Le barche sono macchine del tempo | Intervista a Polly Clark
Viaggio e ricerca tra natura e scrittura nell’opera dell’autrice dei romanzi Larchfield, Tigre e Oceano
Festival di Mantova, settembre 2025. Giornata di sole, persone sorridenti un po’ ovunque; forse, e questa è un’eccezione rarissima, anche gli addetti ai lavori – editori, editor, autori e soprattutto uffici stampa – hanno un’aria più serena del solito. È l’effetto che fa il festival di Mantova: non un mercatino di Natale ma un vero evento culturale, ben organizzato, con autori da tutto il mondo e un pubblico interessato e pronto a riempire le sale sparse in giro per la città. L’atmosfera metterebbe di buonumore qualsiasi autore, e Polly Clark non fa eccezione.
Poetessa e scrittrice, britannica ma nata in Canada, Clark ha pubblicato tre romanzi in Italia, tutti tradotti da Federica Bigotti per Edizioni di Atlantide. Il primo, Larchfield, parla di una giovane scrittrice, appena diventata madre, che in un momento di crisi inizia una conversazione attraverso il tempo e lo spazio con il poeta W.H. Auden. Il secondo, Tigre, è un romanzo imprevedibile, con diversi ambienti e protagonisti, ma inizia con una primatologa che deve occuparsi di una tigre siberiana ferita e vendicativa. Oceano, il suo terzo romanzo, è la storia di una donna che riesce a salvarsi da un evento tragico solo grazie all’intervento di un uomo sconosciuto, che poi svanisce nel nulla. L’ossessione per quest’uomo porterà la protagonista, e tutta la sua famiglia, a intraprendere un’avventura inaspettata, finendo per correre gravi pericoli. A prima vista potrebbe sembrare difficile riuscire a individuare una qualche forma di coesione fra opere così diverse, ma leggendo i romanzi di Polly Clark si percepisce un gusto molto definito, un’attenzione sempre rivolta a specifiche leve della mente umana, che si parli di poeti novecenteschi, tigri siberiane o vecchie barche pronte a iniziare un ultimo viaggio.
In tutti i tuoi romanzi, le storie dei protagonisti partono da una ricerca di libertà, e spesso questa ricerca, anche se non sempre nello stesso modo, li fa scontrare con la società. In Larchfield, Tigre e Oceano quello che trovano i personaggi è una trasformazione, forse proprio al posto della libertà. Questa ricerca, e la conseguente trasformazione in qualcosa di inaspettato, è un concetto da cui parti per iniziare a inventare una storia? Oppure finisci per tornare spontaneamente a quel movimento nella tua scrittura, come se fossi sempre attratta da questo genere di percorsi?
Una cosa che ho scoperto in tutti i romanzi che ho scritto, compreso quest’ultimo, è che sì, c’è una trasformazione del personaggio, ma anche una riconfigurazione dell’unità familiare. Ogni mia protagonista sta combattendo contro i ruoli che le vengono assegnati, e l’accettazione e la risoluzione che trovano è sempre in un cambiamento rispetto a ciò che ci si aspetterebbe dai ruoli familiari convenzionali. In Larchfield il marito dà alla protagonista una stanza tutta per sé e la libera dalle responsabilità che le sono state assegnate, per permetterle di essere un’artista. E in Tigre Frieda crea una famiglia con una bambina abbandonata e con Tomas, l’uomo della foresta, e anche lui si sta giocando una sorta di seconda possibilità, una seconda vita. In Oceano, anche se è il più estremo dei miei romanzi, il viaggio dei protagonisti è probabilmente il più scioccante e doloroso, ma anche lì la trasformazione è prima di tutto relativa al concetto di famiglia. Attraversano le stesse crisi. Forse le mie eroine possono agire di più rispetto a eroine del passato, trovano modi più forti di esternalizzare le loro crisi. Amo i romanzi per questo, perché puoi trasporre situazioni interiori in tanti modi, esteriorizzarle e gettare luce su di esse.
Quindi in un certo senso affronti sempre lo stesso tema ma da punti di vista diversi, come se volessi studiarlo.
Sì, e la questione si evolve, si trasforma – la libertà, lo scontro tra la libertà e l’amore. Ogni forma di amore che puoi provare per un’altra persona impatterà sulla tua libertà, e quindi il punto diventa come scegli di navigare nel mondo, se completamente sola, e libera, o se scegli di legarti ad altre persone. E penso che a rendere interessante il tema per i personaggi femminili sia il fatto che le relazioni romantiche portano sempre con sé dei ruoli nella società. Non sei libera, l’amore arriva sempre con qualche condizione, con un prezzo da pagare. Ed è contro questo che stanno combattendo tutte le mie protagoniste. Perché non posso semplicemente amare, senza dover rinunciare alla mia libertà?
