L’eredità di un uomo, l’eredità del mondo
Come i destini personali diventano universali nelle pagine autobiografiche di Lukas Bärfuss
Il 26 novembre 2025, un importante quotidiano svizzero, la Neue Zürcher Zeitung, ha pubblicato un’intervista allo storico di Harvard Sven Beckert, in cui lo studioso magnificava i vantaggi che il capitalismo garantirebbe alle vite delle persone: grazie a questo sistema economico, secondo lo storico, la gente si ammalerebbe di meno e vivrebbe più a lungo. Tutto vero, per quei pochissimi che godono ancora delle condizioni di benessere necessarie per garantirsi una vita più lunga e sana, nonostante la catastrofe ambientale imminente e i disordini geopolitici gettino qualche legittimo dubbio sul fatto che a salvarci sarà la dieta. Peraltro l’analisi di Beckert, autore di una monumentale storia del capitalismo, è più articolata e problematica di quanto la Neue Zürcher Zeitung lasci intendere, ma il punto non è questo. I media, in Svizzera ma non solo, propugnano ancora una visione della realtà in cui il capitalismo equivale alla promessa del paradiso terrestre: chi potrebbe smentire il teorema, portando a testimone la sua stessa esistenza di poveraccio, è soggetto a rimozione dal perimetro del reale. Tanto meno vengono viste le persone, dentro e fuori del “giardino europeo”, come è stato definito da un alto rappresentante delle istituzioni comunitarie, grazie al cui sfruttamento un sistema tanto iniquo ha potuto sostenersi per tanto tempo. Non c’è parità di rappresentazione, nonché di trattamento effettivo. Per dirla con lo scrittore svizzero Lukas Bärfuss, autore de Il cartone di mio padre (traduzione di Margherita Carbonaro, L’orma, 2025):
I poveri non fanno parte di questa storia. Naturalmente sono esistiti, nessuno può negarlo. Mio padre è esistito, anche se di lui non rimane più niente. Ha vissuto, amato, sognato, lavorato, sperato, sofferto e di nuovo sperato. Per noi i braccianti di allora non sono mai esistiti perché non possediamo documenti che li riguardino. Per i contemporanei tuttavia esistevano, non solo: la società aveva bisogno del proletariato agricolo, dipendeva dai contadini con poca terra, dai taglialegna, dai ciabattini, dai falegnami, dai lattonieri. Qualcuno doveva seminare, raccogliere, macinare il grano e farne pane, e chiunque si sieda, per esempio, in una birreria non fa caso al fatto che i bagni vengano puliti. È scontato che qualcuno faccia questo lavoro. L’europeo occidentale non conosce i nomi di queste persone, ma vive con loro, ha bisogno di loro anche per cose ben più importanti di un gabinetto immacolato. Se è onesto con sé stesso, sa bene come lo stato della sua società si misuri non tanto su di lui, il privilegiato, quanto sulla vita di quelle persone, ossia sulla vita di chi fa il lavoro sporco per lui.
Nell’organizzazione del lavoro, ricchi e poveri sono due facce della stessa medaglia, legati da un destino speculare fin dalla nascita. L’origine, infatti, nel capitalismo di stampo calvinista, è tutto: il ruolo e il successo dei padri segnano la predestinazione dei figli. Chi è ricco siede tra i salvati, chi è povero sprofonda tra i sommersi. Quindi, che cosa può sperare chi nasce da genitori la cui vita è stata trattata come un rifiuto dalla società, come nel caso del padre dello scrittore? Sono questi i temi attorno a cui Bärfuss organizza il suo monologo autobiografico, fortemente influenzato dalle opere di Annie Ernaux, autrice che ha fatto scuola ed è il fiore all’occhiello della casa editrice L’orma, e di Didier Eribon, affine a Ernaux quanto a temi trattati e taglio narrativo a metà tra l’autofiction e il saggio antropologico sulla società francese.
L’origine è però raccontata da Bärfuss in una chiave che va oltre la critica alla società svizzera e a ben guardare non ricostruisce la biografia del padre, né la propria, per il banale motivo che questa biografia, per la società capitalista, non esiste. A partire da questo aspetto si dipana la trama del libro: nel cartone che dà il titolo all’opera, lasciato dal padre al figlio al momento della morte venticinque anni prima, non ci sono né fotografie né memorie, ma solo scartoffie burocratiche. Documenti relativi ai problemi finanziari e con la giustizia del padre: «un oggetto curioso, un’anomalia, senza scopo né uso», il vaso di Pandora di un’origine irregolare, ai margini della società, che non ha lasciato al figlio alcuna eredità materiale, ma solo mancanze; un bollettino di debiti e colpe, che in tedesco sono espressi dalla stessa parola, Schulden. Il monologo di Bärfuss dunque prende le mosse dalla situazione finanziaria del padre come riflesso di un problema sociale più ampio, legato ai meccanismi di trasmissione familiare del patrimonio e allo status che ne deriva. Per quanto la sua analisi tocchi temi cruciali per la società europea e si avvalga di riferimenti culturali vastissimi, dalla Bibbia a Darwin a Lévi-Strauss, il discorso ritorna sempre dove tutto è cominciato. In quello «scatolone pieno di povertà», infatti, una parte dello scrittore abita ancora, benché egli abbia fatto di tutto per cancellarla. Un meccanismo simile a quello utilizzato in Koala, opera precedente di Bärfuss, in cui a cancellarsi ed essere cancellato è il fratello, un individuo agli antipodi della vita dello scrittore svizzero: indolente, schivo, pigro, un koala per l’appunto, marginalizzato dalla società per la sua assenza di ambizione.
