Monguzzi
Nei tuoi testi, soprattutto in Pastorale, gioca un ruolo importante la violenza. Che in effetti fa parte anche del mondo antico, ma è universale, perché la storia dimostra che fa parte anche del mondo di oggi. In un certo senso tu commetti violenza anche nei confronti del testo, perché spesso i tuoi racconti sono scanditi da una paratassi forte, per certi versi forzata, non nel senso di artefatta o ingiustificata, ma proprio perché implica una forma di violenza, di costrizione, sulle parole. Come un’imposizione dei confronti del testo. Frase, punto. Frase, punto. Si sente un’idea di ritmo che ti interessa molto. Cosa ti ha fatto capire che volevi scrivere in questo modo?
All’inizio, soprattutto con Il libro nero, volevo un testo estremamente pulito, quasi senza virgole. Solo punti. Un ritmo marziale. Il lettore doveva leggere storie cupe, oscure, e provare ansia, e l’ansia la dai anche con il ritmo. Con Madreselva ho sviluppato la stessa cosa. In Pastorale da quel punto di vista forse ho esagerato, però non me ne faccio un problema. Finché mi piace, mi diverto, allora mi riesce, credo, non dico bene ma spero in un modo decente. Quello che sto scrivendo ora forse è anche peggio.
Parliamone. Si può?
È un romanzo. Come al solito, in realtà, sto scrivendo più cose insieme. Ma al momento sono più concentrato su un romanzo in particolare, è quello che sto esplorando di più. Ricalca molto le tematiche di Pastorale. C’è sempre il selvatico che è dominante, e questo scavo delle storie nelle storie è ancora più accentuato.
Quindi selvatico, antico…
Fiaba. Il concetto di fiaba. L’archetipo, il fiabesco, questo meridione – anche se in questo caso niente vernacolo. Un viaggio. Un viaggio divinatorio, simile ai Racconti di un pellegrino russo, ma in chiave meridionale. Il viaggio di un pellegrino, un viaggio divinatorio di un pellegrino che pratica la preghiera incessante. Poi torno a esplorare la figura degli itineranti, gli stessi ambulanti che figurano all’inizio di Pastorale, e ci saranno molti incontri, storie nelle storie. E qui torna il libro che sto leggendo, il Guerrin Meschino.
Visto che citi le tue letture recenti, a questo punto parliamo di un concetto a te molto caro: l’archeologia della parola.
L’anno scorso ho scoperto un autore incredibile che non conoscevo: Giuseppe Occhiato. Autore di questa opera-mondo, Oga Magoga, che è stata ripubblicata dal Saggiatore. Un libro scritto in oltre cinquant’anni, accompagnato da un commentario, sempre di Occhiato, che si chiama Appunti sulla lettura di Oga Magoga. Stiamo parlando di un testo scritto in una lingua molto strana, un ibrido fra italiano arcaico e antico dialetto calabrese, parla del ritorno di questo militare che dopo la Seconda guerra mondiale torna nel paese d’origine e lo ritrova assoggettato alla forza di un minotauro crudele. Nel commentario Occhiato parla di «archeologia della lingua»: in pratica ha salvato le parole antiche dall’oblio per donargli nuova vita. Questa cosa mi affascina molto. L’uso di parole desuete per dare alla parola nuova vita. Quest’idea di scavo archeologico declinato in senso letterario.

Le rovine di Rocca Calascio. Foto di Lia Monguzzi
Tu questa cosa l’hai sempre fatta, anche e soprattutto in Pastorale.
Sì. In Pastorale di più perché uso il vernacolo.
Che fonti usi per fare le tue ricerche?
Per il vernacolo? Mi sono ispirato soprattutto al napoletano vernacolare dei prosatori napoletani del Seicento-Settecento. Ad esempio, ovviamente, Gianbattista Basile: Lo cunto de li cunti. Ma anche Giovan Battista Valentino, La mezacanna co lo vasciello dell’arabascia. Alcuni testi popolareschi, come quelli di un poeta anonimo che si firma Filippo Sgruttendio – da l’anonimo Sgruttendio – che ha scritto un testo che si chiama La tiorba a Taccone. O Alfonso Maria de’ Liguori, un poeta che è stato santificato, mi ha ispirato tanto per il vernacolo. Un linguaggio che usano alcuni personaggi, ma non troppi. Non volevo usare il napoletano contemporaneo, volevo usare un napoletano antico, diverso. Come spunto ho preso alcuni termini, ho fatto anche un miscuglio. Mi interessava non dico una forma di verismo, ma mettere il lettore a confronto con qualcosa di nuovo, per certi versi inconoscibile.
