La bontà in declino dell'editoria

Su Bontà di Walter Siti, l'ultimo libro dello scrittore tra miserie e ironie del mondo editoriale

Si chiama Walter Siti, come tutti. Fa dell’inettitudine una virtù, dell’indulgenza un’aberrazione. Dopo esser salito sulla giostra di Bruciare Tutto (Rizzoli, 2017), un sali e scendi da montagne russe disprezzato da molti e capito da pochi, passa poi per Pagare o non Pagare (Nottetempo, 2018), ritornando infine nella sua area di conforto con Bontà, uscito molto in sordina a fine ottobre per la collana Big di Einaudi Stile Libero, «dove si racconta di quanto la liberazione sia difficile, soprattutto perché spesso non sappiamo da che cosa precisamente ci si debba liberare». Accompagna questo sottotitolo, inserito nella prima pagina, il progetto grafico dell’onnipresente Riccardo Falcinelli: è sulle immaginarie note arpeggiate dai raffinati liuti del Baschenis che si apre il sipario sul protagonista del romanzo, Ugo, presentato seduto sul cesso della casa editrice milanese per cui lavora, intento a liberarsi di scorie gravose, sia fisiche che mentali:
 

«Fare schifo è un atto politico»: Ugo ci ripensa stando seduto sul water, a questa frase scritta con mano incerta e vernice bordò su una saracinesca di viale Monza, letta casualmente mentre tornava dall’aver mezzo litigato con un amico in via dei Transiti. Una di quelle frasi facili da capire e difficili da spiegare; soprattutto in una bella giornata di primavera, nell’open space rimbombante come un alveare, dove l’unico riparo in muratura è il cesso – come se la sola cosa degna di essere protetta col segreto fossero gli spurghi. Non le creazioni o le idee, dio guardi; che anzi quelle devono mostrarsi sgargianti, bling bling, agli occhi del Potere.


Già da Scuola di Nudo (1994) Siti ha fatto dei suoi incipit un marchio di fabbrica, la caratteristica fondamentale di un’estetica a lui facilmente riconducibile, in cui chiunque conosca il suo stile non può che crogiolarsi. Bontà non ha niente di meno: già da «Fare schifo è un atto politico» il lettore si accomoda, si rilassa, tira un sospiro di sollievo e gode. Non gode troppo invece Ugo, direttore editoriale âgé che oltre ad essere «un culattone incallito nei vizi» è inappetente per scelta, poiché il «non godere mai in situazioni di godimento è stato per decenni il suo punto d’onore: il suo regime alimentare parla di sesso più delle sue scopate». Ugo è odioso: sta invecchiando, e in casa editrice le frecciatine pungenti sono all’ordine del giorno. All’ennesimo vuoto di memoria – sintomo del suo stato di decadenza e causa della sua cattiveria – decide che ha bisogno di qualcuno che lo accudisca, e che lo ammazzi quando glielo ordinerà. Progettare un «poema d’azione» di questo tipo non è semplice, ma approfittando di un viaggio a Roma con uno degli autori stranieri della sua casa editrice, riesce a trovare un palestrato borgataro – classico feticcio dell’autore – di nome Manuel. Ugo se lo sposa: il suicidio sarà delegato più o meno come previsto, ma la liberazione anticipata dal sottotitolo avrà un esito tutt’altro che prevedibile.

Siti fa ridere. Probabilmente non a tutti: il suo modo di declinare l’ironia prevede di fondere alto e basso ricorrendo alla battuta sempre cinica e provocatoria («‘Dream’ è l’anagramma di ‘merda’») tipicamente rifuggita dagli ipocriti. L’impudenza può sembrare eccessiva, ma non è mai gratuita; il politicamente corretto scappa via con le mani fra i capelli, disgustato. Siti gioca col lettore come il gatto col topo, e lo stana propugnando un’idea di letteratura non incasellabile, sempre intellettualmente stimolante, e che mostra la realtà per quello che è davvero: il trucco di un bel numero di magia. Partendo dal titolo di quest’ultimo romanzo, Siti mette all’angolo qualsiasi forma d’empatia, restituendo al termine bontà la sua condizione di parola abusata, violentata talmente tante volte dall’uomo nella Storia da fargli corrispondere il suo opposto semantico, il livore:


A ogni pensiero altruista il cazzo si ammoscia un po’ di più – l’altruismo è una variante dell’egoismo, se proteggendo l’altro proteggi una parte di te stesso. I desideri che marciscono producono odio, il cielo d’Europa è un cielo di frustrazione. La malevolenza rinfresca, la ferocia è un aereosol. Sforziamoci di inquinare senza controllo, ogni ecologia ormai è accanimento terapeutico; sciogliere Gratteri nell’acido sarebbe l’unico sistema efficace per garantire un welfare al Sud.
 

