Un volto che ci somiglia

Storie di democrazia e comunità dal Sud dell’Italia nell’arcipelago di ritratti di Goffredo Fofi

Il Sud come metafora dell’Italia: quante volte ricorriamo a questa immagine per spiegare il bello e il brutto della nostra penisola. La solarità delle persone, il cibo buono, il clima mite, ma anche la criminalità organizzata, la corruzione e la disorganizzazione imperanti; per non dire del fenomeno dell’emigrazione, che colpisce il Sud più duramente del resto del paese. In fondo però, questo Sud, chi lo conosce davvero? Goffredo Fofi ha dedicato una vita a comprendere la società meridionale, pur non essendoci nato, e se n’è occupato con amore fino all’ultimo, attraverso un lungo percorso di attivismo e riflessione. Poco prima di morire, è riuscito infatti a consegnare all’editore Feltrinelli una versione rivista, benché ancora incompiuta, di Arcipelago Sud. Voci e luoghi della cultura italiana, curato da Mirko Grassi. In questo libro Fofi compone un «caleidoscopio meridionale»: l’espressione, che ritorna tante volte nel corso del volume, è rubata al libro Dadapolis, Caleidoscopio napoletano della sua grande amica Fabrizia Ramondino.

Attraverso novanta ritratti di scrittori e scrittrici, storici e meridionalisti, educatori, attori, fotografi, registi, giornalisti, cantanti, economisti, filosofi, attivisti Fofi restituisce la trama di incontri reali, libreschi o per interposta persona, che hanno rappresentato per lui una scuola di politica e di vita, i cui insegnamenti sono ancora degni di essere trasmessi. Tutte queste esperienze sono accomunate dal Sud, inteso come luogo di provenienza o d’elezione per l’impegno politico. L’autore stesso ha mosso i suoi primi passi, giovanissimo, nella Sicilia dei movimenti per la pace di Danilo Dolci, originario del Carso, e ha poi vissuto e operato a Napoli per vent’anni. La rassegna, che segue un ordine alfabetico non cronologico, risponde quindi a un criterio fondamentale: condurre chi legge alla ricerca di «un volto che ci somiglia» nel Sud e nelle Isole, secondo l’espressione del torinese Carlo Levi.


Uno scatto dalla marcia per la Sicilia Occidentale a Partanna, il 6 marzo 1967. In prima fila Danilo Dolci, Carlo Levi, Lorenzo Barbera, Ernesto Treccani, Pompeo Colajanni, Antonino Uccello. Alle loro spalle, con in mano il cartello “Pace al Vietnam. Libertà ai popoli oppressi. Lavoro ai siciliani”, un Peppino Impastato non ancora ventenne. Fotografia di Toni Nicolini



Di volti familiari, alla fine, Fofi ne ha trovati molti di più, in un personalissimo arcipelago che va da Anna Maria Ortese a Totò, da Giuseppe Di Vittorio a Massimo Troisi, la cui ricostruzione ha richiesto uno scavo profondo in una storia sepolta.
 

Certi incontri, certe acquisizioni, certe osservazioni [...] ci rinviano a una realtà lontanissima oggi dall’esperienza degli italiani nati dopo quegli anni, che d’altronde non si direbbe che amino pensare a quando la fame non era neanche qui un concetto astratto e ricordare quanto simile fosse la vita dei loro nonni o genitori a quella dei poveri, dei contadini, dei migranti di oggi ma di altre parti del mondo, o che qui fanno i braccianti in condizioni non certo migliori di quelle dei loro-nostri nonni, nelle strette e nei ricatti e nelle ipocrisie di un progresso manipolato e distruttivo.


Non si possono trovare somiglianze, se non si sa più chi si è: l’oblio del Sud è segno di una rimozione collettiva, dagli effetti nefandi sulla vita civile dell’Italia. Per questo il libro si può considerare, nelle parole del curatore Mirko Grassi, un «affresco meridionale, e al contempo nazionale», che parla al paese intero, ricostruendone la memoria, ma toccandone anche molti nervi scoperti. Uno di questi è il legame con la propria terra, che spesso sfocia in forme di attaccamento campanilistico o patriottico; Fofi rifiuta nettamente questa prospettiva, perché «il patriottismo è l’ultimo rifugio degli imbecilli, dei falliti». Peraltro, è proprio questa esaltazione del localismo, dei miti e delle identità inventate a fungere da pretesto per l’atteggiamento discriminatorio dei settentrionali verso i meridionali, in nome di una presunta superiorità fondata sul reddito pro capite, ma giustificata anche su base culturale e talvolta persino razziale. Quello che Arcipelago Sud propugna è invece tutto il contrario della mentalità strapaesana, ma è piuttosto la consapevolezza, appresa dall’antropologo Ernesto De Martino, che «solo chi ha radici in un posto preciso, in una precisa comunità, può essere cittadino del mondo, può entrare nel mondo senza venirne sopraffatto».