Tutto è determinato dall’ereditarietà, nell’ideologia che camuffa i privilegi di nascita per merito
L’origine dello scrittore è un vuoto di denaro, e quindi di rispettabilità sociale, che si trasmette dal padre al figlio. Per Bärfuss è proprio l’ereditarietà a plasmare la società capitalista, come si capisce bene dal titolo originale dell’opera: Vaters Kiste. Eine Geschichte über das Erben, dove il sottotitolo, Una storia sull’ereditare, è in realtà la parte più importante, anche se non figura nella bella versione italiana tradotta da Carbonaro. Tutto è determinato dall’ereditarietà, nell’ideologia che camuffa i privilegi di nascita per merito; né è facile modificare questa impostazione – è notizia recente il fallimento del referendum in Svizzera per introdurre una tassazione sull’eredità dei grandi patrimoni. Da un lato, quindi, c’è l’inevitabilità del passaggio di consegne tra i ruoli e le generazioni, che suona come una condanna, ma implica anche un’assunzione di responsabilità rispetto alla propria storia, se non si vuole finirne schiacciati; dall’altro la logica della concorrenza e del consumo, che affonda le radici proprio nell’ideologia della mancanza, vera o presunta che sia. Su questo assioma l’etica del capitalismo ha fondato il proprio sistema di valori e la corrispondente organizzazione sociale.
La mancanza rende amara la vita. Da qui nasce l’idea di fare del bisogno una virtù e di amare quel che non si può debellare. La fede nella competizione è fede nell’eterna mancanza. Ha trovato una propria chiesa, e questa chiesa ha la sua inquisizione. Come diceva Schumpeter, la concorrenza prima ancora di agire ha un effetto disciplinante. Il suo potere risiede nella minaccia di restare indietro nella corsa all’esistenza. La mia epoca è segnata dall’egemonia della concorrenza. Attenzione, quote di mercato, profitto, status e risorse: tutto deve sottostare alla concorrenza, la mia società non ha sviluppato altre possibilità di distribuzione dei beni. Chi viene dichiarato inetto a competere è privo di diritti. Vecchi e bambini non sono presi in considerazione. È la produttività a stabilire lo status sociale.
Il darwinismo ha inculcato nella testa delle persone la convinzione che riesca a sopravvivere soltanto chi mostra di avere le caratteristiche di maggiore adattabilità alla lotta per l’esistenza. La logica della concorrenza avrà anche stimolato la crescita dei patrimoni individuali o di singole famiglie; tuttavia porta con sé un risvolto negativo, che fa da contraltare al luccichio dei negozi di lusso del centro di Zurigo e alle automobili sportive parcheggiate nei garage di chi ce l’ha fatta. Più che l’apparente benessere per una minoranza della popolazione mondiale, più che l’illusione di aver raggiunto il culmine dell’evoluzione, la concorrenza capitalistica produce soprattutto spazzatura: rifiuti materiali e umani, le cui proporzioni crescenti travolgeranno presto tutto il resto. È questa «l’eredità senza eredi, il bene senza padrone» che sfugge ai vincoli familiari e sociali tradizionali e costituisce una minaccia concreta per la sopravvivenza della civiltà. In quel monte di scarti, c’è anche il padre di Bärfuss: c’è anche la sua origine. Bärfuss non scioglie mai l’ambivalenza dei propri sentimenti di appartenenza, che oscillano tra la vicinanza e la distanza da quella figura paterna così poco conosciuta e poco influente nella sua formazione, eppure presente nella sua origine a indicare un percorso: un vuoto di libertà e possibilità da colmare, o da trasformare creativamente, nello spazio di anonimato sociale che garantisce il fatto di non avere ereditato nulla.

L’Unisfera di progettata da Gilmore D. Clarke per l’Esposizione Universale di New York del 1964 a tema “Peace Through Understanding” per celebrare l’inizio dell’era spaziale: i tre grandi cerchi di acciaio rappresentano le orbite di Jurij Gagarin, di John Glen e del satellite Telstar. Foto di Anthony Conti (Agosto 1964)
Di fatto il narratore si è sottratto, e non perché l’avesse programmato, alla logica dell’ereditarietà familiare; ciò nonostante si rende conto che il lascito, spesso negativo, della generazione precedente riguarda tutti, a prescindere dalla loro origine, e non soltanto singole persone o famiglie. Bärfuss estende così il discorso alla minaccia ambientale, alla questione migratoria, alle ingiustizie sociali, alle guerre, tematiche che l’autore affronta con uno stile asciutto, quasi descrittivo, senza toni catastrofisti, e tuttavia con durezza. Secondo Bärfuss, proprio la smania di possedere l’effimero ha segnato le sorti di tutti: la brama di salvarsi attraverso la proprietà, rafforzata dalla trasmissione di eredità immeritate che la società conferma come un dato di fatto immodificabile, anziché stabilire forme più eque di redistribuzione delle risorse e delle possibilità. Ma la proprietà, il destino, l’eredità, non sono che costruzioni illusorie: che cosa significano parole come famiglia, concorrenza, ereditarietà, quando tutto scorre e si trasforma? Quando «tutto, ogni cosa sotto il cielo, ha un nome valido solo fino a nuovo ordine»? Credere nella propria superiorità in virtù del possesso dei beni materiali è un atto di superbia diabolica. Quello che oggi appare indispensabile e immutabile, tanto nelle cose quanto nelle relazioni, domani sarà ciarpame inservibile, o un ricordo senza scopo né uso, come lo scatolone del padre, pieno di documenti scaduti.
