Memorie da una terra di confine

Le frontiere spaesate di Trieste, Istria, Slovenia e Croazia a partire dalle pagine di Giuseppe A. Samonà

Mentre leggo La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani (Exòrma Edizioni), curioso reportage sentimentale di Giuseppe A. Samonà dedicato a Trieste, Istria, Slovenia e parte della Croazia, mi viene in mente Carlo, uno dei miei bisnonni. È l’inizio del Novecento e siamo a Lussingrande, alias Veli Lošinj, una delle più belle isole dell’arcipelago del Quarnero. Carlo parla italiano, o meglio dialetto veneto, eredità dei secoli di dominazione veneziana lungo tutta la costa balcanica: una costa che ha partorito, fra gli altri, Ugo Foscolo (nato a Zante, la Zakhyntos dei Greci e la Zacinto del celebre sonetto) e Niccolò Tommaseo (nato a Sebenico, Šibenik in croato), i due autori che hanno traghettato nella modernità la nostra letteratura e la nostra lingua con le Ultime lettere di Jacopo Ortis e con il Dizionario dei sinonimi della lingua italiana. Ma la storia del mio avo non ha niente a che fare con questi mostri sacri della cultura: nel 1914, infatti, Carlo è soltanto un giovanissimo suddito dell’Impero Austro-Ungarico. E così, quando Vittorio Emanuele III dichiara guerra a Francesco Giuseppe, i grandi generali dell’esercito asburgico lo spediscono in Russia, a combattere contro le truppe dello zar, a distanza siderale dal fronte carsico dove avrebbe corso il rischio di fraternizzare con gli italiani dell’esercito savoiardo. Impossibile non pensare alle parole di Daša Drndić nel romanzo Trieste:

 

Le guerre sono grandi giochi. Ragazzotti viziati spostano soldatini di piombo su variopinte carte geografiche. Vi inseriscono il ricavato. Poi vanno a dormire. Le mappe volano nei cieli come aeroplani di carta, si posano sulle città, sui campi, sui monti e sui fiumi. Coprono la gente, ridotta a un ammasso di figurine che più tardi grandi strateghi smisteranno altrove, dislocheranno di qua e di là, insieme alle loro case e ai loro stupidi sogni. Le carte geografiche di dissoluti condottieri ricoprono quello che è stato, sotterrano il passato. Quando il gioco finisce, i guerrieri riposano. È a quel punto che arrivano gli storici, a trasformare i giochi crudeli di chi non è mai sazio in menzogne alla moda. Viene dunque scritta una nuova Storia, la quale sarà annotata da nuovi condottieri su nuove carte, perché il gioco non abbia mai fine.


Finché un bel giorno, in una località sperduta dell’impero zarista, Carlo finisce con alcuni commilitoni a casa di un donnone russo: una nemica, dunque, che per capire le intenzioni di quei giovanotti venuti dal Quarnero appoggia il suo enorme seno sulla tavola. Nessuno fiata e lei capisce che Carlo e i suoi amici sono innocui: latte e zuppa per tutti stemperano la tensione e permettono al mio bisnonno di sopravvivere.

Tornato a casa, la sua Lussingrande è ormai italiana: nulla cambia nella sua vita, se non che nel giro di pochi anni si ritrova da suddito di un Impero a cittadino senza diritti di una dittatura. Eppure il Fascismo tiene in gran conto queste terre periferiche, dove impone un’italianizzazione forzata a colpi di decreti, censure e pallottole: Carlo, che mai si è posto il problema del suo strano cognome veneto-slavo, diventa Piccini dopo essere stato Piccinich – e i suoi antenati, probabilmente, Piccinìn (l’altezza non è mai stata nel nostro DNA). Tanto vale a quel punto trasferirsi a Monfalcone, lasciando a Lussingrande i suoi parenti. Ed è così che all’ombra dei cantieri navali nasce mia nonna Gianna.

