È ancora possibile salvare il mondo? Intervista a Vanni Santoni

Criptovalute, discariche e gentrificazione nel romanzo Il detective sonnambulo

Torino, Salone del Libro 2025 All’ombra di uno dei capannoni del Lingotto, in un angolo poco affollato, sono seduto su un marciapiede con Vanni Santoni per intervistarlo sul suo ultimo libro. Il detective sonnambulo, dodicesimo titolo dell’autore montevarchino, è un romanzo ambizioso, dal respiro europeo (si muove tra Parigi, Davos, Berlino e Venezia), che attraversa generi e registri diversi all’interno di un’unica narrazione coerente. Quando la donna di cui è innamorato svanisce nel nulla, il protagonista Martino, un italiano trapiantato a Parigi, inizia una ricerca che lo porterà a contatto con il misterioso cryptomilionario Manfredi Contini della Torre, un personaggio ossessionato da una domanda meno teorica di quanto sembri: è possibile cambiare il mondo? Per la capacità di affrontare grandi temi attuali senza sacrificare slancio e tensione narrativa, Il detective sonnambulo è probabilmente uno dei migliori romanzi di Santoni. A tratti interrotto da pernacchie di scrittori di passaggio e lunghi discorsi sulle camicie floreali, sono riuscito anche a fargli qualche domanda.

Il detective sonnambulo ha un titolo che promette un’atmosfera noir, e in effetti si apre con una sorta di indagine, per poi diventare qualcos’altro. Da un punto di vista filosofico, però, il romanzo conserva una visione molto noir: non solo il protagonista, ma anche il ricchissimo Manfredi non riesce a cambiare il mondo, non riesce a salvarlo dal male che lo pervade. Qual è per te il legame tra la tua opera e questo genere letterario?
Sai perché il classico investigatore del noir indossa un trench? Quell’indumento che ormai è un cliché, simbolo degli investigatori stessi, forse ancor più del cappello alla Sherlock Holmes? Perché i primi protagonisti del noir sono reduci della prima guerra mondiale che si sono reinventati come investigatori, e portano ancora il cappotto da ufficiale di trincea – «trench» – perché sono traumatizzati. Portano dentro di loro un male ben più grande di quello che vanno a indagare. Per quanto riguarda Il detective sonnambulo: l’innesco lo dà un’indagine ed è un libro di notturni, la Parigi in cui si muove Martino Suckert è una Parigi notturna, ed è anche un romanzo abitato da molte suggestioni cinematografiche. Ma il fatto che nella seconda metà non ci sia esattamente un mistero da risolvere e che anzi il ritrovamento di Johanna – la ragazza la cui scomparsa innesca l’azione – apra a nuove questioni ancora più complesse, penso che confermi che il romanzo non è un noir.
Poi si può aggiungere un’altra cosa, e cioè che autori come Bolaño, ma penso anche a Ernesto Sabato – Sopra eroi e tombe è un libro a cui devo molto, specialmente nel caso di questo romanzo – ci hanno insegnato che, se vuoi tirare in ballo temi pesanti, può essere utile una partenza leggera, con dei dispositivi narrativi che risultino familiari e accattivanti per il lettore. All’inizio de Il detective sonnambulo ci sono una storia d’amore, una sparizione e una ricerca. Tutto questo serve ad attirare il lettore in un movimento che vuole portarlo sempre più giù, sempre più a fondo, per arrivare ai veri temi del romanzo.

Il romanzo è diviso in quattro sezioni. Le prime due sembrano aderire perfettamente ai primi due atti di una storia. Poi il romanzo prosegue con il terzo atto, e anche lì la divisione in capitoli sembra ricalcare una struttura narrativa molto chiara, quasi prevedibile, per poi spiazzare esattamente a metà del libro, quando il protagonista raggiunge un traguardo che forse il lettore si aspettava sarebbe stato raggiunto molto più avanti. A quel punto la storia si trasforma: obiettivi e atmosfere cambiano e ci rendiamo conto di essere in un romanzo diverso da quello che ci aspettavamo. Mi chiedevo quanto fosse voluto questo gioco di depistaggio, con una struttura solo apparentemente canonica.
Avendo quattro protagonisti e una storia che si sviluppa in quattro città (Parigi, Davos, Berlino, Venezia), non potevo non avere anche quattro parti, per una questione di armonia formale, ma l’organizzazione reale di queste parti è proprio quella di cui parli. Quando inizio a pianificare romanzi ibridati con la forma saggistica, come Muro di casse, La stanza profonda o Dilaga ovunque, per prima cosa studio e organizzo le fonti e il materiale autobiografico. Attorno a questa sorta di archivio si cominciano a creare dei potenziali “attrattori narrativi”, delle isole di senso attorno a cui si può costruire una scena o qualcosa di più di una scena; poi, solo in un momento successivo, inizio a pensare a come montare il tutto. Invece, quando studio per un romanzo puro, come I fratelli Michelangelo, La verità su tutto e ovviamente Il detective sonnambulo, comincio da immagini apparentemente casuali, che mi vengono in mente in modo sparso. Mi ritrovo a prendere appunti dove capita, nelle note del cellulare o con dei vocali che mando a me stesso. Alcune di queste immagini iniziano a manifestare una sorta di potenziale narrativo; altre no.
 

