Oppure del diavolo

Intervista a Luca Tosi su solitudine, fede, voci e orizzonti della provincia nel suo romanzo Oppure il diavolo

«Son qua che cucino le melanzane, aspetta un attimo che ci penso», mi dice Luca Tosi attraverso lo schermo del cellulare, in collegamento da Bologna. Faccio ormai fatica a distinguere la sua voce da quella che ho immaginato per i suoi personaggi: la cadenza romagnola picchia forte, tanto in videochiamata quanto sulla pagina di Oppure il diavolo, suo secondo romanzo pubblicato a novembre da TerraRossa e ambientato in Romagna, a Poggio Berni, una provincia fatta per lo più di abitudini e silenzi che nessuno sembra mai rimettere in discussione. Il protagonista, Natale, osserva questo microcosmo e prova a restituircelo con un lungo monologo interiore, in cui riflette su vari aspetti della sua vita. Trentun anni, lavoretti qua e là, hobby della pesca, Natale è circondato da varie figure respingenti – dalla madre, rabbiosa e manesca, ai conoscenti del paese, che danno voce a una comunità di pettegoli, meschini e giudicanti – che gli offrono una presenza sì costante, ma mai rassicurante. Fino al momento della svolta. La storia procede infatti per omissioni e deviazioni, costruendo una tensione narrativa e morale che coinvolge, come in un vortice, Natale e con lui noi lettori.

Una prima domanda sul titolo: Oppure il diavolo, ma rispetto a cosa? Ci troviamo di fronte a un bivio, a una possibile alternativa e non abbiamo ancora aperto il libro.
Il titolo è stato una delle prime cose che avevo quando ho cominciato a scrivere. Era un titolo che mi piaceva e che tirava dentro la figura del diavolo. Volevo scrivere una storia che avesse tutti i canoni del realismo, ambientata in luoghi veri: tutti i posti che sono descritti nel libro – il bar, le vie – esistono davvero, in un paesino che si chiama Poggio Berni, sulle colline in provincia di Rimini. Però volevo confrontarmi con qualcosa che uscisse dal realismo. Mi interessava che ci fosse una quota, anche minima, che avesse a che fare con il fantastico, con il soprannaturale. Questa idea mi era venuta, se mi ricordo bene, rileggendo Il cappotto di Gogol, che ha questa particolarità: per tre quarti è una storia che può apparire vera sotto tutti i punti di vista, però con un finale fantastico. Poi mi serviva un personaggio che potesse confrontarsi con questo tipo di figura, anche mentalmente. Ho cominciato a scrivere proprio con l’idea di un diavolo che potesse rappresentare, per il personaggio, un’alternativa: un’alternativa al bene, a tutta una serie di consuetudini legate alla fede cristiana, come succede spesso crescendo nei paesi di provincia, dove c’è quasi un protocollo di comportamenti che si seguono. Sono partito così, da una suggestione.
 

Ho cominciato a scrivere proprio con l’idea di un diavolo che potesse rappresentare, per il personaggio, un’alternativa: un’alternativa al bene


L’unica cosa “preparatoria” che ho fatto è stata leggere una raccolta curata da Andrea Tarabbia Racconti di demoni russi: dentro ci sono tanti autori, da Čechov a Bulgakov, con tanti racconti legati alla figura del diavolo. Stavo toccando un archetipo molto forte e avevo bisogno di vedere come era già stato trattato, quali possibilità erano già state percorse. Anche solo per capire. In effetti mi è stato molto utile, perché lì dentro si vedono diverse accezioni del diavolo: a volte è una figura legata alla violenza, altre volte è un personaggio che per tutto il racconto sembra buono e solo alla fine si capisce che è il diavolo, oppure appare come un’ossessione. Da lì ho pensato a un risvolto che potesse riguardare il personaggio, il suo stato mentale. Mi interessava capire come questo personaggio potesse arrivare a incanalarsi in qualche modo verso il diavolo, proprio perché non riesce a esprimere il suo desiderio. Va anche detto che il mio personaggio, Natale, è semi-colto: non ha studiato, non ha strumenti per elaborare il conflitto in altri modi. O comunque gli altri modi non li considera. Si affida piuttosto a questa divisione tra bene e male, tra Dio e il diavolo, che è una divisione abbastanza spiccia, semplice, però mi sembrava contemplabile da una testa del genere.

