Le assolute pretese

Gli spiritualismi, la mistica zen e induista sono solo mode o una fuga dai monoteismi verso nuove credenze?

Storici e critici d’ogni materia concordano sul fatto che, nei tempi moderni o postmoderni che siano, si sia sviluppato nel nostro Occidente un progressivo abbandono di chiese e dottrine. Le religioni, pensano in molti, esistono solo in qualità di esperienze accessorie, stili di vita che la tradizione scandisce come mere abitudini. Stando a questo parere, seppure la fede può dirsi sincera e ben radicata nell’Io più profondo, la religione in cui questa s’esprime, la forma ecumenica cui l’individuo si adatta per esprimere il credo, è semplicemente una sovrastruttura, un impianto arbitrario di formule vuote. Del credente la religione rifletterebbe, più che la fede e l’intenzione cosciente, la superstizione e illusione accecante.
Ma paradossalmente si constata che, all’abbandono lascivo di chiese vetuste e al degrado ideologico che la religione ha subito, corrisponde l’avvento recente di nuove forme di credo provenienti da luoghi lontani, dall’Oriente della mistica zen o induista, dal Centrafrica degli animismi tribali ed altre forme spezzate di credenze lontane. Nuove tendenze per l’Occidente che, nonostante sia dominato dalle tecnocrazie e le virtualità del cosmo globalizzato, accetta comunque, se anche talvolta con spirito frivolo, lo spiritualismo di religioni asistemiche e aclericali, prive di quelle costrizioni ideali che hanno reso le chiese e le dottrine dell’Ovest tanto stancanti. Più che religioni, appunto, forme di credo arbitrariamente assorbite.
Emergono allora da questo scenario alcuni dubbi stringenti. Primo fra tutti: perché, nonostante la riduzione della religione a semplice fenomeno pubblico che paralizza o influenza il credente, abbiamo abbracciato visioni straniere, spiritualismi distanti di cui conosciamo solo pochi elementi? Forse la loro presenza dimostra che ancora, prescindendo da quale dottrina o quale credo, l’uomo necessiti della teologia e di un sapere divino. Aspiriamo da sempre ad una lettura coerente che possa prometterci e, nel  migliore dei casi, garantirci una prospettiva ideale su noi stessi, sul mondo e sul nostro orientarci all’interno di questo. Scriveva George Steiner ne La nostalgia dell’Assoluto: «In seguito al declino dell’antica e magnifica architettura della certezza religiosa […] a questo punto del ventesimo secolo siamo affamati di miti, di spiegazioni totali: aneliamo a una profezia garantita».
 

«In seguito al declino dell’antica e magnifica architettura della certezza religiosa» scrive George Steiner ne La nostalgia dell’Assoluto «siamo affamati di miti, di spiegazioni totali»


Se ciò fosse vero, non è propriamente la religione il vero bersaglio della critica acredine dei tempi moderni, ma piuttosto un certo tipo di fede da cui il senso religioso occidentale discende; una fede che non si vuole più accettare. La religione è invero il parafulmine, il capro espiatorio, il fenomeno estrinseco cui si rivolge immediatamente la scettica mistica, ma non è affatto il suo vero obiettivo. È la fede, in effetti, come moto dell’anima e dall’anima, che veicola i modi di vivere e di sentire il divino propri dell’uomo; e pertanto è la fede che determina le forme e le pratiche religiose. Certe maniere della religione – le sue prassi cerimoniose, i riti, le formule e persino i dogmi o precetti teoretici – non prescindono affatto da quell’intenzione profonda che si dice la “fede”, ma vi sono implicate come sue conseguenze o esternazioni. Si può quindi affermare che dal modo di intendere e di vivere la fede si conosce non solamente l’esperienza religiosa, ma anche un’immagine più generale e complessa degli uomini che in un certo tempo hanno adottato una particolare religione. Sì: dai modi della fede, e dalle esperienze religiose che ne promanano, deriva un preciso quadro antropologico. Pertanto, se le fedi sono tante quante le religioni, e se alcune religioni sono state avversate ed altre no, bisogna allora comprendere quale sia quel ‘tipo di fede’ che non andava più a genio agli occidentali.

