Incantesimi ancestrali per evocare la violenza

Il folklore orrorifico di Mónica Ojeda e i mali della società latinoamericana nella raccolta di racconti Voladoras

Scavare nei desideri abissali degli esseri umani, portare alla luce ciò che sta nascosto dietro le intenzioni apparentemente più innocenti per raccontare sulla pagine una narrativa dell’orrore lirica e sublime, sono questi gli intenti dell’autrice ecuadoriana Mónica Ojeda, intenti che già conosciamo. Nei suoi romanzi Mandibula e Nefando infatti, portati in Italia da Alessandro Polidoro Editore e tradotti da Massimiliano Bonatto, ci trovavamo di fronte a scenari di una violenza estrema tra studentesse affamate di scoperta, capaci di evocare divinità potentissime in grado di realizzare i propri desideri, oppure videogiochi che arrivano a smangiare la realtà, rosicchiando le identità di ciascuno. Così anche in Voladoras, raccolta di racconti portata di nuovo in Italia da Polidoro e tradotta ancora una volta splendidamente da Bonatto, Ojeda evoca un concetto a lei molto caro e ormai parte della sua narrativa: cosa accade materialmente ai corpi di fronte alla violenza estrema del mondo. In questi otto racconti l’autrice utilizza il personale linguaggio lirico, ricco di sfumature sensoriali e capace di condurre chi legge nei luoghi più oscuri della psiche dei suoi personaggi, nelle paure che assumono forma tattile e, nel caso di questa raccolta, in una geografia capace di raccontare quanto la terra stessa in cui si nasce possa far germinare fantasmi e creature fatte di ombra e sangue.
 

Negli otto racconti di Voladoras, Ojeda evoca un concetto a lei molto caro e ormai parte della sua narrativa: cosa accade materialmente ai corpi di fronte alla violenza estrema del mondo


In Voladoras Ojeda utilizza il folklore andino per mettere in scena gli orrori che vuole raccontare. Dalle creature che danno titolo alla raccolta, simili a streghe, alle Uma, teste volanti presenti non solo nel folkore ecuadoriano ma anche in Perù o in Argentina, fino al mito del condor che, poco prima della fine, decide di lasciarsi morire reputando ormai la sua esistenza inutile. Il mondo andino ecuadoriano è quindi sia sfondo delle vicende sia vero e proprio protagonista, dato che le forze che lo abitano sono quelle che infestano le menti e i cuori dei personaggi. La scoperta di sé infatti, per ognuno di questi personaggi, passa attraverso la scoperta dell’orrore. Attraverso il mostruoso, l’abbietto, si trova consapevolezza di cosa significa davvero stare al mondo: corpi diventano eccessivamente sensibili e le vere intenzioni dei personaggi galleggiano finalmente in bella vista. Questo significa, concetto già evidente nei precedenti romanzi, che non esiste una vera e propria distruzione: anzi la fine, la morte, l’orrore sono forze che operano per trasformare e mettere in luce. Anche Annelise, la protagonista di Mandibula, diceva all’amica Fernanda: «Cosa succede quando vediamo qualcosa di bianco? [...] Che sappiamo che si macchierà». La stessa cosa accade in questi racconti: il semplice fatto di vivere in questi territori, in questa epoca, comporta delle conseguenze.

Per il modo in cui Voladoras utilizza dell’ambientazione e del folklore si è parlato, per bocca anche della stessa autrice, di gotico andino, un termine usato per la prima volta dall’autore Alvaro Aleman per indicare non un genere ben preciso, un’etichetta, ma un modo di raccontare l’attualità e al tempo stesso il passato dei territori latino americani attraverso una mitologia e un sovrannaturale completamente distaccati da quelli occidentali. A questo si aggiunge una ricerca di linguaggio da parte di Ojeda che quasi qualifica i suoi racconti come poesie, testi lirici che non desiderano affatto offrire spiegazioni ma piuttosto evocare l’alterità di ciò a cui stiamo assistendo, riuscendo comunque a renderlo quanto più possibile comprensibile. È un linguaggio che cerca un ritmo e una sonorità capace di restituire al meglio cosa accade davvero ai corpi dei personaggi, alle loro menti, cosa è in grado di uscire dalla terra.

Cosa si fa quando una famiglia prova cose così diverse e al tempo stesso così simili? Io prego verso l’alto e l’occhio della strega si storce. Le api si sollevano. Sai che effetto fa al sangue il ronzio degli alveari? Di notte il mio corpo si bagna di lacrime. Dormo ancora con la voladora e, ogni tanto, papà guarda come un cavallo in delirio la linea irregolare del recinto che separa la nostra casa dal monte.


Il primo racconto, quello qui sopra citato e che dà il titolo alla raccolta, è ovviamente il più rappresentativo. Protagonista è una ragazza la cui abitazione viene visitata ripetute volte dalla voladora. Le voladora sono ben lontane da essere delle normali streghe, con cappello a punta e scopa. Volano spalmandosi unguenti sotto le ascelle e viaggiano da un villaggio all’altro. Nel racconto di Ojeda tuttavia tale creatura viaggia da sola e sceglie dove andare: in questo caso nella casa dove finisce per avere influsso sul padre della ragazza, svegliando in lui un desiderio carnale e facendo così infuriare la moglie. La protagonista, da parte sua, è già affascinata dalla creatura e ne coglie i dettagli:
 

Allora, le voladoras non sono donne normali, è vero. Per cominciare hanno un occhio solo. Non perché gliene manchi uno, ma perché ne hanno uno solo, come i ciclopi.