Natale si presenta come uno alla buona, naïf, ma pagina dopo pagina rivela dei lati sempre più inquietanti – diabolici, appunto. Ci dici qualcosa in più su di lui, su come è nato e come ha preso forma?
Natale è ispirato a un ricordo che avevo: quando ero piccolo, avrò avuto undici o dodici anni, andavo a pescare con i miei amici ai laghetti che compaiono anche nel libro, a Poggio Berni, che si chiamano i laghi della Fips. C’era quest’uomo che veniva a controllare se avevamo i tesserini per poter pescare. Però poi spesso restava lì con noi a parlare, magari correggeva qualcuno su come teneva la canna da pesca. E qualche volta è successo che provasse a dare qualche toccata, o ad appoggiarsi da dietro. Quando mi sono ricordato di questa persona mi è venuta subito un’idea di personaggio, che ho unito all’idea che avevo di confrontarmi col soprannaturale, in particolare col diavolo. Perché questo tipo di personaggio mi dava già una prospettiva di conflitto interiore molto aggrovigliato, molto profondo e nascosto, legato al desiderio. Allora ho provato a scriverlo, a costruirci una biografia attorno; a capire come potesse arrivare ad abbandonarsi al diavolo, insomma a credere di poter avere il diavolo dentro.
 

C’avevo una gran soggezione verso i gatti, come se fos­sero posseduti: non sapevo starci vicino, peggio che con le femmine, ma l’avevan detto a tg2 Medicina che gli ani­mali domestici miglioran l’umore. Con Riccardo per casa, però, m’ero fatto l’idea che un cicinin di diavolo ce l’han tutti dentro, soprattutto i gatti, ma non solo loro. Tipo una percentuale. Come scrivono sui pacchetti di cracker, Può contenere tracce di frutta a guscio, dovrebbero segnare i coppini alla gente con la dicitura: Può contenere tracce diaboliche. Adesso che lo so a me non serve che lo scrivano, però molti non lo sanno mica.


Sono partito senza giudizio, perché era anche la sensazione che mi ricordavo di quegli episodi. E anche perché il Natale vero – cioè questa persona, che tra l’altro si chiamava davvero Natale – era così. Aveva un modo di fare tra il delicato e il pruriginoso. Era un soggetto abbastanza anomalo, ecco, anche nel modo di vestirsi. Lo ricordo comunque elegantino, tenuto bene, però con una faccia un po’ scavata negli zigomi, con le guance un po’ incavate. Mi piacciono i personaggi asociali, che vivono uno stato mentale di difficoltà o di crisi rispetto agli altri, e che però hanno delle cose da dire. Quello che portano è una loro versione della realtà e che, per come vedo io le cose, corrisponde in qualche modo al ‘bello’. Cioè a una versione interessante, forte, anche quando riguarda cose difficili da accettare. In questo forse Natale è un naïf, come dici tu. Anche per come si esprime: parla di pancia, è come se la sua voce assomigliasse a una sbobinatura, a un monologo orale ma anche mentale.

E come si evolve nel rapporto con la gente del paese, con quelli che lui definisce “ignoranti sopraffini”? C’è un po’ di compiacimento nella sua solitudine?
A me piaceva l’idea che Natale giudicasse così questi suoi amici-nemici, che potesse sentirsi superiore a loro. In fondo sono persone di paese, quelli da bar: gente che non ne capisce molto, però ognuno è convinto della propria opinione. C’è un passaggio del libro in cui Natale dice: «Son sempre stato convinto di esser un ragionatore. E che gli altri non li facevano, ragionamenti al mio livello. Tanto meno a Poggio Berni». Però è una superiorità che dentro ha anche un dispiacere, perché Natale non vede riconosciuta questa cosa, non si vede riconosciuto in generale. Anzi, le etichette e le opinioni facili che cominciano a circolare – legate alla storia, alla trama del libro, alle sue vendette e che poi diventano una chiacchiera collettiva – finiscono per opprimerlo. Quello che lui percepisce è di diventare vittima proprio di quel tipo di opinione immediata e superficiale che è l’etichetta. Questi “ignoranti sopraffini” sono quindi la definizione del massimo dell’ignoranza. È quasi la forma biologica dell’ignorante, quella più pura.

Anche in Ragazza senza prefazione il personaggio principale, Marcello, si convinceva di avere contro una schiera di amici-nemici e parenti pronti a mettergli i bastoni fra le ruote. Ho l’impressione che ci sia qualcosa che ti affascina in questo isolamento del protagonista rispetto alla massa.
Diciamo che a me interessano i personaggi che si ritrovano in una dimensione intima, verticale. Questo perché nella moltitudine, per personaggi del genere, trovare una vera confidenza diventa difficile. Vedono più maschere che altro, vedono approssimazione. Quando invece si è in due o tre al massimo c’è quella verticalità che, sempre parlando di realtà, restituisce loro un senso: un senso dello stare al mondo, dello stare dentro una realtà. E c’è anche un certo interesse, perché è un modo per essere esclusivi, ma allo stesso tempo c’è un lato negativo: c’è un attaccamento molto forte. Perciò si passa dall’idealizzare all’essere anche un po’ sconsiderati, insomma.