Il rapporto con le radici si traduce nell’esigenza di essere radicali, assumendo una posizione chiara di fronte alle ingiustizie e alle sfide del proprio tempo. Rispetto al Nord, al Sud nessun modello di sviluppo e progresso è stato ammorbidito dalle illusioni del benessere o dal mito del guadagno illimitato. Qui le perdite sono state troppo profonde e durature – dallo sfruttamento nel lavoro all’emigrazione di massa fino all’avvelenamento del suolo – per lasciare spazio a effimere consolazioni. In questo contesto matura l’esperienza di Gustaw Herling, giornalista e scrittore che Fofi sceglie come 34esimo ritratto di Arcipelago Sud. Polacco di nascita e napoletano d’adozione, marito di Lidia Croce, nonché superstite dei gulag sovietici, la sua opera spicca per un atteggiamento esistenziale che lega inestricabilmente tra loro coscienza e azione: Herling parla di un duro confronto con la realtà, che impone scelte decise di partecipazione e azione politica; tutto il contrario delle mitizzazioni di un Sud arcadico e fuori dal tempo.
 

Il mondo va incontro a una storia che sarà sempre più terrificante tra disastri ecologici, guerre e divisioni sociali e, di nuovo, il problema è se possiamo o non possiamo credere nell’uomo, nella lotta dell’uomo per cambiare il suo destino sulla Terra. Herling non vi ha dato una risposta, e questa domanda forse non avrà mai risposta, però ha saputo dirci che, momento per momento, bisogna scegliere il proprio posto nella storia, e scegliersi come individui presenti nella società, presenti nella storia, e parlando, dicendo, riflettendo, discutendo a fondo, trasformando quando possibile le parole in azioni, a partire dalle proprie convinzioni, purché non ipocrite o opportunistiche, purché oneste e di conseguenza radicali.


La radicalità delle scelte non è una forma di eroismo solitario, né di esasperata sensibilità di fronte ai problemi posti dalla realtà, bensì il presupposto di un progetto politico di democratizzazione della società, che nasce dal rapporto con la comunità in cui si vive: in questo processo di confronto può sorgere un’alternativa al potere repressivo delle istituzioni tradizionali, dai partiti alle università, che calano le proprie norme dall’alto.
 

La radicalità delle scelte non è una forma di eroismo solitario, bensì il presupposto di un progetto politico di democratizzazione della società


Il primo ostacolo su questo cammino è l’idealizzazione del passato, perché la nostalgia può paralizzare come un veleno, distogliendo dagli esempi che inducono all’azione nel presente e confondendo la mente con stereotipi immutabili o con l’amarezza per la perdita di un’età dell’oro posta alle nostre spalle. Invece i ritratti che compongono il libro, pur provenendo dal passato, sono tutti legati tra loro dall’impegno per la comunità, dalla ricerca di nuovi modi di lotta politica e di creazione artistica, che confermano la loro validità nell’oggi. Per quanto si tratti di “vocazioni minoritarie”, secondo il titolo di un saggio-intervista di Fofi del 2009, queste esperienze devono agire come il sale nelle comunità. Sono esperienze che non possono rimanere in una torre d’avorio e neppure porsi in un ruolo di superiorità e potere; al contrario, devono contribuire alla messa in pratica di forme diverse di organizzazione sociale, più democratiche di quelle vigenti nelle istituzioni statuali ed economiche, com’è avvenuto ad esempio a Napoli con la Mensa dei bambini proletari. Sorta negli anni Settanta, il suo obiettivo era occuparsi del sostentamento e dell’educazione del proletariato marginalizzato. All’epoca, questo veniva definito con disprezzo sottoproletariato anche dai comunisti, che vi vedevano una fascia della popolazione priva di coscienza di classe e sostanzialmente ineducabile. Il rapporto tra intellettuali, politica e popolo rimane tutt’ora una ferita aperta nella società italiana: perché la politica si disinteressa del popolo, e perché il popolo è cambiato, ha perso coscienza delle proprie condizioni e spesso si identifica con l’ideologia dei ceti dominanti.