C’è un fattore, in effetti, che non è ancora stato considerato. Le professioni di fede degradate dall’Occidente pragmatico e relativista, sono tre: ebraismo, cristianesimo ed Islam (quali altrimenti?). Le scienze sociali e psicologiche, la filosofia e i sofismi epistemici degli ultimi trecento anni circa, gradualmente hanno eroso il cuore teorico di queste tre religioni tra loro sorelle: l’idea originaria ed originale del monoteismo. Vi è un solo ed unico Dio, l’Assoluto ontologico che non ha pari e va conosciuto nella sua incommensurabile essenza. Storicamente lontani dalla sua introduzione, non ci sembra difficile affrontare l’unicità e assolutezza teologica che appartiene al Dio degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani. Ma quando venne introdotta fu probabilmente percepita come il più sublime e terribile insieme tra tutti gli scandali della filosofia. A rendere ancor più difficile la sua accettazione fu l’immagine nuova di coscienza e di anima che da questo Assoluto proveniva diretta. Persino il nazismo, svariati secoli dopo la sua introduzione, condannò l’ebraismo per lo sconcerto causato al sentire comune degli uomini tutti. Hitler diceva che la coscienza è “un’invenzione ebraica”. Si è corrotta pian piano, sebbene incredibile a dirsi, la sorgente vitale del monoteismo. E si è corrotta altresì, per una logica conseguenza, la forma di fede ad esso ispirata.
 

Le scienze sociali e psicologiche, la filosofia e i sofismi epistemici hanno eroso il cuore teorico delle tre religioni tra loro sorelle


Sempre Steiner scriveva ne Il castello di Barbablù: «Quel che dobbiamo riafferrare, mettendolo il più possibile a nudo, è la singolarità, la stranezza sconcertante dell’idea monoteistica. Gli storici della religione ci dicono che l’emergere della concezione mosaica di Dio è un evento unico nell’esperienza umana, che in nessun altro luogo e in nessun altro tempo si affermò un’idea paragonabile a quella. Il carattere improvviso della rivelazione mosaica, il carattere definitivo del credo del Sinai, strapparono la psiche umana dalle sue radici più antiche. Una lacerazione che non si è mai realmente rimarginata». Prima del monoteismo, l’uomo viveva in un mondo dalle molteplici divinità. I politeismi governavano miti e religioni, e la coscienza dell’uomo si orientava tra molti espedienti naturali che venivano intesi come divini. Nel politeismo, continua Steiner riprendendo Nietzsche, «consisteva la libertà dello spirito umano, la sua poliedricità creativa. La dottrina di una singola divinità, che gli uomini non possono opporre ad altri dèi conquistando in tal modo spazi aperti per i propri fini, è “il più mostruoso di tutti gli errori umani”».
Poiché ogni dio assumeva la forma specifica di un elemento naturale, per il politeismo la trascendenza era della e nella Natura. La mondanità era sufficientemente imbevuta di misteri ed enigmi perché la si potesse sentire come sacra: sacro era il vento, sacro il sole e sacra la luce, il fuoco e la terra e tutti i quattro elementi. Il Senso del mondo era confinato in se stesso, nella presenza materica, tangibile e organica degli enti del cosmo. Se c’era un principio che poteva dirsi ‘assoluto’, questo non poteva che essere l’Anima del mondo, il substrato vitale che accende e sostiene ogni cosa che è e tutto ciò che diviene.
Persino la filosofia, figlia legittima del sapere mitologico, nasceva dalla ricerca di un principio naturale – archè [ἀρχή, origine] –, che avrebbe spiegato il divenire del mondo. Non trovò forse Talete questo principio nell’acqua? Non lo si trovò poi nell’aria e nel fuoco? Certo, la filosofia si evolse di tanto nei secoli “classici” ed in quelli a venire da rendere noto che il principio del mondo è qualcosa di Immobile ed uguale a se stesso: l’Idea platonica prima, il Motore aristotelico dopo, l’Intelletto di Plotino e così via dicendo. Ma la fantasia razionale dei greci filosofi rimase immune comunque all’inesorabile monoteismo, che non gli appartenne se non per intuizione o pensiero traverso.

