La Polonia tra chiusura e progressismo | Speciale Europee 2019

Storia privata e pubblica dei cambiamenti della Polonia con gli occhi di una sua cittadina

Nel 2014, il Ministero degli Esteri polacco ha pubblicato un rapporto sui dieci anni della Polonia nell’Unione Europea. Tra i vari punti positivi, il documento vantava ottimi rapporti dei politici con Bruxelles. In effetti, il governo è riuscito ad assicurarsi 441 miliardi di złoty (più di 100 miliardi di euro, una somma superiore rispetto agli anni 2007-2013) per la Polonia nel bilancio 2014-2020 dell’Ue. Il paese ha pure guadagnato in termini di prestigio con la nomina dell’ex premier Donald Tusk alla presidenza del Consiglio europeo. Cos’è successo in Polonia dalle ultime elezioni europee ad oggi? Come è cambiato il suo rapporto con l’Unione europea? Ci sarebbe tanto da dire, quindi mi limiterò ad una storia: quella dei poteri e contropoteri dopo le elezioni politiche del 2015, della società civile e del paesaggio politico a qualche settimana dalle elezioni europee.

Europee del 2014, il rinnovo dello status quo
Partiamo dalle ultime elezioni europee. Nel 2014, la Polonia era governata dalla coalizione del partito di centrodestra Piattaforma Civica (PO) e del Partito Popolare (PSL). Piattaforma Civica è arrivata al primo posto al Parlamento europeo, seguita dal partito (all’epoca) di opposizione – i nazional-conservatori di Diritto e Giustizia (PiS). Fin qui niente di sorprendente, forse tranne l’elezione di Janusz Korwin-Mikke, un populista di estrema destra famoso per i suoi discorsi ultrasessisti i cui interventi nel Parlamento europeo hanno diffuso un’immagine molto negativa del paese.

2015, anno dell’inversione politica
Le cose sono diventate più complesse nel 2015, l’anno delle elezioni presidenziali e parlamentari. Al tempo, il partito di governo Piattaforma Civica era abbastanza convinto di vincere, tanto che il presidente e la premier uscenti si erano ricandidati. Invece le cose sono andate diversamente. Bisogna ricordare che in quel periodo la crisi migratoria era all’apice e la Commissione europea aveva proposto un sistema di ripartizione dei profughi in tutti i Paesi membri. Questa idea ha generato forti polemiche e ha giocato a favore del partito di Jarosław Kaczyński, Diritto e Giustizia. Era l’occasione tanto attesa di tornare al potere. Nella campagna, infatti, il partito si opponeva apertamente alla politica di accoglienza dell’Ue. Inoltre, Diritto e Giustizia usava anche un argomento economico, promettendo abbondanti sussidi con il programma «Famiglia 500+», un trasferimento diretto di 500 złoty (circa 120 euro) per ogni figlio successivo al primo, indipendentemente dal reddito. Anche in questo modo Diritto e Giustizia è arrivato al potere dopo 8 anni all’opposizione. Da lì, i rapporti con l’Ue sono cambiati, inevitabilmente.

Il braccio di ferro con le istituzioni europee
Le frizioni sono iniziate subito: il partito di governo Diritto e Giustizia è intervenuto per modificare la composizione del Tribunale Costituzionale in suo favore e limitato la libertà di stampa. Di fronte a queste riforme pericolose, l’opposizione e la società civile hanno reagito con varie manifestazioni. Nel 2015 si è formato il cosiddetto Comitato per la Difesa della Democrazia (KOD). È nato su Facebook, ma è presto diventato un movimento civico che ha organizzato numerose proteste in diverse città polacche. Le foto di queste manifestazioni hanno girato il mondo, e così l’opinione pubblica ha iniziato ad interessarsi alle decisioni del nuovo governo polacco. Tra gli slogan del Kod si poteva leggere «Media liberi» (Wolne Media) e «Libertà, Uguaglianza, Democrazia» (Wolność, Równość, Demokracja). Tante anche le bandiere europee sventolate nelle piazze. Il messaggio era fortissimo. In quel periodo vivevo in Francia e studiavo il caso della Polonia con molta attenzione: in quanto franco-polacca ero molto fiera di poter osservare queste grandi proteste. Tuttavia, ho notato che ad un certo punto la gente si è messa a confondere il governo con la totalità dei polacchi e per smentire questa percezione ho deciso di scrivere per la rivista Le Taurillon dei Jeunes Européens (la Gioventù Federalista Europea in Francia).
È stato proprio il conflitto politico intorno al Tribunale costituzionale del 2015 ad aver attirato l’attenzione di Bruxelles. La Commissione europea, tramite il suo primo vicepresidente Frans Timmermans, ha intrapreso un dialogo col governo polacco svolgendo un lavoro di monitoraggio dello Stato di diritto. Inoltre, il caso della Polonia ha interessato la Commissione di Venezia, organo consultivo del Consiglio d’Europa composto da esperti in diritto costituzionale che ha pubblicato una serie di pareri sulla riforma, pareri che comprendevano osservazioni contrarie alla posizione del governo polacco. Quest’ultimo ha rigettato il parere dell’organo del Consiglio d’Europa e ha rifiutato qualsiasi collaborazione.

