La metamorfosi della rana

La difficoltà del diventare adulti e l’instabilità della memoria in Vita degli anfibi di Piero Balzoni

La copertina di Vita degli anfibi, il nuovo romanzo di Piero Balzoni pubblicato da Alter Ego nella collana Specchi, crea già un piccolo cortocircuito nel lettore. Una parte di noi è spinta a rivedere in quella rana vista dall’alto su sfondo bianco una tavola scientifica, un reperto faunistico. Dall’altro lato veniamo gettati nell’inquietudine: il viola, il blu strani e fuori luogo, e un senso di attesa, come se la rana volesse già suggerirci che è immobile solo per un istante. E di questo paradosso scrive l’autore: di un’attesa che non è davvero tale, perché allo stesso tempo veritiera ma anche costruita ad arte, un’apprensione di qualcosa che sembra di poter conoscere, scoprire, ma che si tratta in realtà di una rivelazione che non potrà mai arrivare. È impossibile infatti conoscere la verità se si continuano a costruire raffinate bugie.

La storia di questo romanzo, nata a detta dell’autore dall’immagine di una bambina che si muove in mezzo a un canneto, è quella appunto di una bambina, che a otto anni perde il padre. Lo perde letteralmente, un secondo prima dietro di lei a spingere l’altalena, un secondo dopo scomparso. Resta sola con la madre, prima in quella casa che era un caseificio dove passano le estati, vicino al lago, poi di ritorno in città. Cresce e non smette mai di ripensare a quello che è successo, interrogandosi. Perché suo padre è scomparso, poco prima del suo compleanno, perché sua madre ride nella notte, e ogni tanto sembra perdersi in ricordi che non vuole condividere. Le domande non trovano risposte e da adulta la protagonista continua a nutrirle in modo metodico. Cerca di rispolverare il mistero, e al tempo stesso moltiplica i dubbi sul suo passato. Come da piccola teneva i girini del lago in un barattolo, nell’attesa della metamorfosi, così continua a far crescere e lievitare le sue domande, insieme ai ricordi che finiscono per cambiare forma, fino a che tutto non si mescolerà insieme. L’acqua limpida del lago diventerà pastoia e trovare una via di uscita, una vita serena, sarà sempre più difficile.
 

La bambina protagonista di Vita degli anfibi non smette mai di interrogarsi – perché suo padre è scomparso, perché sua madre ride nella notte –e sembra perdersi in ricordi che non vuole condividere


La metamorfosi del girino in rana scandisce le sezioni del romanzo, che racconta la metamorfosi della protagonista da una bambina a un’adulta che non sembra cambiata davvero. C’è una contrapposizione palese nello stile utilizzato da Balzoni nel raccontare ciò che avviene all’interno della narrazione. Da una parte ci sono le frasi taglienti e telegrafiche del personaggio principale, le sue visioni fulminee del mondo e i ricordi riportati come lampi e quadri perfetti. Dall’altra c’è uno scenario iridescente, una descrizione del mondo dove tutto quanto sembra organico, vivo.
 

Di notte immaginavo di essere l’ospite della cattedrale che riposava in fondo al lago. C’erano i corridoi infiniti e lampadari che dal soffitto sfioravano la mia testa. I pendenti erano crostacei d’acqua dolce appesi per le code a ondeggiare nel vuoto e quando la sera soffiava il vento toccandosi tra loro emettevano un rumore di cristalli. Le posate avevano manici di corallo e se le sfioravo con il dito si ritraevano come corna di lumaca e il dio del lago riposava nel silenzio.


La visione che abbiamo del mondo cambia con il tempo, non solo perché prima si è bambini e poi adulti, ma perché il mondo stesso tende a cambiare, soprattutto nell’epoca in cui viviamo. Eppure il mondo della protagonista sembra un diorama, una zona in cui acqua e terra continuano a scontrarsi, un universo naturale in cui lei è ancora una bambina che si immerge nel lago, alla ricerca del dio che lo abita. Pensare la crescita come un concetto lineare in questo caso è del tutto errato. Neanche quella rana di cui si attendeva la metamorfosi è più una certezza, perché quando era piccola, ricorda ancora, la rana era fuggita e forse è ancora nel caseificio e se ne sta nascosta.