Nel caso di Natale e Marcello, l’isolamento diventa il modo di esprimere la necessità di stare soli. Anche per poter pensare, per avere il tempo di considerare le cose dalla prima all’ultima


Questa dimensione privata e verticale è qualcosa che mi interessa molto. Mi sembra anche, in parte, di essere fatto così anch’io. Quando mi trovo davanti a situazioni troppo imprecise o troppo superficiali rimango sempre un po’ insoddisfatto. Allo stesso tempo la troppa verticalità può portare a una deriva. Nel caso di Natale e Marcello, l’isolamento diventa il modo di esprimere la necessità di stare soli. Anche per poter pensare, per avere il tempo di considerare le cose dalla prima all’ultima. Altrimenti quel tempo non ce l’hai mai: passi da una cosa all’altra e ti sembra di scivolare sulla vita giorno dopo giorno. Per loro è più importante avere il tempo per pensare a tutto, senza lasciare indietro niente. E già solo questo atteggiamento, secondo me, ti crea una specie di nemico pubblico: tutti quelli che non fanno così diventano potenziali disturbatori di questo bisogno di presenza.
 


Luca Tosi sulla spiaggia di Bellaria Igea Marina. Fotografia di Luca Guidi



I protagonisti dei suoi romanzi sembrano vivere in un’esistenza delimitata, separata da quella degli altri, come se fossero rinchiusi in una bolla che, al minimo contatto, è destinata a scoppiare. Accade a Marcello in Ragazza senza prefazione, quando il suo castello di carte crolla davanti al rifiuto di Lei, la ragazza di cui è infatuato; accade a Natale in Oppure il diavolo, nel momento in cui si trova a fare i conti con il peso del giudizio altrui e con l’insofferenza legata al rapporto con la madre. Se però Marcello subisce il mondo con un’ironia amara e si ritira in sé stesso, Natale segue invece una parabola più oscura: la sua bolla non scoppia solo per lasciarlo a tu per tu con i suoi vuoti e le sue paure, ma libera una violenza repressa, inconscia. Non gli basta più l’idea di una vita in cui bisogna tirare dritto e incassare senza ribellarsi, come gli è sempre stato detto di fare, per rincorrere la possibilità di un aldilà migliore, dove le cose, prima o poi, andranno meglio. Così, comincia a ragionare sull’idea di vendere l’anima al diavolo. E come suggerisce Luca, che nel frattempo ha finito di cucinare le melanzane, se uno vende l’anima al diavolo, allora quel tipo di possibilità cambia.

A proposito di attaccamento e insofferenza, del romanzo è molto bello il modo in cui racconti il conflitto viscerale che lega Natale alla madre – madre iper-presente anche nel suo essere anaffettiva, a tratti violenta.
Questa maternità è pensata quasi come un lascito, come uno strascico interiore che Natale si porta dietro, perché ha questo senso di colpa di esistere che deriva dal fatto di essere stato un figlio non voluto. In un’intervista che ho sentito tempo fa Gianni Rodari diceva una cosa che mi aveva colpito: che spesso le colpe dei figli hanno una radice nelle colpe dei genitori. Senza voler puntare il dito o attribuire responsabilità in modo schematico, mi sembra che come tipo di eredità questa riflessione nel caso di Natale abbia un senso. È stato bello vedere come è venuto fuori questo rapporto, perché in realtà non l’ho costruito molto consapevolmente. Soprattutto nel momento in cui la mamma si ammala e sta per morire. Lì Natale quasi si sente in diritto di essere contento, perché pensa di potersi liberare da una presenza molto ingombrante – una presenza che riconosce come qualcosa che lo ha molto appesantito, quasi deteriorato.
 

Era intasata di rabbia, mia mamma. Nei giorni del ciclo, in cucina spingava veloce con la scopa, s’incazzava con la polvere e le briciole e schiumava dalla bocca. Non aveva pace! Una sera aveva detto fra i denti: «Era meglio se facevam le uova, noi donne».


Però non ci riesce davvero a liberarsene. Rimane comunque legato alla mamma, anche solo per l’abitudine di essere stati in due in casa. Avere un nemico gli dava qualcuno contro cui sfogarsi: se lei non c’è più, rimane soltanto lui.