2016, la ribellione delle donne
Le tensioni tra governo e società civile sono continuate nel 2016. Anzi, il potere ha provato ad attaccare i diritti di una minoranza spesso dimenticata ma molto potente: le donne. In effetti, la Camera bassa del Parlamento ha non solo respinto la liberalizzazione dell’aborto, ma si è pure pronunciata a favore di una maggiore limitazione di questo diritto. Le donne si sono subito mobilitate ed è nato lo «Sciopero Nazionale delle Donne» (Ogólnopolski Strajk Kobiet). Di nuovo, la Polonia si è riempita di manifestazioni, ma questa volta lo slogan era «Protesta Nera» (Czarny Protest) e ha coinvolto sia le donne che i gruppi di opposizione dell’anno prima. Arrivavano messaggi di solidarietà da donne da tutto il mondo e ci siamo mobilitati anche noi, studenti di Sciences Po. Quell’anno è stato particolarmente importante per me: ho potuto incontrare Lech Wałęsa – leggenda di Solidarność e Premio Nobel per la pace – all’occasione del suo giro della Polonia. Wałęsa, ormai settantenne ritirato dalla politica, è tornato sulla scena pubblica per invitare i polacchi ad agire per il bene del paese. È stato come un segnale d’allarme.

La Catena di Luce
Nel 2017 l’opinione pubblica continuava a dividersi tra i sostenitori del partito di governo Diritto e Giustizia e gli altri: l’opposizione e i movimenti civici. A luglio è venuta fuori una nuova polemica; la Camera bassa ha approvato tre disegni di legge: una riforma dei tribunali ordinari, del Consiglio nazionale della magistratura e della Corte suprema. Un passo che è stato percepito come un’altra violazione dello Stato di diritto. A metà luglio i polacchi si sono di nuovo ritrovati nelle piazze, e più precisamente davanti ai tribunali. Le proteste si svolgevano la sera, perché ogni partecipante doveva lasciare una candela davanti al suo tribunale formando una catena, e per questo la mobilitazione fu chiamata Catena di Luce (Lańcuch Światła). «Tre volte veto!» gridavano i manifestanti, rivolgendosi al presidente Andrzej Duda. In effetti, dato che ogni legge approvata in parlamento deve essere firmata dal presidente della Repubblica, la palla era nel suo campo. Quell’estate stavo lavorando al Comune di Słupsk, una città al Nord della Polonia. Andavamo alle manifestazioni con le mie colleghe, eravamo tantissimi e cantavamo The Wall dei Pink Floyd. Ci ha partecipato pure il sindaco Robert Biedroń – «La democrazia è come un bel fiore, bisogna prenderne cura», diceva. È stato veramente emozionante ritrovarsi in una manifestazione piena di convinzione, simboli importanti (tra Costituzione, canzoni impegnate, bandiere europee) e speranza. Alla fine, il presidente ha firmato solo una legge su tre – una piccola vittoria.

La crisi diplomatica
Il 2018 ha visto altre proteste contro il governo, tra cui una organizzata dai parenti di persone disabili, e le celebrazioni del centenario dell’indipendenza della Polonia, ma i momenti su cui bisogna invece soffermarsi sono altri, tre in particolare. Il primo è la legge sulla Shoah, ovvero un emendamento alla legge sull’Istituto della Memoria Nazionale (IPN), entrata in vigore a febbraio. Prevedeva fino a tre anni di carcere per l’attribuzione della responsabilità dei crimini nazisti alla Polonia o l’uso dell’espressione «campi di sterminio polacchi». Un provvedimento che ha provocato una crisi diplomatica con gli Stati Uniti e soprattutto con Israele. L’escalation delle tensioni tra il governo di Diritto e Giustizia e il mondo esterno aveva raggiunto l’apice, con decisioni politiche che avevano delle conseguenze molto gravi sulla scena internazionale. Poi la legge è stata emendata. Il secondo momento è l’attivazione dell’articolo 7. Le riforme del sistema giudiziario hanno spinto l’Ue ad adottare contro la Polonia la procedura prevista dal Trattato di Lisbona, decidendo di deferire il caso alla Corte di giustizia dell’Unione. Infine, il capitolo della Gay Pride a Częstochowa sembrerebbe un dettaglio insignificante in un paese moderno. A Roma, per esempio, dove stavo all’epoca, andare al Pride sembrava una cosa normalissima. Eppure la prima Marcia dell’Uguaglianza nella città della Madonna Nera, grande meta di pellegrinaggi cattolici, ha segnato un grandissimo cambiamento della società polacca, una progressiva apertura alla questione dei diritti LGBT – non ultimo il Gay Pride di Danzica con il patrocinio e la partecipazione del sindaco progressista Paweł Adamowicz, poi assassinato il 13 gennaio 2019. Per la sfilata di Częstochowa è stato persino creato un logo, un’aquila bianca (simbolo della Repubblica di Polonia) su sfondo arcobaleno. Anche lì non sono mancate le bandiere stellate dell’Ue. Perché dico allora progressiva apertura? Perché non si può cancellare la controparte: una contramanifestazione nazionalista dove è intervenuta la polizia.

Dentro o fuori l’Unione
Quali forze correranno alle elezioni il 26 maggio? Quali sono le loro strategie? Ovviamente ci saranno i due grandi partiti già citati. I sovranisti di Diritto e Giustizia (PiS) hanno basato la loro narrazione sugli interessi nazionali, il rifiuto dell’euro, e sulla considerazione che la Polonia sia «il cuore dell’Europa». La Piattaforma Civica (PO) è diventata Coalizione Europea (KE), formando un listone con altri quattro partiti per far fronte ai sovranisti. Il loro messaggio forte è «no a Polexit», ma gli altri elementi rimangono ancora poco chiari. Tra tutte le forze europeiste soltanto Primavera (Wiosna), nuovo partito fondato da Robert Biedroń, ha deciso di tenersi fuori dalla Coalizione. In effetti la «nuova squadra europea» vuole superare il duopolio PiS-PO e portare avanti una visione progressista. Cosa succederà il 26 maggio? L’ennesimo rinnovo dello status quo, un’affermazione del sovranismo o una ventata di aria fresca?


Parte della serie Speciale Elezioni Europee 2019

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