Da tutti i tuoi romanzi, prima o poi, emerge un qualche lavoro di ricerca. Per esempio, leggendo Tigre mi ha sorpreso scoprire l’impegno di Putin per sostenere programmi anti-bracconaggio e di conservazione per le tigri. Oppure, il lavoro titanico che hai fatto su Auden per Larchfield.
Non sono un’accademica, arrivo a tutto da una posizione più artistica, creativa, immaginativa. Avendo lavorato in uno zoo a un certo punto, ho dovuto lavorare su Auden, per Larchfield, più di quanto io abbia studiato per Tigre. Sono sempre stata a mio agio attorno agli animali: non parlano e trovo che questo sia molto piacevole! Per quanto riguarda tutta quella parte su Putin, purtroppo va contro ciò che ci piace pensare. In patria ho ricevuto una sorta di risposta negativa a quella cosa, come se avessi sbagliato a inserire quei dati. Ma non è colpa mia. Il nostro giudizio su Putin non può negare il fatto che lui abbia, da solo, salvato la tigre siberiana. Puramente per ego, certo, e da dittatore – devi essere un dittatore per farlo, non puoi farlo in modo democratico. Però l’ha fatto, e lì, nei luoghi del romanzo, detestano la perestrojka e amano Putin. Quindi ecco, tutto ciò che sto facendo è raccontare la verità, non significa supportare Putin, né difenderlo.
Parliamo del tuo ultimo romanzo: Oceano. Anche in questo caso la storia è diretta da svolte originali e non prevedibili: si parte dall’elaborazione di un trauma per arrivare al restauro di una barca e al conseguente viaggio su di essa. Tornare a navigare sulla Innisfree, per la protagonista, è un tentativo di viaggiare nel passato, di recuperare la versione di sé stessa che era stata anni prima, sulla stessa barca. A Londra vivi su una barca, e se non l’avessi saputo avrei creduto che tu avessi studiato le barche per questo terzo romanzo. Si sente che è scritto da una persona che conosce le barche, che ha una certa familiarità con la materia e col suo linguaggio specifico.
Ci sono voluti due anni per ristrutturare la mia barca. Ho provato a fare da me quanto riuscivo a gestire, ma per fortuna sono stata aiutata – a questo punto Clark mi mostra dal cellulare una foto di lei e di un’altra donna in tuta da lavoro, intente a passare la vetroresina sulla barca. Ho conosciuto queste due gemelle argentine che ristrutturano barche. Fanno la maggior parte dei lavori lì, a Londra. È stata una bella esperienza. In quella zona, nella Marina, molte persone ridevano di me, ero inesperta, non sapevo nulla, ma tutti mi hanno sempre aiutato. Non mi aspettavo che sarei finita a vivere su una barca. E anche oggi, non sono una marinaia. La mia barca non è fatta per andare in giro. Ho fatto un viaggio nell’oceano per capire cosa si provasse, per capire perché i marinai sono così legati alle loro barche. Ci tengono molto.
Le barche, ovviamente, sono depositarie di sogni. La gente vede la bellezza nelle proprie barche come la vede nelle proprie mogli, e generalmente non gradisce sentire che non hanno valore o che sono senza speranza. Le barche finiscono nei cantieri non quando sfilano sull’acqua nel pieno del proprio fulgore, ma quando sono più vulnerabili: scheletri su ponteggi, butterate e distrutte, scolorite dai raggi ultravioletti, con i loro giorni di gloria alle spalle. Eppure, amate abbastanza da essere riparate anziché mandate al macero. E i loro proprietari, specialmente quelli sprovveduti come noi, diventano vulnerabili di conseguenza. Forse era così che sapevo quanto amavo quella barca. Ero vulnerabile a qualsiasi verdetto venisse emesso su di lei dagli esperti. Ero vulnerabile ai prezzi gonfiati, al lavoro scadente, al lavoro nullo. E, ovviamente, alla catastrofe.
Molti marinai, sulle loro barche, è come se fossero fuori dal tempo. Io non sono una marinaia ma amo stare sull’acqua. All’inizio non capivo la loro ossessione, poi l’ho capita. Non fa per me, ma lo capisco. Il bello delle barche è che, se ti prendi cura di loro, durano per sempre. Quindi, in un certo senso, sono una sorta di macchina del tempo.
Nei tuoi romanzi crei delle strutture inaspettate, che giocano col tempo, in qualche modo. Forse quella di Oceano è più lineare, eppure anche in questa storia il tempo gioca un ruolo fondamentale, perché in un certo senso la barca al centro del romanzo rappresenta un passato che i protagonisti stanno cercando di inseguire. Sei interessata al tempo? Come ti vengono in mente queste strutture? Sono molto originali, e i tuoi romanzi non assomigliano mai a qualcosa che ho già letto.
