Partita per la Bosnia
Il viaggio di Mirela tra guerra, identità e memoria nel documentario Dom, dalla Bosnia all’Italia e ritorno
«Nel luglio del 1992, durante l’assedio di Sarajevo, 67 bambini furono trasferiti in Italia con un convoglio di autobus della cooperazione internazionale. I bambini, quasi tutti provenienti dall’orfanotrofio di Bjelave, furono accolti in Italia presso due centri religiosi a Monza e a Rimini. Ai bambini venne detto che sarebbero tornati in Bosnia dopo poche settimane».
Inizia così Dom (parola panslava che significa ‘casa’), intenso documentario di Massimiliano Battistella che riapre il capitolo buio delle guerre nella ex Jugoslavia con la delicatezza di un poeta intimista, lasciando la violenza sullo sfondo (neanche un fotogramma dedicato alle bombe e ai cadaveri per le strade) per concentrarsi su una storia minuscola e proprio per questo essenziale, cioè capace di restituire l’essenza di un’epoca intera. Inizia così, seguito da un’inquadratura dell’Adriatico, che per i friulano-balcanici è l’unico mare concepibile; in sottofondo, tra il suono della risacca, il richiamo dei gabbiani e il soffio del vento, udiamo una telefonata della protagonista alla madre.
Tra due giorni vengo a Goražde solo per abbracciarti e dimenticare tutto. Capisco che mi hai dovuto lasciare all’orfanotrofio e che non è stato facile per te, ma voglio ringraziarti per la vita che mi hai dato. Possiamo prendere un caffè insieme.
Dom è iniziato da un minuto e già ci troviamo qui, gettati senza salvagente nella tempesta. Poi, dopo altre istantanee nel presente della protagonista (i due figli, il marito, l’aperitivo con le amiche), puntuali arrivano i filmati di repertorio, dolcemente spietati nel provocare un immediato tuffo al cuore. Viene in mente ciò che scriveva un anno fa sul Post il triestino Roberto Morelli, a proposito dello struggimento dinanzi alle vecchie pellicole amatoriali: «Il mio malessere non viene dal movimento, o dalle voci, o dal contesto, o dal tempo che non è più; ma dal fondersi di tutto in uno spezzone di vita completa, che osservo proprio mentre sto vivendo il mio tempo attuale. Il video restituisce dal passato un trascorso integrale che non possiamo ricondurre al presente. Non lascia spazio all’immaginazione, è conclusivo e definitivo, ha persino una sua mortalità perché le persone di quel momento, i noi di allora, così come agivano, non ci sono più».

