Vittorio Emanuele II

Torino, 14 marzo 1820 – Roma, 9 gennaio 1878

governare secondo costituzione, né l’esuberante e personalistico temperamento né l’intollerante educazione sabauda indurrebbero Vittorio Emanuele II, re di Sardegna allorché, disfatto dalla Prima guerra d’Indipendenza, abdica Carlo Alberto (1849); ma in tutt’Italia lui solo salva la Costituzione, nel reagire al Quarantotto, e anzi l’atteggiamento di non autoritario rispetto che assume verso maggioranze parlamentari diverse dai suoi desideri farà del Piemonte come dell’Italia un regime monarchico parlamentare e non monarchico costituzionale, all’estremo delle possibilità dello Statuto albertino: ciò fin dal proclama di Moncalieri, quando coglie l’apice della propria vita di sovrano nell’accontentarsi di plagiare l’elettorato anziché imporre un esecutivo suo che forse non eviterebbe un’altra disastrosa guerra all’Austria, e dunque con l’ascesa di Cavour, che a lui clericale fa digerire le leggi Siccardi e sì, intraprende una politica estera capace di coniugare alla causa italiana le aspirazioni dinastiche e territoriali di casa Savoia, ma al prezzo di smacchi personali – come il matrimonio negato con Rosa Vercellana – e imponendo la propria linea. Accettarla criticamente, senza cioè servirsi dello Statuto per stroncare l’odiato primo ministro, corrisponde alla stessa intelligenza politica che Vittorio Emanuele eserciterà sostenendo l’impresa di Garibaldi e che, malgrado frequenti e talora dannosi scoppi di personalità, gli darà d’essere ultimo re di Sardegna e primo d’Italia – da Torino al Quirinale.      

 

Parte della serie Politici

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