Niente marcio in Danimarca | Speciale Europee 2019

In cinque anni, dall'idea di un referendum per l'uscita dall'Unione Europea al generale sostegno per l'Europa

Rispetto a molti colleghi europei, la Danimarca può essere considerata un paese “noioso” da seguire. In un momento in cui l’economia europea continua a deludere, quella danese è in continuo aumento; la disoccupazione è storicamente bassa, le esportazioni crescono e la Danimarca è il paese più digitalizzato dell’Unione Europa (stando all’indice DESI). I notiziari sono dominati da grandi storie dall’estero e piccole controversie politiche interne. Per questo motivo i cittadini danesi hanno un punto di vista differente riguardo alle prossime elezioni del Parlamento Europeo rispetto a molti altri cittadini europei. Tuttavia, non è sempre stato così.

Il risentimento anti-europeo
Nel 2014 l’orizzonte politico era completamente diverso. Le ferite della recente crisi finanziaria stavano ancora guarendo, lo scetticismo nei confronti dell’Ue aveva raggiunto i massimi storici e la frustrazione causata dal dumping sociale era al centro del dibattito pubblico. In quel contesto il Partito Popolare Danese, la realtà euroscettica per eccellenza, ottenne il 26,6% dei voti e quattro dei tredici seggi disponibili, diventando il partito più votato alle elezioni del Parlamento Europeo in Danimarca. Questo risultato senza precedenti fu in parte dovuto al personaggio di Morten Messerschmidt, un avvocato carismatico ed estremamente eloquente che ottenne oltre 465mila preferenze, il risultato migliore mai ottenuto da un politico alle elezioni europee. Il Partito Popolare Danese costruì la sua campagna su un misto di scetticismo nei confronti dell’establishment dell’Ue, risentimento contro il così detto «benefit tourism» e criticismo verso la coalizione Euro-friendly. Molte cose sono successe da quel periodo. La maggior parte dei paesi europei si sono ripresi dalla devastante crisi finanziaria, chi più chi meno, hanno sperimentato un inedito flusso di migranti nel 2015 e infine (come dimenticarla) la Brexit. Basandosi proprio su questi eventi significativi, molti esperti avevano previsto un’ascesa del populismo in Europa. Come le tessere del domino, uno dopo l’altro i Paesi avrebbero finito per seguire le orme del Regno Unito e abbandonare l’Unione Europea. Prima la Nexit, poi la Grexit e infine la Daxit. Ma queste previsioni non si sono materializzate, e nonostante sia vero che il populismo (da destra a sinistra) sta dominando la scena politica del continente e che probabilmente giocherà un ruolo chiave nelle prossime elezioni europee, la Danimarca sembra essere sfuggita a questa realtà.

(Non) c’è qualcosa di marcio in Danimarca
Mentre l’intero continente era impegnato a discutere importanti questioni, dall’ascesa (e il dominio) dei partiti di estrema destra, alla soppressione dello Stato di diritto o al progressivo distaccamento delle classi elitarie dalle persone normali, la Danimarca è alle prese con un tipo di dibattito estremamente più mondano. Quando non si discutevano la riforma sanitaria o la revisione delle nostre infrastrutture, l’argomento onnipresente nelle conversazioni dei circoli politici danesi era su quando saranno le elezioni parlamentari nazionali. Avrebbero dovuto avere luogo al più tardi il 17 giugno di quest’anno, il che ha ovviamente portato gli esperti a speculare su tutta una serie di possibili costellazioni legate a questo evento. Anche se poi la data fissata il 5 giugno prossimo, l’opinione più diffusa era che le elezioni per il parlamento nazionale si sarebbero tenute lo stesso giorno delle europee. Entrambe le parti portano argomentazioni convincenti. Una celebra questa «festività della democrazia» dove le europee saranno un punto di svolta senza precedenti per gli elettori, mentre l’altra la condanna, temendo che un’elezione europea altrimenti «poco interessante» anneghi nella marea della politica nazionale e ne diventi semplicemente un riflesso.
 

Una recente ricerca ha messo in luce il fatto che 7 danesi su 10 supportano l’Ue, e il 62% ha risposto di non volere un referendum per mettere in discussione l’adesione della Danimarca all’Ue