Parole che sembrano scritte apposta per i filmati d’epoca di cui Dom è ricchissimo; ma se quelle immagini in movimento straziano chi guarda, spettatore di vite altrui, si può soltanto immaginare cosa possa aver provato nel rivedersi bambina Mirela Hodo, bosniaca classe 1982, rifugiata in Italia nel 1992 mentre la sua Sarajevo stava vivendo il più lungo e sanguinoso degli assedi moderni. Sua è la voce di quella straziante telefonata iniziale, una voce senza orpelli forgiata da un’esistenza trascorsa prima nell’orfanotrofio ‘Dom Bjelave’ di Sarajevo, da cui arrivano i filmati di repertorio girati al momento dell’assedio cittadino, e poi nella colonia estiva “Santa Maria del Mare” di Bellaria (Rimini), gestita dalle Suore Orsoline e animata da formidabili educatrici – su tutte Monica Fogliani – che hanno prodotto un ricco archivio video a cui il regista ha attinto con pazienza da filologo.
Nata a Goražde, cresciuta in orfanotrofio a Sarajevo, scaraventata a Bellaria e ora residente a Rimini, Mirela si sente «come un fiore, come venuta dalla terra»
Se il film fosse soltanto un sapiente montaggio di video anni Novanta, tuttavia, non avrebbe il passo del grande cinema; la sua qualità maggiore è infatti la capacità di entrare nella vita di Mirela, pedinata dalla macchina da presa al modo dei fratelli Dardenne (dichiarata fonte d’ispirazione del regista) fino a farci guardare il mondo con i suoi occhi: quella di una donna abituata a combattere. Nella vita di ogni persona, però, c’è sempre un punto debole, una zona di buio che scava silenziosamente nell’anima: per Mirela, come per molti di coloro che arrivano dalla frontiera spaesata a sud-est di Udine, è il demone implacabile dell’identità, la fatidica domanda ‘chi sono?’. Nata a Goražde, cresciuta in orfanotrofio a Sarajevo, scaraventata a Bellaria e ora residente a Rimini dove si è costruita una famiglia, Mirela si sente «come un fiore, come venuta dalla terra», sbucata all’improvviso senza una storia alle spalle; di qui il suo ritorno in Bosnia, alla ricerca della madre e di sé stessa, per trovare un significato nel suo passato irrisolto.
La prima tappa è Sarajevo. Vista dall’alto, incastrata tra le colline, con il canto del muezzin che accarezza le cupole delle chiese ortodosse (una scena che si è ripetuta per secoli e che solo la follia degli anni Novanta ha potuto interrompere), la città sembra un’apparizione dal fascino languido e irresistibile. Su questo sfondo di struggente bellezza, ormai diventati noi stessi Mirela, abbracciamo amici e amiche della sua infanzia come Amela, Branko, Amin, Dragana e Aida. Con loro esploriamo le stanza dell’orfanotrofio di Sarajevo, ricostruito dopo la guerra e riconvertito in scuola, in preda a una commozione feroce; con loro beviamo birra, fumiamo sigarette, mangiamo carne con la cipolla, beviamo lunghi e deliziosi caffè bosniaci – puntualmente contrapposti a quelli intensi e ristretti degli italiani –, cantiamo e balliamo l’immancabile musica balcanica; con loro, soprattutto, trascorriamo quel tempo sospeso che ci separa dalla tappa più difficile, quella dell’appuntamento con il nostro destino: la misteriosa Goražde attraversata dal fiume Drina, come la Višegrad del ponte cantato dal nobel bosniaco Ivo Andríc nel suo stupendo romanzo Il ponte sulla Drina. Sarà quella la famosa ‘casa’ (dom, appunto) che ci attende a braccia aperte? È questa la domanda a cui Mirela cercherà una risposta negli ultimi quindici minuti del film, meravigliosamente costruiti sull’alternanza di pieni e vuoti, musiche e silenzi, sguardi che aprono su abissi interiori e parole che ci riportano alla realtà dell’esistenza. Nelle note allegate alla presentazione per la stampa, il regista scrive:
Quando ho incontrato Mirela, ho percepito in lei due anime: l’essere madre oggi e l’essere figlia ancora segnata dall’abbandono. Il suo ritorno intimo a Sarajevo è un viaggio simbolico, alla ricerca della propria origine. [...] Durante le riprese si è instaurato un dialogo creativo ed emotivo senza cesure fra campo e fuori campo, guidato da una consapevolezza etica supportata dal metodo dello psicodramma applicato in fase di riprese nella piena partecipazione di una figura professionale preposta all’ascolto e al dialogo nella tutela di tutti i ruoli in gioco, troupe inclusa e di Mirela soprattutto.
Significativa, a questo proposito, la scelta del formato 4:3 per marcare l’intimità del punto di vista e lo spazio compresso che, fra passato e presente, unisce i due lati dell’Adriatico: così, quando a Goražde Mirela ritrova il suo certificato di nascita e nelle sue pupille, poche scene dopo, vediamo dipanarsi l’aggrovigliata matassa di interrogativi che l’ha accompagnata per tutta la vita, in questo stare dei suoi occhi dentro i nostri (e viceversa) ci sembra già di vedere l’uscita, la luce sulla soglia che ci riporterà a Rimini. Perché alla fine, come direbbe l’italo-somala Igiaba Scego (un’altra donna a cavallo tra due mondi), «la mia casa è dove sono».

È con questo messaggio che Dom, inconsapevolmente e proprio per questo in maniera così pura, si collega a un altro documentario, girato nel 2012 e incentrato sulle vite dei tanti profughi delle guerre balcaniche ospitati dal 1991 al 1997 nella ex caserma ‘Monte Pasubio’ di Cervignano del Friuli (una storia di cui questa rivista ha parlato diverse volte): si intitola Ciò che rimane e purtroppo non ha mai visto la luce per ragioni finanziarie, nonostante la tenacia della regista Maria Silvia Bazzoli che otto anni dopo avrebbe pubblicato il romanzo La voce di Ajla (Forum, 2020) dedicato – come una sorta di risarcimento – proprio alle donne che in quel 2012 le avevano affidato i loro ricordi di ex rifugiate e ormai friulane de facto. Di questo non-film esistono ancora una pagina Facebook dormiente e un trailer provvisorio su YouTube; se mai qualcuno troverà i mezzi per terminarlo e distribuirlo nelle sale, anche Ciò che rimane entrerà di diritto nel mirabile filone artistico che negli ultimi anni ha riportato all’attenzione del pubblico la memoria delle guerre nella ex Jugoslavia. Dal film Cherry Juice di Mersiha Husagic ai romanzi Alma di Federica Manzon e Dopo la festa di Stevo Grabovac, tutte opere che hanno visto la luce tra il 2023 e il 2025 la grande cultura transfrontaliera fra il Tagliamento e il corso orientale del Danubio sembra finalmente pronta a raccontare le sue ferite mai del tutto rimarginate. Ed è anche da questo punto di vista che Dom, così profondo e sensibile nella sua poetica, rappresenta un tassello fondamentale nella ricostruzione della memoria collettiva.
In copertina una veduta di Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina, in un fotogramma di Dom

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