Probabilmente il più indicativo in questo senso è Tigre, perché quella struttura è arrivata come risultato diretto del viaggio che ho fatto. Sono andata in Siberia per seguire le tracce di queste tigri, per studiarle, e quando sono partita avevo scritto solo la maggior parte della prima sezione: volevo scrivere un romanzo sulle tigri ma non riuscivo ad arrivare al punto. Il mio editor era molto contento di quanto avevo scritto fino a quel momento, ma continuava a dirmi: «è tutto bello, funziona, ma quando arrivano le tigri?». Allora ho fatto questo viaggio aspettandomi una sorta di rivelazione, senza sapere quale sarebbe stata. Ciò che ho scoperto è stato il libro bianco.
Se vuoi studiare le tigri devi seguire le loro orme andando indietro, e in un certo senso vai indietro nel tempo
Il libro bianco è il modo in cui la gente indigena chiama il suolo della foresta in inverno. Il motivo per cui è chiamato così – ed è stato bellissimo scoprirlo – è che nella foresta, in Siberia, d’inverno, la neve ricopre il suolo, e ci sarà una qualche piccola creatura, magari un topo o qualcosa del genere, che passa e lascia le sue tracce; e poi arriva un’altra creatura, magari una donnola, che vede quelle tracce e decide in base a quella scoperta cosa fare, cambia il suo percorso di conseguenza. Magari è un predatore e segue le orme, magari invece scappa, preferisce la solitudine. E così iniziano a crearsi delle storie tracciate nella neve, storie di orme, e quelle storie sono ovunque ma puoi leggerle solo dove c’è la neve. Le tracce restano lì per giorni, e il tempo acquisisce un significato e uno spessore diverso. E lo stesso vale per le orme delle tigri. Quando trovi le tracce di una tigre siberiana, devi sempre seguirle al contrario, andare in una direzione opposta a quella del felino. Perché se segui una tigre lei si accorgerà che la stai seguendo e ti sorprenderà alle spalle, quindi se vuoi studiare le tigri devi seguire le loro orme andando indietro, e in un certo senso vai indietro nel tempo, scopri dove ha dormito e dove ha mangiato e lo scopri a ritroso, ed è meraviglioso. Finché la neve non cade di nuovo, gira la pagina, e il libro bianco ricomincia da capo.
«La tigre dell’Amur è l’unica creatura, oltre agli umani, a covare rancore. Se provi a ucciderne una, e riesci solo a ferirla, da allora dedicherà i suoi giorni a stanarti per ucciderti». Lo sconcerto frusciò tra il pubblico, come se le ricche signore in preda al panico stessero afferrando mani di sconosciuti. Torbet aggiunse: «La tigre ti riconoscerà dall’odore del tuo sangue e ti sorveglierà. Ora, questo pover’uomo…», indicò la misera figura proiettata dietro di lui, «era un bracconiere, e ha compiuto l’errore di sparare a una tigre ferendole soltanto la zampa. La tigre ha seguito le sue tracce, ha imparato i suoi movimenti e, alla fine, si è appostata fuori dal suo capanno. Ci ha messo due mesi; la tigre è stata così attenta che il cacciatore ha pensato di averla scampata, arrivando a vantarsene con gli amici. Ma, due mesi dopo, hanno trovato il corpo – o meglio, quel che ne restava: un femore e uno stivale».
Scoprire questo ha cambiato tutto, per me. È per questo che tutti i punti di vista del romanzo convergono in quel modo. Perché dopo aver scoperto il libro bianco ho capito la struttura che volevo. Prima, non avevo davvero idea di cosa stessi facendo. Tutto cresceva e cresceva e non avevo idea di dove stessi andando a parare. Una volta scoperto il libro bianco, tutto è andato a posto. E ho anche capito un’altra cosa. Al tempo stavo rileggendo Anna Karenina. Amo i romanzi russi, e i classici romanzi russi sono sempre un casino – se avessero oggi un editor, verrebbero tagliati tantissimo. Hai una storia ricca e con diversi personaggi, i romanzi si espandono e si espandono. E quando Tigre ha preso questa dimensione, questa caratura epica che non mi aspettavo prendesse, ho capito che, almeno secondo me, è impossibile scrivere un romanzo che sia fedelmente ambientato in qualche posto in Russia senza che quel romanzo esploda, perché la Russia è enorme e dovrai fare i conti con ere e etnie e luoghi infiniti in questo spazio immenso, e così ho pensato che il mio romanzo, in un certo senso, stesse diventando più russo. Nella foresta non hai un concetto così lineare di tempo, e mi sembrava sensato che la mia struttura rispecchiasse questo dato. La narrazione è una parte della natura, questo mi ha insegnato il libro bianco. Non è qualcosa che la tua mente sta imponendo alla realtà: le storie sono lì, esistono, puoi raccoglierle sul tuo percorso, leggerle nella neve.
In copertina una vecchia barca in Thailandia fotografata da mayatoo

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