Anche un altro bisnonno, anch’egli suddito di Francesco Giuseppe, viene spedito in Russia nella Grande Guerra. Si chiama Francesco e quando torna nella sua Begliano, odierna provincia di Gorizia, sua moglie non lo riconosce e lo accoglie con un “Se conoxemo?” che rimane una delle frasi leggendarie del mio piccolo clan friulano-giuliano-balcanico, una di quelle tradizioni orali da Lessico famigliare alla Natalia Ginzburg.
Pochi anni prima, in quella stessa casa, sono stati ospitati alcuni soldati della grande guerra, uno dei quali morto per una granata di cui conserviamo ancora oggi un minuscolo frammento. Pochi anni dopo, sempre in quella casa, nascerà mio nonno Carmelo, il partigiano che non ho mai conosciuto: durante la seconda guerra mondiale farà la Resistenza, mentre suo fratello Giovanni sarà rastrellato dai tedeschi, ancora una volta in quella casa crocevia della storia, e sparirà per sempre.
Forse anche per questo, dopo il 1945, Carmelo decide di trasferirsi in Jugoslavia, abbagliato dal racconto del Socialismo reale intessuto dal Partito Comunista di allora. Sposa quindi mia nonna Gianna a Fiume, o meglio Rijeka, dopo essere passato per Zagabria, o meglio Zagreb, ma l’entusiasmo rivoluzionario dura pochissimo: nel paradiso dei lavoratori il lavoro non c’è, la fame impera e buona parte degli italiani come lui vengono spediti a Goli Otok, la terribile Isola Calva dalla quale non si torna indietro. I miei nonni rientrano quindi a Begliano, sempre in quella casa che ha visto il trapasso del «mondo di ieri» cantato da Stephan Zweig e il sorgere del tragico «secolo breve» raccontato da Eric Hobsbawm: lì nasce mia madre e lì, oggi, si posano i miei occhi di trentaquattrenne, cresciuto in un’epoca incomprensibile che fatica a ricordare gli ultimi dieci minuti.

Se la lettura de La frontiera spaesata (Exòrma, 2020) mi ha rievocato tutto questo, significa che Giuseppe Samonà, scrittore e traduttore nato a Palermo e residente a Parigi, è arrivato dritto al bersaglio: ha risvegliato un universo sul quale non mettevo le mani da tempo. In questo libro di viaggio, dove gli squarci sulla solarità della costa fanno da contraltare alle ombre delle selvagge terre dell’interno, le due guerre mondiali rappresentano il rumore di fondo, l’interferenza della Storia maiuscola che tenta di impedire l’ascolto delle storie minuscole: con una scelta discutibile ma a mio avviso azzeccata, l’autore ricorda tutti gli sconvolgimenti vissuti da queste terra di confine ma non vi dedica più parole del necessario, perché il suo intento è proprio quello di ricostruire un lembo di terra fra Oriente e Occidente che per secoli è stato unito nella sua vertiginosa frammentazione. Samonà rievoca i Celti e i Romani, gli Slavi e i Barbari, la Serenissima e Bisanzio, il Medioevo e l’Umanesimo, il Cristianesimo l’Ebraismo e l’Islam, l’Austria-Ungheria e l’Impero Ottomano, sfogliando con grazia il più incredibile campionario di mescolanze cromosomiche che l’Europa conosca. Un mondo bastardo e caleidoscopico, plurilingue e multiculturale, refrattario a qualunque categoria imposta dai libri che vogliono mettere le cose a posto, e proprio per questo sconvolto con inaudita violenza dai nazionalismi di fine Ottocento che prepararono il terreno per la tempesta del secolo successivo.

 

Tra le pagine de La frontiera spaesata vediamo sfilare tutte le tappe della catastrofe: la repressione e le ambiguità dell’Irredentismo, la grande guerra, appunto, e poi l’incendio della Casa di cultura slovena a Trieste (il Narodni dom), il Fascismo, l’italianizzazione forzata e sanguinaria delle terre slave, le leggi razziali annunciate a Trieste, la seconda guerra mondiale, l’Adriatisches Küstenland dei nazisti e la Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio nazista su suolo italiano, a un passo dal centro di Trieste: un luogo in cui i prigionieri venivano uccisi con i gas di scarico dei camion mentre altoparlanti sparavano musica a tutto volume per coprire le urla, un buco nero nella storia della città su cui ancora non si è fatta una riflessione adeguata. E poi le foibe, le bugie che infransero i sogni dei comunisti giuliani (compreso mio nonno Carmelo), la Venezia Giulia e l’Istria spartite in diverse zone d’influenza dagli Alleati, Trieste ‘Territorio Libero’ fino al 1954 (quando tornò alla Repubblica dopo aver lasciato sul terreno il sangue di alcuni manifestanti filoitaliani), la fuga e l’esilio dei profughi istriani, fiumani e dalmati, accolti con ostilità in tutta Italia in quanto nuove bocche da sfamare, a volte scambiati per fascisti a volte considerati ‘slavi’.
 