In ogni caso, ciò che è chiaro è che i danesi hanno cambiato idea sull’Ue. Durante tutti i referendum e dibattiti che ci sono stati da quando la Danimarca ha aderito alla CEE nel 1972, sostenitori e oppositori dell’Unione Europea si sono sempre divisi a metà. Prima del referendum sulla Brexit nel 2016, quasi un terzo dei danesi affermava che la Danimarca avrebbe dovuto seguire il Regno Unito fuori dall’Europa, e meno della metà voleva effettivamente continuare a farne parte. Tuttavia, una recente ricerca ha messo in luce il fatto che 7 danesi su 10 supportano l’Ue, e il 62% ha risposto di non volere un referendum per mettere in discussione l’adesione della Danimarca all’Ue – e nel caso questo ci fosse stato il 66% avrebbe votato per restare, il 22% per uscire. Questo trend può essere osservato anche nei recenti sondaggi di opinione, dove il Partito Populista Danese ha racimolato un deludente 13,8% (circa la metà di ciò che aveva ottenuto nel 2014) e i partiti “mainstream” e Euro-friendly stanno incrementando i loro voti e dominando chiaramente il panorama politico. Anche i partiti euroscettici hanno identificato questa simpatia nei confronti dell’Europa. L’Alleanza Rosso-Verde (il partito più di sinistra nel Parlamento Danese) e uno dei partiti più euroscettici della Danimarca hanno fatto marcia indietro sulla loro promessa di un referendum sulla permanenza o meno della Danimarca nell’Ue, spingendo adesso per un «approccio più costruttivo». Lo stesso vale per il Partito Popolare Danese, che ad ora non sente il bisogno di un referendum.

I soliti sospetti
Cosa può spiegare questa svolta inaspettata degli eventi? Per partire dalla cosa più ovvia, quello di cui nessuno vuole parlare è la Brexit. I danesi sono dolorosamente consapevoli delle difficoltà che i nostri colleghi euroscettici dall’altra parte del canale stanno attraversando. Non passa giorno senza una nuova prima pagina, un’altra storia dell’orrore o l’ennesimo documentario che spiega nei dettagli quanto difficile sia lasciare l’Unione Europea. Prima del 2016 molti danesi (e britannici) erano dell’idea che lasciare l’Ue fosse una sorta di passeggiata – una mera formalità che avrebbe permesso a chi usciva di prendersi la sua fetta di torta e mangiarla. Ahimé, come sono cambiate le cose. Dopo due anni di costante lotta intestina nel parlamento britannico, e con la prospettiva di prolungare il dolore per un periodo di tempo indefinito, nessuno in Europa ha lo stomaco per affrontare un simile harakiri, specialmente la Danimarca, un paese che tutti considerano molto solido economicamente.
 

Dopo due anni di lotta intestina nel parlamento britannico, e con la prospettiva di prolungare il dolore per un periodo di tempo indefinito, nessuno in Europa ha lo stomaco per affrontare un simile harakiri, specialmente la Danimarca


Anche se la Brexit ci ha insegnato che la vita all’interno del club è decisamente più semplice che fuori, sarebbe troppo semplicistico fare solo affidamento sulla Brexit per spiegare questo recente sviluppo. Come già detto, il famigerato Morten Messerschmidt è stato il fattore principale della storica elezione del Partito Popolare Danese nel 2014, ma nell’agosto del 2016 si è dimesso dalla carica di capogruppo del Dpp in seguito ad uno scandalo legato a irregolarità nell’uso di fondi per le elezioni nazionali. Da quel momento il partito ha sofferto la mancanza di un leader che era capace di cavalcare l’onda dell’euroscetticismo danese. Inoltre ricordiamo che la Danimarca, contrariamente ai suoi vicini del nord Europa, ha accettato solo una parte dei migranti che hanno raggiunto l’Europa nel 2015. Pur essendo un tema estremamente dibattuto, non è mai arrivato alle dimensioni raggiunte in Germania, Italia e Svezia, ad esempio. Per di più si è velocemente creato un consenso nel parlamento danese per l’adozione di un comportamento intransigente del fenomeno della migrazione. Questo è esemplificato perfettamente dalla trasformazione dei Socialdemocratici da partito progressista e pro-migrazione a partito analogo al Dpp, almeno per quanto riguarda questo aspetto. Pertanto, la ragion d’essere del Dpp, conosciuto per la posizione estremamente ferma che ha sempre tenuto riguardo al problema migrazione, è stata inghiottita dai partiti dell’establishment di destra e sinistra e sembra aver deflazionato un partito che aveva conosciuto una crescita costante dal 1995 ad oggi. Tutto questo appare chiaro nei sondaggi per le europee come per le nazionali.

Un'anomalia europea
Quindi cosa aspettarci dalle prossime elezioni europee? Contrariamente a molti dei suoi vicini, è probabile che la Danimarca sperimenti i risultati meno controversi in assoluto. I partiti europeisti si assicureranno la maggior parte dei seggi e contribuiranno a rafforzare Epp, ALDE, i Verdi e il gruppo progressista degli S&D. D’altra parte gli euroscettici riceveranno una parte dei voti del 2014, consolidando la Sinistra unitaria (Gue-Ngl) e i Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) con un paio di mandati a testa. Se così fosse vedremo elezioni che ricorderanno quelle degli anni Ottanta e Novanta, dove l’entusiasmo europeista dominava il dibattito politico in Europa e l’euroscetticismo era un movimento di nicchia. Rimane da chiedersi: la Danimarca sarà un’anomalia storica o farà da apripista per il resto del continente?
 

Traduzione di Francesca Bertocchi
Click here for the English version ► Not much is rotten in the state of Denmark


Parte della serie Speciale Elezioni Europee 2019

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