Diventare adulta non porta niente di nuovo, solo nuove attese e nuovi ricordi da mettere nel barattolo, da osservare con cura per capire cosa si è sbagliato, fino a farsi venire nuovi dubbi. Forse suo padre le aveva detto dove andava, forse si è perso, forse davvero credeva nel dio del lago come le raccontava, e adesso è sul fondale e spera che sia lei a trovarlo.
La protagonista non può crearsi una nuova vita perché una distruzione non c’è mai stata, non c’è mai stata una fine. Non ha mai pianto suo padre perché non è morto: semplicemente è svanito. La vita nuova è una creatura inafferrabile, come la rana o come lo stesso elemento dell’acqua, che non ha una forma senza contenitore e che non può essere trattenuta troppo a lungo tra le mani.

Andando avanti con la lettura comprenderemo come è sopravvissuta: da un’infanzia senza padre, a un’adolescenza in cui ha continuato a cercarlo fino alla vita adulta, fino a quando tenta di prendersi cura degli altri da infermiera. Ci sono piccoli rituali nella vita della protagonista, un pensiero magico stimolato fin da quando era piccola dalle storie del padre, piccole missioni per sopravvivere. Le creature ritrovate nel lago adesso diventano i pomeriggi passati con un uomo che ha perso la figlia, lei che lo aiuta a ricreare una piccola biblioteca. Diventa la volontà di recuperare il caseificio in cui passava le estati. Nella raccolta di saggi Vita su un pianeta nervoso, dedicata alle difficoltà di una vita adulta in un mondo complesso come il nostro, Matt Haig scrive: «Forse dovremmo concentrarci sulle poche cose che possiamo fare, invece che sui milioni di cose che non possiamo fare. Dovremmo smettere di desiderare vite parallele. Dovremmo trovare una matematica più piccola. Essere un unicum indivisibile, orgoglioso e irripetibile». La protagonista non ha nessun problema dato che, al contrario, ha creato un mondo minuscolo, su misura. Dove tutto è controllato. Ma lo è davvero?
 

La vita nuova, per la bambina, è una creatura inafferrabile, come la rana o come lo stesso elemento dell’acqua, che non ha una forma senza contenitore


Vedendola crescere riusciamo anche a riconoscere che c’è qualcosa che non va. Tutto è cambiato dal giorno in cui non c’è stato più nessuno a spingerla sull’altalena («L’altalena va su, l’altalena va giù»), e da quel momento non solo il mondo è diventato un diorama, un modellino in cui giocare alla bambina e poi all’adulta, ma i ricordi hanno cominciato a mescolarsi. E soprattutto hanno cominciato a germinarne di nuovi.
C’è un punto del romanzo in cui la protagonista sembra di ottenere davvero una risposta, in cui il caso del padre sembra davvero possibile da sciogliere. Ma ne vale la pena? Il mondo fasullo in cui vive non le permette di avere una risposta. Se anche il caso venisse sciolto, lei riceverebbe finalmente il regalo di compleanno che ancora aspetta dal padre? Avrebbe un desiderio avverato dal dio del lago? Ciò che davvero è stagnante in Vita degli anfibi sono le memorie distorte e costruite con cura che galleggiano nella narrazione in mezzo ai ricordi reali e ai dialoghi tra i personaggi, palesi menzogne che Balzoni dissemina con cura procurando attimi di panico in chi legge.

Eppure ci risulta allo stesso tempo difficile considerare quella della protagonista una voce inattendibile, perché sono tante le palesi bugie che le sono state consegnate: le favole ascoltate quando era bambina, la reticenza della madre, la presenza dell’amante del padre. Possiamo davvero permetterci di escludere qualcosa a priori?
 

Papà diceva che sul fondo delle barche rimane appiccicata l’anima dell’acqua, per questo le barche non si dovevano mai distruggere. L’acqua le scambia per figlie sue. Ecco perché sul fondo del mare riposano migliaia di barche, perché l’acqua se le riprende. Spesso gli uomini che demoliscono barche perdono la testa e diventano pazzi, hanno visioni di mostri orribili che arrivano a prenderli. Gli esseri viventi sono fatti d’acqua e l’acqua si vendica così.


Il terreno condiviso in cui i personaggi affidano l’un l’altro memorie non è stabile, non è sicuro, perché smangiato da ricordi e bugie, come l’acqua che logora le rive del lago. Balzoni crea una storia che è un giallo ma anche un romanzo psicologico, o forse davvero un’analisi scientifica su quanto i ricordi siano poco stabili, imprevedibili, anche quando se ne stanno rinchiusi in dei barattoli.


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