Ma ecco che invece, quando gli ebrei svelarono l’esistenza perfetta di quel solo Dio che è al di fuori del tempo e dello spazio, esente dal divenire mondano ma, al contempo, origine e causa di tutto quello che è e di tutto quello che è sacro, la trascendenza che era del mondo ed in esso perimetrata, ne fu separata e spedita altrove. Trascendente e Assoluto divennero i caratteri propri di un Ente che è Uno e che è Altro, distante dal cosmo per diversa sostanza, ma pur tuttavia sua causa formale. E addirittura, nel monoteismo dell’Antico Testamento quest’Unico Altro, pur invadendo terribile la storia dell’uomo e stabilendosi metro per ogni giudizio, parola e credenza, rimase nascosto nella sua essenza insondabile, vietando le immagini e l’immaginazione. La Torah prescriveva la proibizione assoluta di ogni rappresentazione, ogni iconicità o descrizione formale di quel Dio ineffabile ed inimmaginabile. La trascendenza assumeva, con le rivelazioni mosaiche, l’aspetto terribile di un Signore tirannico dalle insane pretese, ma che non per questo fu disertato. Al contrario, il Dio di Mosè fu l’Incommensurabile cui l’anima umana si misurò accanita, pur patendo lo scandalo ed i cortocircuiti che la coscienza passata degli uomini tutti non aveva sentito. Vi rimase fedele nonostante il timore, o forse proprio a causa di questo, e si confermò in questa relazione teoretica stabilendo poi leggi e precetti che ad Esso seguivano.  
Questa è soltanto la prima tra le “lacerazioni”, come le chiamava Steiner, che il monoteismo impose alla mente: la frattura tra il mondo creato, imperfetto e mutevole, e il Dio che è creatore e valore Assoluto. Ma c’è una seconda lacerazione, che direttamente discende dalla prima e coinvolge nel vivo la sostanza dell’uomo. Nella contemplazione del Dio che è l’Altro assoluto, l’umano comprende la sua sostanza precipua: il limite. Pur essendo ab-solutus, infatti, cioè disciolto da ogni legame con l’ente mutabile e col divenire, Dio è il fondamento inesausto che anima l’ente e che gli dà forma. Il Dio degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani non produce, né genera, né emana; e neppure s’identifica con qualche ente mondano. No: il Dio dei monoteismi crea dal nulla, e crea esattamente a sua immagine e somiglianza. Questa è la vera, scandalosa novità del monoteismo, specie di quello che divenne cristiano. Significa che, quale causa fondante che sempre continua a fondare, Dio è somigliante alla creazione prodotta. La sua somiglianza è il filo diretto e la saldatura perfetta con l’animo umano. Poiché infatti l’umano, creatura prescelta perché dotata di senso e pensiero scientifico, ha l’imperativo morale, oltre che cognitivo, di sottomettersi, una volta svelata, alla natura incalcolabile di questo unico Dio.
 

Il Dio degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani non produce, né genera, né emana. Il Dio dei monoteismi crea dal nulla


Quando la rivelazione cristiana, appunto, in un secondo momento rispetto a quella mosaica, presenterà l’Assoluto come Persona e Persona suprema, la relazione ontologica tra Dio e creatura si fisserà eternamente nella somiglianza totale non tra due diversi intelletti, ma tra due “persone”. Un vincolo molto più restrittivo di una semplice relazione tra coscienze o oggetti del pensiero distinti per dimensione. Diceva Patočka che, dopo la Rivelazione cristiana, «l’anima, non è in rapporto ad un oggetto, fosse anche il più sublime (come il Bene platonico), ma con una persona che può guardare dentro di lei senza essere vista».

Questo è il grave del monoteismo: l’intimità della Persona suprema, la sua somiglianza alla limitata creatura soffoca e inquieta l’essere umano che non riesce o non vuole confrontarsi con Dio. Questi reclama a gran voce la sua misura maggiore, la sua entità infinita e per certi versi indicibile. Impone all’animo umano fedeltà e obbedienza, e poiché crea per amore e amore soltanto (altro elemento teorico fondamentale per il cristianesimo), categoricamente detterà i suoi decreti morali. Poiché infatti la Legge, da Mosè ai nostri giorni, così come l’amore infinito del Dio-Assoluto-Persona, è la più sconcertante tra le visioni scientifiche che della realtà si siano mai avute. Una trama complessa di logica ed etica, cognizioni epistemiche e costumi morali che riportano sempre l’anima umana a specchiarsi in se stessa e trovarsi in difetto: difetto ontologico, difetto etico. «L’individualità entra ora in rapporto con l’amore infinito e l’uomo diventa persona, perché nei suoi confronti è colpevole, è sempre colpevole. Ognuno, come persona, è determinato dall’unicità della sua posizione all’interno della generalità del peccato».
Aggiungiamo a questa affermazione di Patočka che la “colpevolezza”, il peccato è in effetti, oltre che macchia nell’operato concreto e nelle rosa di scelte ed azioni morali che ogni giorno si compiono, lo strappo genetico impresso nell’anima, la cicatrice evidente che all’uomo rammenta, spietata e perpetua, la sua finitezza in confronto al Creatore. Il peccato rammenta, poiché incancellabile, l’eterno ricatto della trascendenza.
 

