Verso l'esplosione della guerra di tutti

Sul saggio di Raffaele Alberto Ventura e su come disinnescare il conflitto, tra Rousseau, Girard e gli Avengers

Nel tardo 2017, Raffaele Alberto Ventura aka Eschaton aveva chiuso Teoria della classe disagiata annunciando un sequel. Eccolo qua, è La guerra di tutti. Ma parlare di sequel è riduttivo. Il libro approfondisce il contesto che nella Teoria si osservava da un unico punto di vista: è una discussione complessiva di una serie di problemi che sottendono nientemeno che alla crisi della società liberale così recita parte del sottotitolo – cioè alla malattia incurabile del mondo in cui viviamo e al suo imminente collasso. Nella Guerra ritroviamo buona parte del Ventura che abbiamo imparato a conoscere sui social, sulle riviste online e nelle pagine della Teoria. Ritroviamo il cinema, i fumetti e cinecomic Marvel, la letteratura, il teatro utilizzati come strumenti di analisi di una realtà che vi si riflette o che rappresentano per via metaforica; ritroviamo tutto un armamentario intellettuale, dal mimetismo di René Girard ai limiti sociali dello sviluppo di Fred Hirsch, dal riconoscimento, tra Hegel e Charles Taylor, alla asabiyya di Ibn Khaldun e così via, con alcune novità che senz’altro faranno discutere, dallo gnosticismo di Eric Voegelin all’amor proprio di Rousseau passando per l’opera di Carl Schmitt. Ritroviamo quindi, moltiplicato dalla mole dell’operazione intrapresa, l’accumulo di interpretazioni, dati, teorie, metodi e dilemmi che chiunque tenti di afferrare problemi tanto complessi si trova ad affrontare nel tentativo di formulare una lettura al tempo stesso generale e originale. Ritroviamo certe opinioni, come l’insostituibilità del sistema capitalistico, che ai tempi della Teoria fecero sollevare più di un sopracciglio. La Teoria infine non era una lettura confortante e forse nemmeno costruttiva: sosteneva del resto che «la classe disagiata verrà interamente consumata. Un solo compito le resta: testimoniare». Nemmeno La guerra di tutti è una lettura confortante ma qui, oltre alle sospirate note a piè di pagina, Ventura ha aggiunto una significativa novità: qualche proposta di soluzione ai problemi che per trecento pagine ha sviscerato.

Quali sono questi problemi? Sono tanti e tali che è impossibile riprenderli uno ad uno, con il dovuto corredo di possibili cause, conseguenze e interpretazioni. Cerchiamo di visualizzare quel che sembra l’essenziale. La nostra società è sull’orlo di una guerra civile, o meglio di una guerra di tutti contro tutti simile a quella paventata da Thomas Hobbes nel Leviatano, perché un conflitto insanabile è insorto tra gli ordinamenti tipici della civiltà occidentale e le società multiculturali formatesi nel corso del Novecento. A partire dalla Rivoluzione francese, infatti, abbiamo fondato la nostra vita associata su un diritto universale, espressione di precisi valori di cui lo Stato si è fatto portatore. Questa situazione presupponeva e prescriveva la massima uniformità culturale possibile: diciamo pure totale. Con i grandi movimenti migratori causati dalla decolonizzazione, ovvero dall’asimmetria di potere e ricchezza tra l’Occidente e il resto del mondo, quest’uniformità culturale è stata irrimediabilmente messa in discussione.
 

Con i grandi movimenti migratori causati dalla decolonizzazione, l'uniformità culturale dell'Occidente è stata irrimediabilmente messa in discussione


Il sintomo più evidente è l’apparente impossibilità di assimilare nelle società occidentali le popolazioni di religione e cultura islamiche. Questa minoranza, come tante altre, aspirava al benessere che la civiltà occidentale, forte della ricchezza garantita dal capitalismo industriale, le aveva promesso a patto di sciogliersi in essa e accettare il suo universalismo. Ma le vie dell’assimilazione sono tortuose, quelle del capitalismo anche, e il benessere promesso non è mai arrivato. Per chiudere la differenza di status tra loro e il gruppo dominante, alle minoranze non è rimasto altro da chiedere che il riconoscimento: della loro storia, della loro autonoma dignità, dei loro particolari diritti. In linea di principio l’Occidente riconosce a tutti i suoi diritti, ma all’atto pratico questi talora non coincidono, anzi confliggono, coi diritti di tutti: il pieno riconoscimento delle minoranze appare incompatibile con l’universalismo occidentale e nessuno sembra disposto a cedere terreno.