Ma la proprietà, il destino, l’eredità, non sono che costruzioni illusorie: che cosa significano parole come famiglia, concorrenza, ereditarietà, quando tutto scorre e si trasforma?
L’origine, dunque, non ha proprio nessun significato, una volta ripensato il concetto di eredità? La ragione suggerisce di no, che si tratti soltanto di una costruzione culturale, ma il percorso di vita di Bärfuss gli dimostra il contrario. C’è una forma di saggezza nelle traiettorie stravaganti e vagamente antisociali di entrambi i genitori di Bärfuss, tanto del padre, che neppure nella morte ha trovato la sua collocazione definitiva, poiché anche l’urna con le sue ceneri è andata perduta, quanto nella madre, i cui resti, dopo la cremazione, sono stati sparsi nel Mar dei Caraibi.
Mio padre non ha più una tomba, ma ha trovato un posto qui, in questa storia, che naturalmente non è affatto la storia della sua vita. L’uomo che a quanto si dice è stato mio padre era molto diverso, e nel cartone non c’era traccia della sua reale esistenza, di come abbia amato e sofferto. La mia origine resta incerta. Non potrei esserne più felice. Si dice che il luogo a cui si sente di appartenere è quello in cui giacciono i propri morti. Mia madre è morta su un’isola caraibica, dove ha trascorso gli ultimi vent’anni della sua vita. Un caso di migrazione economica in direzione opposta. Da anziana non poteva più permettersi di vivere in Svizzera. Le sue ceneri sono state sparse nelle acque del Lanmè Karayib. Dalle nevi perenni delle Alpi al Mar dei Caraibi, un arco abbastanza ampio su cui posso tendere la mia origine.
È vero, l’origine assume significato quando i genitori non ci sono più. Ma secondo Bärfuss, almeno all’inizio, risulta un ostacolo da superare, un impiccio imbarazzante, specialmente se non si proviene da una famiglia ricca e influente; persino un’identità da nascondere, un cognome da cambiare, una povertà da occultare. Quando però l’origine si riaffaccia, nel momento in cui l’appartenenza non è più un vincolo, lo fa sotto la forma di possibilità, più che di predestinazione. Sembra davvero il passaggio di testimone di una staffetta; è come se i genitori dicessero al figlio: “Noi siamo arrivati fino a qui e da qui tu puoi ripartire”. È tutto il contrario di un’idea di fissità genealogica: è l’apertura all’esperienza, l’abbracciare un’appartenenza più grande di una tribù familiare o un claustrofobico confine nazionale da presidiare con le armi in pugno.
Agli angusti spazi di un appartamento o di un’automobile ricevuti in eredità, Bärfuss contrappone la vastità del mare
Può sembrare a prima vista una posizione di disimpegno individualistico, ma in realtà è un atto di rivolta verso un sistema teso a ingabbiare le persone dalla nascita e a determinarne i destini senza appello in base al passato. Agli angusti spazi di un appartamento o di un’automobile ricevuti in eredità, Bärfuss contrappone la vastità, gravida di possibilità e scoperte, del mare. Da lì non si può venire sbattuti fuori, come è successo all’urna del padre, rimossa dalla nicchia del cimitero per decorrenza dei termini di conservazione e perduta dai distratti burocrati svizzeri. Si tratta dell’ennesimo atto di rifiuto, perpetrato dalla società ai danni del padre, che ha trovato pace alla fine nelle pagine del libro del figlio. Un figlio girovago, che alla notizia della morte paterna si trovava in una riserva naturale in Camerun e proprio nel senso di appartenenza alla natura comprende finalmente il messaggio lasciato dai genitori. L’immagine finale dell’origine che si dispiega dalle Alpi innevate al Mar dei Caraibi non invita solo ad abbandonare i doveri sociali privi di scopo, ma ad assumersi responsabilità più urgenti e più grandi: guardare al futuro, prendersi cura della terra e del cielo, che non si possono comprare e vendere a nostro piacimento, perché noi siamo solo gli abitanti passeggeri del pianeta, non i suoi arroganti proprietari.
In copertina l’Unisfera costruita per l’Esposizione Universale del 1964, situata al Flushing Meadows–Corona Park di New York, in una foto di Stocksnap

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