Eppure questa tensione tra loro non esplode mai nel dramma, anzi: si scioglie in passaggi quasi comici, per quanto dolorosi o spietati. Hai dovuto ricercare un equilibrio durante la scrittura?
A me sembra di non fare scelte molto consapevoli. Viene fuori da sé, il comico. Succede con la mamma, succede con gli amici, succede un po’ con tutti i personaggi. È un modo di mettere insieme le scene e i dialoghi che mi ricorda un po’ la commedia all’italiana: quel punto in cui il drammatico e il comico stanno sempre insieme. Io non cerco mai di far ridere intenzionalmente. Se una cosa fa ridere me, allora la lascio dentro. È il massimo che faccio. Anche lì è sempre una scelta di gusto. Il tipo di comico che mi interessa non è tanto quello della battuta singola, della punchline. Preferisco un comico diffuso, delicato, quasi steso su tutto il testo, come un lenzuolo che copre l’intera narrazione. Non ha delle punte isolate, può emergere in qualsiasi momento. Che poi è anche il comico del quotidiano: in qualche modo mette in discussione i valori e i modelli della vita di tutti i giorni. È un po’ lo stesso meccanismo dello straniamento di Šklovskij: cercare di vedere le cose come se le vedessi per la prima volta – il teorico del formalismo russo Viktor Šklovskij è noto per il concetto di straniamento, “ostranenie”, tecnica artistica che rende insolito ciò che è familiare. A volte questo fa anche ridere, perché improvvisamente guardi qualcosa di normale e ti chiedi: ma cosa sto vedendo davvero? E in quel momento si illuminano aspetti che di solito sono coperti dall’abitudine.

L’abbiamo già accennato, ma un altro aspetto che Oppure il diavolo ha in comune con Ragazza senza prefazione è che ritorni alla dimensione della provincia. Che cosa hai sentito il bisogno di riprendere da questo paesaggio?
Io alla fine casco sempre sulla provincia. I due romanzi che ho fallito erano ambientati a Bologna, non ci ho rimediato niente. La provincia porta con sé tutto un immaginario e un borsone di conflitti interessanti. Quando mi sono trasferito in città quei conflitti non li sentivo più con la stessa forza. Per questo, se ambientassi una storia in città, mi verrebbe qualcosa di più blando. La provincia per me non è solo un territorio, infatti, è anche una dimensione mentale, qualcosa di metafisico. I personaggi di Ragazza senza prefazione e di Oppure il diavolo non riescono a esprimersi nella provincia, però allo stesso tempo lì hanno tutti i loro rapporti. Mi viene in mente un racconto di Gianni Celati che ho letto un po’ di tempo fa, Condizioni di luce sulla via Emilia. Mi piace questa idea del muoversi nella luce. In provincia spesso si ha la sensazione di vivere nella nebbia dell’abitudine, dove non cambia mai niente. Ma se si riesce ad accendere lo sguardo si vedono anche le tonalità di luce di un posto. E quella luce, se riesci a portarla sulla pagina, la pagina la mantiene. E poi mi viene in mente anche Luciano Bianciardi: diceva che quando qualcuno scrive in provincia si cala nella condizione ideale per ritrovare una verginità espressiva. Cioè il fatto di raccontare la provincia ti rimanda a qualcosa di più originario, più urgente.
 


Luca Tosi ai laghetti FIPS di Poggio Berni, in provincia di Rimini. Fotografia di Luca Guidi
 


C’è sempre un accento locale in quello che scrivi, che in Oppure il diavolo sembra sfogarsi ancor di più. Come lavori sulla resa della lingua, del dialetto, per evitare il bozzettismo? Prima hai parlato di sbobinature: ti muovi quindi da un’ispirazione orale o la voce emerge dalle storie che racconti?
Senza cadere nel manierismo, lavoro molto sulla grana della scrittura, su come la pagina suona quando viene letta. Mi interessa molto la resa orale, la catena fonica delle parole, delle frasi, della punteggiatura. In Oppure il diavolo, per esempio, ho pensato alle virgole come ai punti in cui il personaggio prende fiato. Comincio a riconoscermi in quello che scrivo quando la pagina ha questa qualità minima. E questo lo ottengo solo con un lavoro di sottrazione: tagliare, togliere, cercare di far parlare il personaggio senza farlo straparlare ma neanche farlo parlare troppo poco. Questa cosa riesco a farla attraverso una voce interiore, che è quella del dialetto romagnolo. Quando scrivo la prima stesura penso le frasi in dialetto e poi le traduco mentre schiaccio i tasti del computer, è così che accordo la voce. Funziona per vari motivi: ha a che fare con il tipo di personaggi che racconto, con il parlare “di pancia”, con quella ironia tra comico e drammatico. Non mi interessa inserire parole dialettali per forza: mi interessa piuttosto la radice dialettale che resta dentro l’italiano, il fatto che parliamo tanti italiani diversi, contaminati dal dialetto.
 