Ma non basta. La nostra società rischia una guerra di tutti perché le linee di faglia che l’attraversano sono più profonde, numerose e insidiose di quelle che potremmo pigramente ricondurre al famigerato scontro di civiltà. Ci troviamo in mezzo a ciò che Ventura chiama «uberizzazione della verità»: oggi ognuno è in grado di cucirsi da sé una propria verità e quindi legittimare in autonomia una visione del mondo. Questo problema dipende da un preciso insieme di fenomeni storici, tra cui spicca la disintermediazione tra sorgenti e destinazioni delle informazioni determinata da internet, ed è aggravato dalla tendenza di alcuni gruppi ad imporre a tutti gli altri la realizzazione concreta della propria visione del mondo. Problema che, quindi, è tutt’uno col precedente:
 

la questione cruciale non consiste nel conoscere la verità ma nel capire come degli individui possano coesistere se non condividono una stessa verità. Come potranno sottomettersi alle stesse leggi se occupano lo stesso territorio ma non abitano lo stesso mondo?


Altro problema. Finora è stato possibile evitare la guerra di tutti grazie al funzionamento di una serie di dispositivi di catarsi, che hanno l’effetto di sfogare simbolicamente la violenza accumulata nella società senza che questa risulti invece nella sua mimesi, nella sua materializzazione. Oggi questi dispositivi cominciano a mostrare la corda. Perché? Intanto perché ogni dispositivo catartico – che può essere un film, un’opera letteraria, un meme, un video su YouTube, ma anche le dichiarazioni di un politico che dice le cose come stanno – lascia un «residuo mimetico», ovvero influenza la realtà nella misura in cui rende lentamente possibili le conseguenze che doveva scongiurare. Ma soprattutto perché abbiamo perso il controllo degli «atti linguistici», cioè di quei segni, rappresentazioni o finzioni che, per via del proprio potere performativo, hanno un sicuro effetto sulla realtà, e che al tempo stesso utilizziamo come dispositivi catartici. Messe in circolo nello spazio sociale frammentato e rovente della verità uberizzata e della società multiculturale in declino, le finzioni hanno cominciato sempre più a contagiare la realtà: perciò è sempre più probabile che la violenza già realizzata in episodi circoscritti si generalizzi in una guerra civile. Questa probabilità è tanto maggiore quando lo Stato uscito dalla Rivoluzione francese, di per sé esposto alla degenerazione della volontà generale nella tirannide della maggioranza espressa nei suoi organi di rappresentanza, venga occupato da una delle parti in causa e, schierandosi apertamente da un lato, cominci a moltiplicare senza più contenere il «residuo mimetico».

Come scongiurare la guerra di tutti contro tutti, come rimandare ancora una volta l’esplosione della violenza? Ora, è bene sottolineare che Ventura rintraccia all’interno della civiltà occidentale condizioni e cause della crisi presente: ad esempio, fa risalire le radici del risentimento di certe minoranze al colonialismo; ascrive la critica del sapere e della cultura occidentali come strumento di dominio, oggi utilizzata sia dalla destra nazionalista che dai fondamentalismi religiosi, a una certa tradizione intellettuale occidentale; riconosce che chi ha insegnato ai giovani musulmani francesi a odiare l’ingiustizia della società francese sono i programmi scolastici francesi. Paradossalmente ma non troppo, in un libro che si fonda sull’equivalenza (tutta da discutere) tra modernità e Occidente, modernizzazione e occidentalizzazione, è ancora all’interno della nostra civiltà e della sua storia che Ventura individua alcune possibili soluzioni a questi problemi. Facendo ricorso alle esperienze della statualità europea prima della Rivoluzione francese, e più precisamente alla stagione delle guerre di religione che imperversarono nel Vecchio Mondo tra Cinque e Seicento, Ventura propone contestualmente il recupero di un concetto di sovranità come arbitrato tra i diversi corpi di cui la società è composta e un «disciplinamento dei segni» ispirato alla regolamentazione della parola scritta e parlata in cui gli stati della prima età moderna si impegnarono al fine di evitare l’esacerbazione delle tensioni sociali. Questo disciplinamento è a sua volta funzionale all’instaurazione di una «tolleranza radicale»:
 

La società liberale, per sopravvivere in tempo di crisi, deve riscoprire il senso pieno del concetto di tolleranza. L’ordinamento giuridico postmoderno deve riuscire a garantire i diritti delle minoranze sessuali senza stigmatizzare le minoranze religiose, e viceversa, sottraendo alla deliberazione maggioritaria tutte le questioni etiche che riguardano piuttosto le associazioni comunitarie e i corpi intermedi. Questa tolleranza radicale dovrebbe garantire il miglior compromesso possibile tra visioni divergenti, neutralizzando attivamente quelle forze che operano per imporre agli altri la loro visione del migliore dei mondi possibili, dovrebbe insomma arginare il contagio mimetico della violenza.