In questo labirinto di tragedie e di carte geografiche che cambiano, Samonà riesce a muoversi con delicatezza ed equilibrio esemplari: gli aggettivi sono calibrati al millimetro e le ragioni degli uni e degli altri sono ricomposte in un quadro più ampio


E poi ancora la Cortina di Ferro, i due blocchi della guerra fredda, il lento declino del porto di Trieste, i mitra spianati di qua e di là del confine, la dittatura feroce del maresciallo Tito e le guerre della ex Jugoslavia (stampate a fuoco nei miei ricordi di bambino). In questo labirinto di tragedie e di carte geografiche che cambiano a ogni soffio di bora, Samonà riesce a muoversi con delicatezza ed equilibrio esemplari: gli aggettivi sono calibrati al millimetro e le ragioni degli uni e degli altri sono ricomposte in un quadro più ampio, alla ricerca di quel «filo da disbrogliare che finalmente ci metta / nel mezzo di una verità». E non cito Montale a caso: fu proprio lui, legatissimo a Trieste e a quel genio silenzioso che fu Roberto ‘Bobi’ Bazlen (fondatore della casa editrice Adelphi e primo a far scoprire Kafka in Italia), a recensire La coscienza di Zeno, proiettando il triestino Ettore Schmitz, alias Italo Svevo, nell’Olimpo della grande letteratura.

Il filo conduttore del libro è il ricordo di poeti, scrittori e intellettuali che hanno fatto grande questo piccolo lembo del pianeta. Samonà racconta queste terre di confine da siciliano, abituato alle migrazioni e ai crogiuoli culturali, e propone infatti un diario di viaggio in cui il suo sguardo si intreccia alle parole degli scrittori locali ma anche di quelli che da qui passarono e lasciarono una traccia indelebile. I nomi non si contano: Stendhal, Kafka, Ungaretti, Rilke, Pahor, Joyce, Svevo, Saba, Slataper, Stuparich, Giotti, Marin, Tommaseo, Tomizza, Pasolini, Voghera, Quarantotti Gambini, Strindberg, Ibsen, Kraus, Musil, Pressburger, Magris, Winckelmann, Michelstaedter, Proust, e l’elenco potrebbe continuare per pagine intere. Samonà fa apparire questi giganti con garbo, senza alcuno sfoggio muscolare di cultura: sono voci che riemergono dal passato e spiegano l’identità dei luoghi, segnano il cammino e aprono finestre su altri universi. C’è spazio anche per Freud e Weiss, ed è inevitabile che da lì si arrivi a Franco Basaglia, che impose la sua rivoluzione psichiatrico-culturale partendo proprio dai manicomi di Gorizia e Trieste. E proprio a questa pagina straordinaria della storia italiana Samonà dedica le parole forse più intense del libro, raccontando anche e soprattutto l’oggi, ciò che rimane di quell’Ospedale Psichiatrico e di quel tempo in cui Trieste era l’avanguardia mondiale:

 

