Paura e delirio a Camaiore

Su Io sono libero di Francesco Barbi, tra pasticche e discoteche sul litorale toscano degli anni '90

Lo sballo, la droga, la gioventù e gli anni Novanta hanno spesso trovato terreno fertile nella narrativa. Sono però molte le possibili declinazioni di questo immaginario: limitandoci all’Italia, ricordiamo il lavoro di Vanni Santoni, vicino a Francesco Barbi per generazione e toscanità, che col suo Gli interessi in comune (2008) ha raccontato il connubio tra droghe e provincia, descrivendo poi in Muro di casse (2015), con piglio saggistico e sociologico, la controcultura rave e il mondo dei free-party. In Io sono libero (La Corte Editore) l’accento viene invece posto sul microcosmo delle discoteche, sul quale prima d’ora non era mai stato scritto nulla, o almeno non sulla realtà di Pisa e dintorni.

I protagonisti del romanzo sono Libero, Geronimo, Gigio e il Ghigna, quattro ragazzi con storie e interessi differenti, eppure legati da un’amicizia, da un comune modo di evadere e passare le notti.  Libero è uno studente di matematica, promessa del pugilato e PR del Kama Kama, discoteca nel comune di Camaiore. Geronimo studia filosofia alla Normale, anche se i suoi rasta e il suo atteggiamento dicono il contrario: sogna infatti di fare il disc-jockey. Gigio è l’elemento sensibile e timoroso del gruppo, studia il piano, veste bene e ha una madre oppressiva. Il Ghigna è il folle: di poco più grande dei quattro, il più dedito alle droghe, alterna con disinvoltura cocaina ed ecstasy coinvolgendo gli altri nei suoi stessi eccessi. È uno scapestrato, ma pure un cinefilo sui generis, malato di bovarismo quanto basta per identificarsi col Travis Bickle di Taxi Driver o col Tony Montana di Scarface.

A loro si aggiunge Sara, studentessa di antropologia che deve vedersi con Geronimo: si sono conosciuti da poco, e sono attratti l’una dall’altro. Nella notte tra il sabato e la domenica di Pasqua del 1997, i due riescono a incontrarsi fugacemente al Kama. Ma prima, i quattro ragazzi diretti in discoteca s’imbattono in un posto di blocco, e a quel punto, per nascondere le pasticche ai poliziotti, sono costretti a calarsele tutte, dando così inizio alla nottata più spericolata e surreale della loro vita. Superato quel primo ostacolo, la loro percezione del reale non sarà più la stessa: tutto prenderà una piega imprevista e gli amici saranno catapultati in un vortice di eccessi e di eventi capaci di sovvertire la loro visione della vita.
 

Si allontana, segue un flusso di persone, si dirige verso la pista centrale. Qui i soffitti sono ancora più bassi, l’aria è densa di fumo, c’è pieno di gente e i bassi rimbombano fin nelle ossa. Un’improvvisa impennata del battito cardiaco. Geronimo è costretto ad appoggiarsi alla ringhiera che separa la pista centrale dal privé rialzato. Le membra gli formicolano, brividi aguzzi gli si arrampicano sulla nuca.
Chiude gli occhi. Il cuore è a palla.
Si prepara ad affrontare la botta.


Non si può dire di più sulla trama, poiché Francesco Barbi, pur dando lo spaccato di una generazione perduta, ricca di stimoli e talenti ma anche capace di buttarsi via, scrive anche un romanzo di genere che riporta alla mente del lettore precedenti tanto illustri quanto inflazionati come Trainspotting e Paura e disgusto a Las Vegas: sia i libri di Irvine Welsh e Hunter S. Thompson, sia i film diretti da Danny Boyle e Terry Gilliam (dove il disgusto diventa delirio). Di Trainspotting ritroviamo la caratterizzazione dei personaggi, la forte presenza della musica e delle droghe. Lo sguardo dei protagonisti viene alternato come nel testo di Welsh, anche se Barbi filtra le loro voci attraverso un narratore esterno. I brani di Frankie Knuckles, Ricky LeRoy, Franchino, Laurent Garnier e moltissimi altri accompagnano l’intera narrazione, e la loro importanza è dimostrata dalla colonna sonora riportata alle pagine finali. Di Paura e disgusto, oltre agli ovvi stupefacenti, abbiamo anche l’incedere picaresco, l’addizionarsi di vicende assurde e ai limiti del grottesco.
 

Gigio è appoggiato a una colonna, stordito, scosso dalla musica che pompa e fa tremare le membra. Strappato dalla realtà, si trova in una gabbia di matti, in un girone infernale.  Il girone degli scoppiati convinti e fieri, che sfidano la vita o cercano proprio l’autodistruzione. Nell’oscurità squarciata dalle luci psichedeliche si sta abbastanza larghi, c’è spazio per muoversi, ballare. E qui si balla, si balla fino a farsi scoppiare il cuore. Sono tutti completamente fuori, in balia della musica.

 

Per nascondere le pasticche ai poliziotti, sono costretti a calarsele tutte, dando così inizio alla nottata più spericolata e surreale della loro vita


Il ritmo è senz’altro il punto di forza del racconto: lo scrittore pisano costruisce una trama che nella sua ossatura ricalca il thriller e certe atmosfere del noir, con dosi di sangue e colpi di scena ben dosati, a tratti di stampo cinematografico. Purtroppo, lo stile non è altrettanto convincente. La scrittura funziona bene nelle scene in cui prevale l’azione; tuttavia, mostra i suoi difetti nei momenti più introspettivi, dove il narratore mette in bocca ai suoi personaggi riflessioni spesso ridondanti. Se invece alcuni dialoghi presentano buoni spunti, lo stesso non si può dire della loro resa linguistica, fin troppo carica nella mimesi: nel suo voler replicare le sfumature e le espressioni del dialetto toscano, finisce col calcare eccessivamente la mano, appesantendo quindi la lettura. Ed è un peccato, perché l’ironia è ben gestita e alcuni passaggi risultano divertenti.

Io sono libero potrebbe dunque interessare coloro che hanno vissuto la stagione musicale e contro-culturale raccontata nel libro, magari ritrovando un pezzo di loro stessi (con trascorsi, si spera, meno rocamboleschi) nei ritratti di Sara, di Libero, di Geronimo, di Gigio e del Ghigna, ma è pur vero che il romanzo facilmente scontenterà quei lettori che a una storia intrigante mettono davanti la piacevolezza dello stile.

Marco Renzi


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