La realtà disgustosamente patetica di Bontà serve all’autore anche per tirare le somme col settore in cui lavora, quello editoriale. Nell’open space della casa editrice, in cui oltre a Ugo ci sono la Cris, Ruben, Carlo e altri, ci si occupa di tutto: dal cercare qualcuno che porti a spasso la scrittrice Ólafsdóttir, a occuparsi dei congiuntivi di qualche chef famoso; dal mangiarsi le mani per non aver fornito a dovere le librerie dell’ultimo romanzo di Walter Siti dopo una sua apparizione da Fazio (dove, nel 2012, presentò davvero Resistere non serve a niente), a dover anticipare la novelization di un film in uscita alla televisione. La dedizione è malvista, l’attaccamento al mestiere una presenza ingombrante da ridimensionare («ma chi ti credi di essere, stai impaginando i pensieri di un fashion trendsetter, cocca, mica il capolavoro-testamento di Philip Roth»). Chi conosce i retroscena è in intimità con la materia che maneggia, dovendo necessariamente imparare ad amarne soprattutto i difetti:
 

Si dice che nessuno sia un grand’uomo allo sguardo del proprio cameriere: chi lavora nell’editoria è un cameriere della letteratura – la vede cambiarsi d’abito, la sorprende in déshabillé o mentre si scaccola senza pudore o si intrattiene con ceffi dall’improbabile contegno. Dall’astronave in cristalli e acciaio di via Vitruvio 19 è impossibile separare il cielo dalla fogna: l’assoluto non è così assoluto se si può comprare, la fogna non è così fogna se trova le parole.


Aperta è anche la partita tra vecchia guardia e nuova fanteria, giocata su un terreno molto caro all’autore, quello dello stile. Il giovane Ruben, collega del più anziano Carlo alla narrativa straniera, spinge per il nuovo scambiando la Weltliteratur con l’odierna letteratura globalizzata. Spaventa la sua insolenza nel criticare «con bella sicumera quei letterati di merda che “tengono allo stile come un’anatra alle sue piume, lo lisciano dopo ogni acquazzone”». Ugo si oppone blandamente, senza ormai più forze, lui, scrittore fallito e editor non più capace di insegnare. Per i giovani «influire, influire è il nuovo verbo. Usano la letteratura come mezzo, non la traguardano come un fine; la considerano come uno strumento per confermare, non un acido per corrodere». Uno a uno: palla al centro.

Con i suoi precedenti romanzi e il suo Bontà Siti si leva da dosso un bel po’ d’anni: è il suo acume sempre brillante che lo svecchia, permettendogli di essere – nonostante l’avanzare dell’età – un passo avanti a molti. C’è da sperare che la sua perspicacia si preservi energica ancora per un bel po’, e che prima o poi smetta di spiazzare la critica più bacchettona e tutti quelli che si indignano fermandosi a guardare solo la superficie delle cose, senza aspirare ad andare oltre. Perché è facile iniziare polemiche spicciole, ma meno facile è trovare romanzi che istighino a pensare costringendo il lettore a non fare il solito due più due, e che ci provino attraverso uno stile raffinatissimo di poesia prosastica consapevolmente manchevole di immediatezza: è questo il linguaggio letterario che, una volta decifrato, più nutre e dà soddisfazione a chi legge, soprattutto se – come Le benevole e Le particelle elementari – mostrano il degrado dell’uomo, e il suo trionfo.

In chiusura, si segnalano: dalla rubrica I Discorsi sul metodo di Vanni Santoni su minima&moralia la recente intervista n° 24 proprio a Walter Siti, per chi fosse curioso di sapere come lo scrittore scrive i suoi romanzi (un modo tanto complesso quanto efficace); e le recensioni su Bontà a firma di Andrea Cortellessa e Gianluigi Simonetti su Le parole e le cose che, nella loro predicibile compiutezza, esauriscono ogni ulteriore discussione sull’argomento.

Angela Marino


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