L’OPP oramai ex OPP, cioè il parco di San Giovanni, senza più nessuna recinzione, è diventato un luogo di vita e di festa: con i suoi laboratori di teatro e pittura, i suoi concerti, le casette dei «matti» che ancora ci vivono stabilmente – la tendenza è stata via via di sistemarli in case del mondo di fuori, e di lasciare al parco le attività diurne, o serali – alternate con quelle che ospitano diversi dipartimenti dell’università, e poi il Posto delle Fragole, il bar dove s’incontrano, si mischiano operatori, «matti», strani di ogni grado e forma, studenti, gente qualunque, le radio alternative, come Escuchame, che continua a promuovere l’incontro fra saperi, follia e voci nell’etere sconfinato… Mentre Trieste si faceva ancora più internazionale, ancora più accogliente, mischiata, perché la Rivoluzione ha attirato gente da ogni dove: molta dal Cono Sud dell’America, endemicamente portato sull’arte e la psiche, in particolare argentini, che fuggivano la dittatura, o i suoi postumi, verso il sogno di libertà – sono spesso discendenti di antichi emigrati italiani, come se la meno italiana, la più marginale delle città italiane fosse il luogo più adatto per riapprodare alla perduta terra degli avi. Certo, l’aria dei tempi è cambiata, e parecchio, l’utopia degli anni Sessanta e Settanta è un lontano ricordo, molte conquiste sono sotto minaccia, alcune sono state persino attaccate, smantellate; ma appunto, in tutti questi anni più recenti, e ancora oggi, passeggiando qui per il parco di San Giovanni, partecipando a qualcuna delle sue tante attività, o ancora mischiandomi io stesso in una qualche festa, dentro o fuori San Giovanni, a Barcola, a Opicina, nel Carso, o ancora in una delle case triestine dove vivono e si incontrano matti e normali, mi sono chiesto spesso se la persona con cui stavo parlando, scherzando, fosse matta o normale – perché da vicino nessuno è normale, e a Trieste capita frequentemente di non riuscire a distinguere l’operatore dal paziente –, e finalmente che cosa fossi io: è possibile fare esperienza più sconvolgente del proprio essere umani? E a poco a poco, anno dopo anno, viaggio dopo viaggio, ho maturato la convinzione che proprio qui, in questi margini della marginale Trieste, vivesse, viva l’Italia migliore, la più civile, la più speranzosa.

 

Passeggio spesso nel bellissimo parco di San Giovanni, dove sui muri dell’ex manicomio campeggia ancora la scritta basagliana «la libertà è terapeutica»: il fatto che molti di noi siano stati costretti a sostenere una petizione per salvare quel frammento di storia da una assurda ritinteggiatura dell’edificio mi fa dubitare sul fatto che, ‘matti’ a parte, qui viva l’Italia migliore, la più civile, la più speranzosa. La verità è che il Friuli Venezia Giulia è ormai un deserto: il tasso di emigrazione giovanile, soprattutto quella qualificata (i famosi cervelli in fuga), è il più alto d’Italia e riesce a battere persino certe zone del Sud che i media raccontano sempre come lande disperate. E invece il dramma più acuto si consuma qui, nell’estremo Nord-Est che vive ancora nel ricordo di un’economia che fu e che ora non è più.

Da questa terra bellissima, da questo «compendio dell’universo» come lo definiva Ippolito Nievo, si scappa non più con la valigia di cartone, ma con lauree, master e dottorati, poco più che inutili orpelli nell’attuale tessuto politico ed economico. E mentre il nostro presidente di Regione parla di «muri» lungo il confine sloveno, la retorica del «territorio» in realtà continua a devastarlo. L’entusiasmo si spenge guardando il Friuli Venezia Giulia chiudersi in questo autoisolamento ignaro della propria identità, soprattutto per me, figlio di una storia orgogliosamente laterale. Come i miei bisnonni, io sono mitteleuropeo, veneziano, slavo e bizantino, sono orgoglioso figlio di padre friulano, dunque di un ‘ladino’, eppure in casa mia si è sempre parlato italiano e bisiaco, il dialetto simil-veneto di mia madre. Il Fascismo, legittimando la paraetimologia latina bis aquae, ribattezzò i bisiachi come «coloro che stanno fra le due acque» (Isonzo e Timavo), ma naturalmente era una menzogna: il termine deriva infatti dallo slavo beʒak, ossia ‘profugo’, ‘fuggitivo’, e per questo anche ‘bislacco’, estraneo al mondo dei più. Una zona di fuggiaschi, di gente sradicata chissà quando, proveniente da chissà dove e finita in una terra di mezzo dove tutto sommato si è accasata. Oggi, finalmente, Samonà mi ha restituito l’incanto di questa frontiera: tra le pagine del suo reportage di viaggio, lontanissimo dalle movenze di una guida turistica, io ho ritrovato me stesso; tra le pagine del suo reportage, seguendo le coordinate che ci fornisce, noi possiamo capire ciò che siamo stati e chi vogliamo essere.


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