Una manifestazione della Mensa dei bambini proletari a Napoli. Fotografia di Peppe Avallone

 

C’erano una volta i contadini, i pastori, i briganti, i lavoratori e le lavoratrici che si organizzavano per contrastare la precarietà dell’esistenza e creare alternative concrete alla miseria quotidiana. La gente comune è stata protagonista indiscussa della cultura di comunità, della trasmissione del folklore e delle forme di resistenza allo sfruttamento maturate nel Sud. Poi, di colpo, anche il popolo meridionale si è “settentrionalizzato”, nel senso che si è adeguato a degli standard di vita diffusisi a partire dall’egemonia del Nord globale. Questo autoinganno, indotto dall’esterno, ha comportato una mutazione antropologica. Se la comicità popolaresca di Totò, che ai tempi poteva sembrare a tratti volgare nella sua esuberanza, «era legata a una “volgarità” che poteva anche essere straordinariamente poetica, perché veniva dal “volgo”, l’odierna italica volgarità è quella di un paese “benestante” e “benpensante”, e la differenza è siderale».

Questo è il segno di un potere che ha cambiato sembianze, affinando le sue strategie di controllo. È un dominio invisibile che ha azzerato la percezione delle diseguaglianze, facendo introiettare modelli sociali e linguaggi politici che fungono, in realtà, da potenti sedativi collettivi. Lo aveva già intuito negli anni Settanta lo scrittore calabrese Mario La Cava, autore del romanzo I fatti di Casignana, dedicato al fallimento dei movimenti contadini alle pendici dell’Aspromonte dopo la grande guerra:
 

Il suo humus sta ancora nella necessità di rivolta che il nostro tempo esprime più fortemente che mai ma che ha oggi a frenarlo e condizionarlo non solo il male del potere ma il male che il potere ha iniettato in tutti noi. E che ha portato alla perdita d’identità di tutto un popolo truffato dall’inganno del cosiddetto populismo (che differenza, che rovesciamento nel significato che questa parola ha assunto oggi!).


Nella cultura popolare del Novecento c’erano straordinari strumenti di consapevolezza e resistenza, che sembrano andati perduti. Ciò che invece non cambia è la tenace permanenza al potere di quelli che Carlo Levi chiamava i “luigini”: i piccoli burocrati che non pensano ad altro che alla conservazione del proprio benessere e delle proprie posizioni. Di loro Gaetano Salvemini disse che sarebbe rimasta solo l’impronta dei loro sederi sulle poltrone nei circoli dei signori del loro paese. Chiunque ora vuole essere luigino: l’inerzia generalizzata di fronte alle ingiustizie ha trasformato tutti in egoisti concentrati soltanto sul proprio particolare. Per dirla ancora con Carlo Levi, questa volta quello dei Quaderni a cancelli, l’Italia è sempre più piena di “allergici”, rintanati nel timore di perdere il loro piccolo salvabile, il loro piccolo bottino personale, e sempre più priva di “diabetici”, capaci di grandi scorpacciate di esperienze e di vita, che hanno così tanto zucchero in corpo da poterlo spargere intorno «e così addolcire l’umanità, renderla migliore» senza pensare al proprio tornaconto.
 

Nello strabismo del paese che guarda sempre altrove, il Sud di Fofi è un invito a riumanizzarci: qui possiamo toccare con mano che le ingiustizie non avvengono soltanto in luoghi lontani


Quanto rimane, allora, delle esperienze e dei luoghi del Sud raccontato nel libro? Più di quanto siamo disposti a riconoscere, purché ci sforziamo di uscire dalla bolla d’irrealtà virtuale in cui siamo immersi. Nello strabismo del paese che guarda sempre altrove, al Nord, agli Stati Uniti, preferibilmente sullo schermo di un telefono o di una smart tv, il Sud di Fofi è un invito a riumanizzarci: qui possiamo toccare con mano che le ingiustizie non avvengono soltanto in luoghi lontani, visti in un video commentato da qualcun altro, ma sono parte strutturale dell’organizzazione economica e sociale italiana. Non è un caso che il Sud, inteso come cultura di comunità e di resistenza a questi modelli, di cui è anche la prima vittima, sia un elemento scomodo, non classificabile, che volentieri si rimuove dal discorso pubblico. Ma un arcipelago, per quanto delicatissimo, è composto di innumerevoli isole. Così, quello che chiamiamo Sud è definito dalla pluralità dei mondi e delle esperienze che incarna. Se il suo ecosistema è stato compromesso dall’abuso e dall’inerzia degli uomini, le vite dei suoi abitanti invece hanno già superato i confini geografici di provenienza, con storie che ci rammentano qualcosa di noi che pensavamo di aver dimenticato ma che ci accorgiamo ancora, nonostante tutto, di dover ricordare.

 

In copertina il sedicenne italiano John Megna, spazzino, fotografato il 18 giugno 1916 di fronte alla King Philip Mill Settlement House a Fall River, nel Massachussets, per una documentazione del Comitato nazionale sul lavoro minorile. Fotografia di Lewis Wikes Hine


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