La “colpevolezza”, il peccato è lo strappo genetico impresso nell’anima, la cicatrice evidente che all’uomo rammenta, spietata e perpetua, la sua finitezza in confronto al Creatore


La ragione dell’abbandono di chiese e dottrine monoteistiche non si può certo dedurre da questi soli argomenti, per quanto ricolmi di significati essenziali per comprendere oggi quello scalpore che è stato rimosso. E non si possono certo spiegare in maniera completa le ragioni sociali, oltre che teologiche, dell’immissione nell’universo occidentale di quegli esoterismi di natura orientale di cui si diceva. Ma si può forse comprendere che la trascendenza del monoteismo, che disdegna ciò che è naturale perché da solo è imperfetto, la personificazione dell’Assoluto, l’amore ideale e la somiglianza con Dio che gli ebrei e i cristiani per primi introdussero nella storia, saturarono la coscienza dell’uomo e generarono asprezze di natura morale, gnoseologica e logica che, pur resistendo agli attriti scientifici e alle acerrime critiche delle scienze fameliche che attraversarono i secoli, non hanno saputo mantenere unitaria quella complessa trama di sensi. Si è volutamente assuefatto, e non solamente per inedia dell’animo, quel quadro armonioso, seppur nella sua lucida e folle struttura, che dall’idea di Assoluto spiegava l’umano come persona, spiegava la vita come creata e finita, ma tuttavia somigliante al Creatore che era diverso dal mondo ma che in esso era impresso.
Si può forse comprendere perché, alle regole rigide di un tale pensare, all’incommensurabile relazione tra finito e Infinito, siano adesso preferite le dinamiche proprie di alcuni credo diversi che non attanagliano l’uomo con imperativi e pretese ideali di quella portata. Le dinamiche estranee, per noi occidentali, di fideismi più sciolti dal dettame ontologico con un Trascendente che è Altro e totale, che piuttosto rivendicano l’animismo passato che dona alle cose un valore presente, lineare, visibile agli occhi e alla mente, sono forse più accette perché mantengono l’uomo concentrato in se stesso, nella sua propria natura di ente qui ed ora, che non ha da ricorrere ad un’Idea altolocata situata al di fuori del flusso mondano.

Si potrebbero cercare le cause scientifiche dell’abbandono dei dogmi messianici scrutando qui e lì lungo una pretenziosa e posticcia linea del tempo, cercando i motivi anche politici, e non solo teologici, della loro sconfitta. Ma ciò condurrebbe ad analisi fin troppo ampie che prenderebbero avvio, probabilmente, già dal primo tardo medioevo, col nominalismo di Dionigi e i razionalismi di Occam. Si andrebbe poi avanti con la lucente arroganza del Rinascimento, poi la logica inglese dei razionalisti, la Riforma luterana e gli scismi interni alla Chiesa cristiana. Ma non è forse questo il migliore dei modi per comprendere appieno che l’accanimento contro le religioni monoteistiche è anzitutto un atavico accanimento contro il pensiero assoluto, contro le sue conseguenze per l’animo umano che in esso e con esso deve conoscersi e orientarsi nel mondo.
Ciò non significa che gli animismi e gli esoterismi non abbiano un fondo teorico che in quello stesso assoluto, quale fine specifico del loro pensare, vedano una soluzione probabile al mistero del vivere. Significa però che il loro anelare a principi totali è scevro da costrizioni testamentarie, prescrizioni morali che s’innescano certe su dottrine teologiche che vedono l’Uno come il necessario. Preferiscono invece ricorrere alla molteplicità dei principi del mondo, che garantisce al percepire dell’uomo la non esclusione di visioni diverse, poiché tutte comunque veritiere e probabili.
Resta indubbio che la religione ha sempre a che fare con la fede profonda; e la fede profonda ha sempre a che fare con la forma specifica di coscienza dell’uomo che si va concretando attraverso principi di natura teologica. Non si può cancellare il bisogno profondo, radicato nell’essere umano, di un sapere sul mondo che possa raggiungere, per percorsi ed intrecci diversi di significati e dottrine, un’idea universale di divinità, entità gnoseologica cui rapportarsi per spiegare la vita in ogni sua forma. E resta indubbio che qualunque sia la sua forma e il suo nome, quest’universale è comunque assoluto, che si dica Natura o Dio trascendente.

 

Pubblicato su L'Eco del Nulla N.2, "Distanze", Primavera 2015
Foto di copertina: Alfredo Lembo, Strada con croci


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