Lei di Spike Jonze

con Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson e Amy Adams

Finalmente in Italia l’atteso ritorno di Spike Jonze al lungometraggio dopo il debole Nel paese delle creature selvagge, forte della statuetta per la miglior sceneggiatura originale appena conquistata all’ultima Notte degli Oscar e della fantasia fervida che con lo sceneggiatore Charlie Kaufman lo aveva portato alla ribalta cinematografica a cavallo del secolo.
Theodore Twombly (J. Phoenix), impiegato in uno studio che si occupa delle corrispondenze amorose di clienti che non riescono ad esprimere su carta i propri sentimenti, è da mesi in un limbo emotivo dovuto alla separazione dalla moglie Catherine (R. Mara), le cui carte non ha ancora il coraggio di firmare. Il legame sentimentale con il sistema operativo Samantha (S. Johansson) sembra poterlo aiutare a superare la rottura.

Prodotto dall’emergente Annapurna dietro le quinte anche di Zero Dark Thirty e American Hustle, Her vanta un cast ristretto eppure perfetto per restituire l’intimità di cui il film vive. Joaquin Phoenix si conferma uno degli attori più eclettici del panorama hollywoodiano calandosi con elegante impacciatezza nei panni sensibili del Theodore Twombly «in parte uomo e in parte donna», come dice il suo capo Paul, ma la scommessa vinta è sul fronte femminile. Tra le candide bellezze di Olivia Wilde e Rooney Mara e la tenerezza della migliore Amy Adams, il vero asso attoriale è lei, una strepitosa Scarlett Johansson (che nonostante gli sforzi il doppiaggio di Micaela Ramazzotti non riesce a riportare a pieno) splendida anche senza corpo. Una voce «innocente, ingenua e nuova. Non ha il bagaglio o l’insicurezza della vita vissuta che tutti noi abbiamo. È appena nata eppure molto intelligente ed emotiva», dice il regista parlando della Samantha scaturita dalla sua penna.

Sulla falsariga del corto I’m Here di temi affini, Spike Jonze scrive un testo di un’intelligenza e di un’onestà sentimentale rara, frutto della capacità di pensare l’improbabile e renderlo probabile, possibile, umano. Di riportare la fantascienza a una dimensione intima con una bravura tale che persino la parola fantascienza appare fuori luogo. Di piegare l’intuizione futuristica alla forza di una storia d’amore. E la raffinatezza di una regia partecipe ma mai invadente emoziona con scelte garbate e toccanti: dal pulviscolo che diventa neve ai nostalgici inserti dei ricordi di Theodore, dallo schermo nero della prima notte insieme alla gita in montagna accompagnata dalla malinconica A million miles away di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs, cantata dalla voce spezzata della Johansson, a completare la bella colonna sonora firmata da Owen Pallett e dagli Arcade Fire.

Nella finezza con cui si disegna un mondo futuribile (trovato tra Shangai e Los Angeles) distante eppure non troppo lontano – i videogiochi senza comandi, la moda dei pantaloni fasciati a vita alta, la stessa plausibilità del sistema operativo – onore al grande concerto di costumi e scenografia, di Casey Storm e K.K. Barrett di Essere John Malkovich, e alla morbidezza della veste fotografica di Hoyte von Hoytema (The Fighter; La talpa) capaci di dipingere un universo che sembra uscito dal pennello di un delicato Mondrian: dall’ufficio alla stazione della metropolitana, dalla spiaggia ai container di un molo intravisto da un treno, tutto si gioca su toni tenui di rosso, di giallo e di blu. A rispecchiare una delicatezza che Jonze come pochi altri è in grado di restituire, delicatezza che da sola riesce a trasformare l’amplesso digitale con un sistema operativo in un atto di sincero sentimento.

 

«Tu sei reale per me, Samantha»
USA 2013 – Fantasc. Romantico 126' ★★★★★


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