Cerca di capirla, di riconoscerla. Così è lei la vittima seguente della voladora ed è in lei che sembra risvegliarsi un nuovo desiderio. Il finale del racconto lascia intuire che ci sia stato un rapporto tra la figlia stessa e il padre, cosa che non viene né nascosta né taciuta: è un fatto, così come lo è la voladora che continuerà a volare sui tetti.

Una vera e propria violenza è invece denunciata nel racconto La testa che vola dove la protagonista assiste al radunarsi di creature spettrali nel giardino del vicino. Le uma sono altre creature del folklore sudamericano, solitamente sono messaggere di disgrazia e vendetta. In questo caso la protagonista è in grado di vederle in seguito a un trauma: il vicino ha decapitato la figlia, Guadalupe, la cui testa è finita proprio di fronte alla narratrice. Le uma tuttavia porteranno non disgrazia ma giustizia ed è interessante notare che la vittima da loro prescelta non sia il padre di Guadalupe, ma la protagonista stessa che, di fronte alle violenze che Guadalupe subiva, ha sempre deciso di ignorare tutto quanto, fingendo di non sapere.

Risulta difficile definire i testi di Voladoras racconti del terrore perché non si tratta, alla fine, di racconti che vogliono suscitare davvero paura, quanto piuttosto mettere in mostra le violenze più feroci ed estreme che possono scaturire dall’agire umano. Questo infatti sembra davvero l’intento di Ojeda che nelle altre storie racconta, come in Sangue coagulato, di abusi e aborti, di chi viene chiamata strega e che per questo viene temuta ma anche sfruttata. Oppure di donne bianche ricche e spietate che sperimentano il soroche – titolo di uno dei racconti –, il mal di montagna peruviano, e grazie ad esso una di loro comprende che non si può sfuggire alla bruttezza, alla realtà, al fatto che nel cuore degli uomini risiede un grumo di spregevolezza e crudeltà. È un racconto che ricorda, in certi passaggi, il tema-monologo di Annelise in Mandibula.
 

Si tratta di una rivelazione così triste che la mente la rende breve, anche se nel mio caso è durata fin troppo tempo. Quando sei in alta quota pensi che sarà difficile vederci chiaro, ma non è vero. Vedi nitidamente quello che sei e quello che sono gli altri, vedi che laggiù è tutto piccolo e miserabile e che è da lì che vieni. Ecco cos’è il vero mal d’altitudine.


Per questo è ben chiaro che l’intento del gotico andino non sia rendere questo immaginario appetibile per qualsiasi tipo di pubblico, anzi. Serve a denunciare dei mali che sono ben radicati nella società latinoamericana: sessismo, colonialismo, abilismo. Questa denuncia è la volontà di Ojeda e di altre autrici che potrebbero essere ricollocate sotto questa non-etichetta, tra le quali sicuramente Mariana Enriquez, Giovanna Rivero, Maria Fernanda Ampuero, Fernanda Melchor. 
 

Gli orrori di Ojeda hanno forse un corpo mitico, soprannaturale, ma scaturiscono da luoghi precisi, abitano e infestano persone ben riconoscibili


C’è un equilibrio ricercato con cura tra il concetto di mitologia e creature ancestrali e violenza e crudeltà del mondo contemporaneo. Anche per questo è ambiguo etichettare la raccolta dell’autrice ecuadoriana come horror dato che si tratta di un orrore sì puro, primitivo, ma non certo innominabile, di certo non corrispondente all’eldritch lovecraftiano. Anzi, gli orrori di Ojeda hanno forse un corpo mitico, soprannaturale, ma scaturiscono da luoghi precisi, abitano e infestano persone ben riconoscibili. Per questa ragione il racconto di chiusura è quasi una chiave per l’intera raccolta. In Il mondo di sopra e il mondo di sotto il protagonista non è una donna, elemento che accomuna tutti gli altri, ma uno sciamano e prima di tutto un padre che ha perso la moglie e poi la figlia e che per questo compie un viaggio verso la cima del vulcano, alla ricerca di un rito che riporti in vita la bambina. Il monologo dell’uomo ci racconta ciò che gli accade mentre gli eventi che lo circondano trovano forma, come un incantesimo, in quello che lui ha scritto poco prima: ogni rito che compie, ogni passo verso il vulcano, è da lui evocato e al tempo stesso temuto. «Questa scrittura è un sortilegio», dice.
Le parole sono incantesimi e, come ci mostra bene Ojeda in questa raccolta e nei precedenti romanzi, le storie possono esserci utili per comprendere dove risiede l’orrore e come affrontarlo. Non novelle da leggere come incubi o come narrazioni spaventose, ma finestre aperte su una violenza che davvero ci circonda, che prospera e che spesso fatichiamo persino a vedere.


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