Cos’erano quelle stanze, quel mobilio, se non i mobili di persone morte che venivano venduti nella città stessa in cui quelle persone avevano vissuto?


In questo caso sono partito da due immagini. La prima era quella di un giovane di umore cupo, che gira in un mercatino di Parigi come quelli che puoi trovare sotto Natale nei quartieri ricchi, in cui vengono venduti anche oggetti molto pregiati o persino l’arredamento di intere stanze. Quella scena mi interessava perché ci vedevo il sentimento di chi avverte Parigi come una città ormai respingente, quando non inaccessibile, un sentimento anche mio, non solo del personaggio; e poi c’era la morte, perché cos’erano quelle stanze, quel mobilio, se non i mobili di persone morte che venivano venduti nella città stessa in cui quelle persone avevano vissuto? Poi in realtà il tema della morte e dei suoi “residui” è un po’ scomparso dal romanzo, però era un bell’attrattore, ne è rimasta comunque un’eco. Quegli oggetti sono testimonianza di una Parigi che non c’è più, e da questa riflessione ho iniziato a farmi delle domande. Mi sono detto: ma un giovane con vaghi sogni da artista, oggi, sceglierebbe davvero Parigi? Una città così costosa e poco accogliente?

Allora ho iniziato a pensare a un personaggio ingenuo, qualcuno che possa davvero finire a Parigi oggi. Qualcuno che forse si è lasciato tirare in mezzo dai libri, dall’arte, dalla mitologia cinematografica che ancora aleggia nella città. Lì ho trovato un altro gancio interessante, perché buttarsi a fare arte è, se vogliamo, sempre un’ingenuità, ma qual è quella in cui risulti più ingenuo se ti ci butti – a meno che tu non sia figlio di qualcuno al suo interno o dotato di ingenti mezzi propri? Per scrivere o disegnare bastano un quaderno o anche un fogliaccio, ma un film non puoi farlo senza finanziamenti e attrezzatura. Quindi ho iniziato a immaginare un super ingenuo, uno che va a Parigi convinto di diventare un cineasta. Quasi un coglione. Poi scopriamo che non è solo un coglione, in realtà Martino ha le sue qualità, una certa ostinazione e pure i suoi momenti di furbizia. Come è stato fatto notare in alcune delle presentazioni svoltesi in queste settimane, a volte Martino fa il finto tonto e si approfitta della situazione.
L’altra immagine da cui sono partito, invece, è l’immagine di una colonna di NCC che attraversa il deserto di Atacama. Atacama è un deserto bellissimo, che fiorisce quando piove e diventa coloratissimo, ed è anche un posto misterioso, pieno di petroglifi, c’è pure una strana mummia... insomma è davvero un luogo suggestivo. E però è diventato anche la discarica principale della moda rapida. Sappiamo che i grandi marchi di fast fashion, come Zara, H&M e tanti altri, fanno decine di collezioni l’anno, e l’invenduto non viene riciclato ma buttato via. Dove? Nel deserto di Atacama, dove c’è una sterminata distesa di stracci abbandonati. Intere valli piene di vestitini e accessori. Mi sembrava un’immagine molto affascinante. Forse, ripensandoci adesso, seguivo un’eco che arrivava da Underworld di Don DeLillo, in cui il protagonista, a un certo punto, va da questa artista che si chiama Klara Sax, che ridipinge aerei nel deserto. Chissà, potrebbe essere una suggestione venuta da lì che si è fusa con quella di Atacama. Insomma, per qualche motivo queste due immagini mi sembravano poter produrre qualcosa. Erano infinitamente distanti fra loro, anzi all’inizio erano prive di collegamento, e ho cominciato a provare a unirle, e pian piano hanno gemmato i personaggi e una storia. Il detective sonnambulo è venuto fuori così, per una serie di aggregazioni narrative, non ci sono state scelte ponderate in questo senso, di sicuro però ero certo che la scomparsa e la conseguente ricerca di Johanna dovevano essere un’apertura. Un gancio. Dovevano spalancare delle porte e condurci in un ignoto ancora da definire. Il romanzo ha cominciato a comporsi davvero solo quando è nato anche Manfredi.
 