L’unico ordinamento giuridico capace di garantire questi principi sarebbe, secondo Ventura, una «sovrapposizione di ordinamenti slegati da ogni organo territoriale»: un sistema simile a quello vigente durante il Medioevo, frutto non di una sorgente unica ma di più enti disomogenei, e perciò capace di soddisfare una pluralità di rivendicazioni integrando al tempo stesso quei requisiti minimi di coesione politica e sociale necessari a garantire la sopravvivenza degli stati. In questo sistema, comunità e corpi intermedi recupererebbero i ruoli e i poteri definitivamente perduti dopo la Rivoluzione francese: sarebbero loro a farsi carico delle «questioni morali», ovvero a soddisfare quella domanda di riconoscimento che, avversata negli ordinamenti correnti, rischia costantemente di scatenare la guerra civile. All’atto pratico, cosa significa tutto questo? Significa, ad esempio, che le religioni non sono un problema ma, nelle loro forme organizzate, piuttosto una parte della soluzione, anche se ciò comporta rinunciare all’«illusione che si possa emancipare l’intera società». Significa rivedere radicalmente il funzionamento di diritti che oggi concepiamo come universali e soprattutto onnicomprensivi, in particolare quello alla libertà d’espressione, giacché la «tolleranza radicale» presuppone una profonda trasformazione dello spazio pubblico. Inoltre, aggiungo io, poiché le domande di riconoscimento non riguardano solo la sfera religiosa, ma più spesso quella etica, morale, perfino «memoriale», tutto questo significa anche accettare l’idea che non esista un lato buono della storia, o meglio che da questo lato buono non debbano discendere tutte le regole della vita associata di tutto un paese: perché la memoria la coltivano anche i vinti (quelli di casa nostra, ad esempio). Auspicare la fine della modernità come la conosciamo è probabilmente una buona idea, ma il diavolo è nei dettagli.
 

Tutto questo significa anche accettare l’idea che non esista un lato buono della storia, o meglio che da questo lato buono non debbano discendere tutte le regole della vita associata di tutto un paese, perché la memoria la coltivano anche i vinti (quelli di casa nostra, ad esempio)


Allora immaginiamo pure che un simile sistema venga instaurato e l’Occidente ottenga così la pace civile. Questo non ci metterebbe al riparo da un altro rischio vecchio come il mondo, cioè la guerra tra stati. Anche se ci affidassimo ai corpi intermedi per neutralizzare il «contagio mimetico della violenza», chi ha in mano le leve della sovranità potrebbe comunque scegliere di garantire l’insieme degli interessi politici ed economici dei vari segmenti della società multiculturale drenando la violenza verso qualcuno che è rimasto fuori dai giochi della storia occidentale quel tanto che basta a farne un nemico “sicuro”, tipo la Cina. Forse nella prima età moderna lo Stato era più adatto di oggi a gestire i conflitti al suo interno, ma era anche altrettanto se non più pronto di oggi a far guerra al suo vicino: finita la stagione delle guerre asimmetriche, potremmo ricominciare a fare alla vecchia maniera. Del resto, c’è un problema da cui nessun ordinamento postmoderno ci metterà al riparo, cioè – come riconosce anche Ventura – la scarsità di risorse e/o la loro ineguale distribuzione: ciò fa sì che l’opzione dello scontro rimanga percorribile e, a seconda della cultura politica delle classi dirigenti, anche desiderabile. Perciò non possiamo limitare la fine della modernità all’interno di ciascun stato, ma dobbiamo estenderla anche sul piano dei rapporti tra gli stati: se abbiamo bisogno di un arbitro per il nostro quartiere, ce ne serve uno anche per tutta la città.
 

In copertina: il mondo prima dell'esplosione nell'incipit del film L'odio di Mathieu Kassovitz


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