Quando scrivo la prima stesura penso le frasi in dialetto e poi le traduco mentre schiaccio i tasti del computer, è così che accordo la voce


Prima cercavo di scrivere in un italiano molto standard e mi bloccavo sempre. La svolta è arrivata quando ho letto Raffaello Baldini, Nino Pedretti e Tonino Guerra, che sono tutti autori di Santarcangelo di Romagna. Da ragazzino non li avevo mai voluti leggere: mi sembravano cose locali, da biblioteca, un po’ polverose. Io volevo leggere gli americani, la Beat Generation, i russi. Poi intorno al 2017 mi è capitato di leggere Baldini e mi si è aperto un mondo: ho capito che avevo una voce in casa, che potevo usarla. E l’ho capito soprattutto leggendo le traduzioni di Baldini e Pedretti dal dialetto all’italiano. Baldini traduceva restando molto vicino al dialetto; Pedretti invece alzava molto la lingua. E lì a volte si creava un’incongruenza: un personaggio semplice che parlava con un italiano troppo forbito. Quando ho capito questa cosa ho pensato che dovevo fare il contrario di quello che facevo prima: invece di abbellire le frasi dovevo restare vicino alla voce. Da lì ho cominciato davvero a scrivere.

Citi Baldini e Pedretti: leggi spesso poesie? Pensi sia un canale utile per la tua scrittura?
Ho letto tutte le raccolte di Baldini e di Pedretti, e anche Guerra. Quando avevo ventidue o ventitré anni mi ricordo di aver scritto delle poesie. Era una forma breve, immediata, che mi permetteva di mettere insieme delle parole abbastanza velocemente. Leggevo autori contemporanei come Isabella Leardini e Milo De Angelis, oppure Gregory Corso e Charles Bukowski, che ne ha scritte una quintalata. Mi piacevano soprattutto quelle poesie che sembrano quasi dei piccoli racconti o dei monologhi: con poca lirica, ma con un punto in cui illumina tutto il resto. Negli ultimi anni ho letto anche Patrizia Cavalli. Non so però se la poesia mi serve. Mi sembra una lettura che a volte ha qualcosa di un po’ mistico. Ci sono periodi, magari all’inizio della primavera, in cui mi viene voglia di leggerla, ma sono piccole parentesi.

Da come ne parli sembra che la scrittura ti accompagni da un bel po’. Vorrei finire dal principio, con una domanda più personale: come si è manifestata per te la voglia di scrivere?
Le prime cose che ho cominciato a scrivere, con l’idea di provare a fare un racconto o una storia, è stato tra la quarta e la quinta superiore. Negli anni dell’università invece – io studiavo statistica, ho fatto la triennale e basta – ho cominciato a leggere molto; è stato forse il periodo in cui ho letto di più, ma non c’è mai stata quella dimensione che magari uno si immagina di quello che scrive e porta le cose da leggere al bar. Io non l’ho mai detto a nessuno che scrivevo, zero proprio. Se ne sono accorti alcuni miei amici quando ho cominciato a pubblicare le prime cose sulle riviste, ma non ne parlavamo; se qualcuno mi diceva qualcosa minimizzavo, perché parlarne mi dava un po’ di soggezione. Siccome io non davo adito a questi discorsi, nessuno ha mai fatto troppe domande, massima discrezione. All’università c’era un amico con cui ci consigliavamo un po’ i libri: siamo partiti da Bukowski, che già avevo letto alle superiori, e con Trainspotting di Welsh. E poi gli autori americani: Kerouac, Gregory Corso, Burroughs, Ferlinghetti, Salinger, un sacco Henry Miller. Però non sono mai stato uno di quelli che dice “prima ho letto un camion di libri e poi ho cominciato a scrivere”, anzi, forse il contrario: sentivo che volevo scrivere, per questo ho cominciato a leggere.



Parte dell’intervista doppia “È difficile parlare di Dio oppure del diavolo” su fede, religione e soprannaturale nella letteratura contemporanea italiana. Leggi l’altra parte qui  Intervista a Gerardo Spirito, autore delle raccolte di racconti Pastorale mediterranea, Madreselva e Il libro nero della fame


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