L'allegria del trickster per ripartire

Magia e hackeraggio della realtà nel post-coronavirus, tra imbrogli e letteratura

Il trickster è una figura che compare in diverse mitologie come personaggio abile nell’inganno e dalla condotta amorale. Nemico delle convenzioni, scaltro e disinvolto mentitore, in molte storie riveste un ruolo importante, in quanto la sua indole eclettica determina il cambiamento laddove vige uno stato psicologico e sociale stagnante. Come lettori o spettatori, siamo portati a simpatizzare con questa figura per la sua vocazione anarchica, votata a sovvertire i confini con cui abitualmente distinguiamo tra giusto e sbagliato, tra lecito e illecito: confini che non esita a varcare di continuo, indifferente a ogni regola.

La caratteristica principale del trickster è l’estrema adattabilità, la capacità di cavarsela, di intervenire sulla realtà pur ricorrendo a mezzi il più delle volte non proprio trasparenti. Come un virus, il trickster opera all’interno di un sistema che gli permette di sopravvivere, ma che mira segretamente a distruggere e a trasformare. Come accade ne La casa di carta, dove una banda di ladruncoli guidati da un trickster (il professore) si introduce nel sistema chiuso della zecca nazionale di Spagna e comincia a stampare banconote in barba alle istituzioni, di cui il professore si beffa in tutti i modi possibili mettendone in luce le ipocrisie e le falsità.

Un’altra versione interessante di questo demiurgo anarchico la troviamo nel Mago dei tarocchi di cui parla Francesca Matteoni nel saggio Dal Matto al Mondo (effequ, 2019). Ecco cosa scrive:
 

Il Mago può imbrogliare, certo, ma ricorda soprattutto che vivere è prendersi il rischio di dare al destino una forma – la nostra.


Trickster come mago che determina il futuro, che con i suoi trucchi scombina le carte ma apre vie e possibilità prima impensabili, dunque. Trickster come fonte di disordine e di inganno, dal quale però emergono nuovi stimoli creativi orientati al cambiamento. Per Vogler questa funzione creativa passa attraverso il comico: il trickster è una spalla comica, un aiutante scanzonato dell’eroe, portatore di un sano umorismo e di un’energia che in molti casi è interna all’eroe stesso e si esprime sotto forma di marachella, o più in generale come spinta al cambiamento, scopo ultimo del suo “viaggio”.

Quello che Vogler omette di dire ma che lascia intendere tra le righe è che il trickster non è solo un personaggio, ma anche un’energia nelle mani dello scrittore, che gli serve a far progredire la storia che sta scrivendo e a superare le varie difficoltà a cui il lavoro narrativo lo mette di fronte. È quella «leggerezza» di cui parla Italo Calvino nelle Lezioni americane, cioè in quella proposta di letteratura per la quale sceglie come patrono proprio il dio greco-romano più trickster di tutti: Hermes-Mercurio, «con le ali ai piedi, leggero e aereo», imbroglione matricolato, briccone divino che ne combina di tutti i colori e che, soprattutto, mente. Lo scrittore sarebbe quindi un briccone, un mentitore che aggira la pesantezza del mondo sovvertendo i rapporti abituali tra le cose e aprendo una prospettiva diversa, uno spazio mentale libero e anarchico, esemplificato dalle immagini del volo di cui Calvino riempie le sue pagine.

Nell’omonimo romanzo di Umberto Eco, anche Baudolino è un bugiardo patentato. Tutto ciò che inventa diventa reale, determinando conseguenze imprevedibili che come virus si spargono a macchia d’olio e che così smuovono la storia dal suo interno, non senza aprire prospettive nuove, suscitare spunti di riflessione e, perché no, divertire, incantare. Come quando fa passare una vecchia scodella per il Santo Graal, dimostrando in questo modo che anche la cosa più umile può essere investita di valore semantico. La poesia, il sacro non c’è bisogno di cercarli chissà dove, perché sono lì, sotto i nostri occhi, confusi con gli oggetti e con le realtà che vediamo tutti i giorni e che attendono soltanto che il demiurgo li prenda e gli dia senso, reinventandoli alla luce di un nuovo sguardo.

Quindi Baudolino a ben vedere non è che un’immagine del narratore così come lo intende Eco: un inventore di utopie, di grandi menzogne. Se è vero che, come scrive la Matteoni, la poesia è «bugia, manipolazione», ecco che allora il trickster mentitore e il trickster mago convergono in un unico punto: la capacità di immaginare nuovi mondi per uscire dall’impasse, mondi ai quali occorre prima di tutto credere per potergli dar vita. Proprio quello di cui avremmo bisogno adesso: la fiducia nella nostra capacità di reinventarci il futuro, di affrontare creativamente la sfida che questo momento ci pone, di pensare la fantasia (letteraria e non) non solo come un’evasione tutto sommato priva di conseguenze, ma come costruzione vera di nuovi significati, e quindi di nuovi mondi in cui tornare a respirare liberamente dopo che il sistema è collassato sotto il peso di un agente impalpabile.

Il virus che sta scrivendo la storia attuale è infatti anch'esso aereo, leggero e anarchico. È nell’aria, sfugge al nostro controllo. Eppure, così minuscolo, è stato capace di mettere in ginocchio un sistema economico che poteva sembrare solido e inalterabile, svelandone la fragilità di fondo. È la vittoria del leggero sul pesante, a conferma di quella concezione che vuole il mondo non tanto come un insieme di realtà rigidamente determinate quanto piuttosto come qualcosa di fluido, dove tutto è soggetto a continua metamorfosi e può essere messo in discussione, dove la danza dell’atomo impalpabile la vince su ciò che è statico o che coattamente si impone come tale: la rigidità delle istituzioni, che con le loro lente e macchinose procedure si sono viste ‘giocate’, messe al tappeto dal virus rapido e invisibile. 

 

Lo scrittore è un briccone, un mentitore che aggira la pesantezza del mondo sovvertendo i rapporti abituali tra le cose



Pieno potere alla fantasia, dunque: alla fantasia che sovverte e diverte, che apre strade nuove e fa variare il punto di vista, che crea antidoti al caos semantico da cui il nostro sguardo è dilaniato, cogliendo lampi di inattesa bellezza; alla fantasia che non ha bisogno di certificati per spaziare nei mondi che inventa, né di mascherine per far finta di respirare in questo carnevale paranoico in cui il virus ha trasformato la realtà. La letteratura può forse fornirci questi antidoti, eludendo il rischio di una immobilità psicologica che sarebbe ancora più deleteria di quella sociale: intendo la letteratura nella sua implicita funzione di critica del mondo, di polmone artificiale che moltiplica il nostro respiro al di là del reale, inventando l’incanto del possibile.

Scrivere adesso, inteso come atto vitale, significa inventare il possibile, imbrogliare, essere trickster, mago-hacker: saper maneggiare le parole come fossero dei virus da immettere nel sistema informatico della realtà per farla collassare; significa avere le ali di Mercurio, per non fissarsi sulle cose e saper volgere lo sguardo altrove, verso nuovi orizzonti. Scrivere adesso è anche provare quel salutare cambio di prospettiva che è il comico, non necessariamente in quanto categoria estetica quanto come capacità di divertirsi a spese delle cose, alleggerirle, contaminarle, in modo che la fantasia demiurgica possa maneggiarle con più libertà. Sempre che nei suoi sforzi il narratore non sia solo, ma abbia una “spalla” che lo assiste: quell’ispirazione eclettica e anarchica nella quale si cela il ghigno del briccone.


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