Pensa che all’inizio la mia idea era scrivere un testo incomprensibile. Poi ovviamente mi sono reso conto che scrivere un testo incomprensibile sarebbe stata una cazzata, non una buona idea. Troppo estremo, non avrebbe avuto senso. Ma in quei passaggi, in selezionati momenti, c’è uno spiraglio di incomprensibilità, e di questo sono contento. E sto ancora esplorando. Questa mia piccola ossessione per il vernacolo non è iniziata da Pastorale ma da un testo inedito che sto scrivendo da un po’ e che concluderò chissà quando, che è anche più sperimentale dal punto di vista linguistico. Non so quando lo chiuderò, ma non importa, mi sto divertendo.
A proposito di cose che ti divertono, la rivista Calvario. Ho la percezione che oggi, purtroppo, la maggior parte delle riviste letterarie che pubblicano racconti funzionino come dei piccoli laboratori editoriali, quasi a imitare quello che già si trova in libreria. Calvario, invece, è una delle poche riviste che difendono una qualche idea di letteratura.
L’idea originaria venne a me e Marco Marra. Poi si è unito anche Francesco Corigliano. Volevamo una rivista che desse la possibilità di pubblicare testi che trattavano temi poco affrontati nella contemporaneità. L’antico. Il sacro. Non volevamo testi dalle atmosfere contemporanee. Testi sacri, favola, fiaba, rielaborazione fiabesca. Testi sul misticismo. Vernacolo, dialetto – qualsiasi dialetto di qualsiasi latitudine italiana. Questa era l’idea. Qualche rivista c’era che trattava la tematica del sacro, però molto alla larga. O comunque non era il punto focale. Noi volevamo mettere al centro il sacro e l’antico. E abbiamo trovato molti riscontri in quasi due anni di esistenza. Tantissimi giovani autori, e questa è stata la cosa più bella; ancora oggi abbiamo tanto materiale inedito che sarà pubblicato. Ragazzi fortissimi. E siamo partiti col botto, con due racconti molto interessanti: Assunzione di Eleonora Daniel e Strega PiccoloAlbero di Francesca Mattei.
Guardando al panorama editoriale non sembra che ci sia l’interesse per certi temi. E invece apri Calvario e ti arrivano tanti racconti di persone giovani che scrivono e sono interessate ad affrontare quei temi e quelle atmosfere. Secondo te, perché?
Perché manca, in Italia, una certa letteratura, viene in un certo senso oppressa. Non sei portato, se anche ti piace il tema biblico, a scrivere un romanzo che tratta la vita, che so, della regina di Saba, che sia in chiave contemporanea o meno. Non lo fai perché ti dicono che non vende, che non è interessante. Invece nel Novecento sono state fatte queste cose. Abbiamo fior fiore di esempi. Pensa a La gloria di Berto, o a Davide, di Carlo Coccioli. Ci sono tanti libri che partono dal tema bilico e lo espandono. Oggi non dico che è tutto più piatto, però forse l’autore ci pensa due volte prima di scrivere, di spendere anni della sua vita a scrivere un romanzo che a quanto dicono non ha mercato. E questo è, per me, l’errore principale che può fare uno scrittore: pensare alla pubblicazione. Uno dovrebbe scrivere quello che si sente di scrivere, non quello che pensa possa avere un mercato. Anche perché il mondo di chi legge e scrive è diverso dal panorama editoriale.
C’è una corrente nascosta, nella narrativa contemporanea, che si ispira al folklore, al mito, e lo rielabora
Pensavo che non interessasse a nessuno, invece con Calvario ho avuto la possibilità di leggere tante rielaborazioni bibliche, e questa cosa mi ha emozionato. Abbiamo trovato dei testi incredibili, scritti da giovanissimi. C’è un racconto di Sarah Manciocchi Robak, su Calvario. Qui e tutt’attorno, come roteante, che rielabora la storia di Giona. O Appena oltre l’orizzonte, della stessa autrice, in cui si rielabora il viaggio di Mosè nel deserto. L’ha fatto con una voce molto personale. O L’ultimo giorno di Adamo di Edoardo Cenciarelli. C’è una corrente nascosta, nella narrativa contemporanea, che si ispira al folklore, al mito, e lo rielabora. Potremmo chiamarla Neofolk. Ecco, sarebbe bello vederla riconosciuta. Sarebbe bello vedere un esordio di qualcuno di questi giovanissimi che riprende a parlare di temi universali. Della natura selvatica. Dei simboli. Di Dio e della morte.
Parte dell’intervista doppia “È difficile parlare di Dio Oppure del diavolo” nella letteratura contemporanea italiana. Leggi qui la seconda parte ▶ Intervista a Luca Tosi, autore dei romanzi Ragazza senza prefazione e Oppure il diavolo

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