Il deserto di Atacama invaso da i vestiti gettati dai marchi di fast fashion (Antonio Cosio / CC BY-NC)



Manfredi è un personaggio dalle origini misteriose, quasi un Gatsby. Non il classico ricco sicuro di sé, che dà il proprio status per scontato e viene da un quartiere ricco e da una famiglia ricca, ma un outsider. Un outsider che continua a essere tale anche da ricco, e manifesta la propria insicurezza manipolando la propria immagine e cercando costantemente nuove conferme. Arriva addirittura a dare una sorta di paghetta ai propri amici per continuare ad averli intorno. Qual è stato il ragionamento che ti ha portato a caratterizzarlo così?
La creazione di Manfredi è stata un processo di lunga stratificazione e cambiamenti, anche frutto della raccolta delle fonti. Dopo che erano “nati” Martino e Johanna, i primi due protagonisti a comparire nel libro, e cominciava a prendere forma anche Tanya, la terza protagonista, di Manfredi avevo tracciato un primo bozzetto, qualcosa che in una forma ridotta – e soprattutto con una funzione differente – appare ancora nel libro: a un certo punto, come una sorta di anticipazione, mentre Martino e Tanya sono in viaggio verso il World Economic Forum di Davos nel tentativo di trovare proprio Johanna e Manfredi, Martino racconta di un video, che Tanya aveva trovato in rete ma non gli aveva mostrato subito. In questo video osserviamo Manfredi, che prima degli eventi narrati ne Il detective sonnambulo viveva in un grattacielo davanti a Central Park, mentre si alza, si fa la doccia in un ambiente extralusso e inizia quella che dovrebbe essere la sua giornata-tipo. Alla fine del video, però, Manfredi parla in camera e fa un commento in francese, e lì il lettore capisce due cose. Primo: il video non è un filmato rubato, è proprio un video girato apposta in cui Manfredi è consapevole di recitare; secondo: probabilmente chi gira è Johanna. Inizialmente quel video faceva parte di una scena più ampia che avevo scritto per introdurre Manfredi. Ai tempi Manfredi era più simile al Packer di Cosmopolis di DeLillo, nome che poi ho dato al suo assistente come omaggio. Quel video doveva avere la funzione di preparare il debutto di Manfredi Contini della Torre come figura pubblica del mondo delle criptovalute – era stato fatto girare per quello – solo che poi Manfredi ha cambiato idea, come del resto fa spesso.

È a quel punto che hai deciso che Manfredi sarebbe stato un cryptomilionario?
Non ho deciso subito che avrei parlato di crypto. All’inizio avevo solo in mente un personaggio ricco, e se avessi dovuto seguire una logica, diciamo, di “realismo statistico”, uno straricco italiano è quasi sempre un ereditiero. Poi ho capito che le criptovalute erano interessanti perché molti dei primissimi cryptomilionari hanno ottenuto la loro ricchezza quasi per caso. Quindi sono usciti fuori personaggi estremamente eccentrici. A me interessa la prima parte, quel periodo di sopravvalutazione incredibile, tra il 2011 e il 2016, in cui bastavano due, tremila euro investiti (e conservati) per ritrovarsi con un miliardo di euro. E mi chiedevo, cosa farei io con un miliardo di euro? Risposta: proverei a cambiare il mondo. Ma saprei come farlo? Ci riuscirei? Basterebbe un miliardo? Probabilmente no, e quando ho capito questo, il personaggio ha iniziato ad assumere i suoi tratti definitivi: un po’ bullo e prevaricatore, e un po’ anche ingenuo e idealista. Osservando i nuovi oligarchi che vengono da Big Tech ho iniziato a far caso a quanto sono infantili: Elon Musk, Zuckerberg, ma anche Bezos, sono tutti molto infantili. Questa è una caratteristica recente. Pensiamo a un magnate di un tempo come Ford… Non che non fosse segretamente fascista e non cercasse di condizionare la politica del suo paese, però si comportava in modo molto serioso e molto adulto. Invece ora questi personaggi sono dei bambini, e sentivo di dover inserire anche questo aspetto nella figura di Manfredi.
 

Un sobrio Elon Musk alla Conservative Political Action Conference del 2025 a Nation Harbor, Maryland, poco prima di agitare sul palco una motosega insieme al presidente argentino Javier Milei. Foto di Gage Skidmore



L’ultimo strato si è sviluppato quando sono riuscito a ottenere gli indirizzi Telegram di due cryptomilionari, uno italiano e uno lituano, che a loro volta mi hanno indirizzato verso altri due cryptomilionari, più un terzo che però dopo poco si è rifiutato di lasciare dichiarazioni, e intervistando queste persone ho notato altre caratteristiche comuni. Su tutte mi ha colpito una certa insicurezza. Per esempio vivevano tutti in paradisi fiscali, terrorizzati dal fisco e addirittura dall’Interpol. Perché se ritiri diecimila euro hai paura del fisco, ma se ritiri duecento milioni di euro… A parte che non li ritiri proprio, perché tutta la ghenga crypto ti verrebbe a dire “oh, ci credi ancora o no?”. In fondo, tutto il mondo crypto sta in piedi sul presupposto che i soldi continuino a girare in quella forma, che si acquistino beni, che si facciano investimenti, che non se ne esca insomma – altrimenti, visto che si tratta di un sistema basato su una rarità artificiale, sorgerebbe un problema di liquidità. Avresti un effetto domino che porterebbe a una crisi, del tutto simile a quella avvenuta nel 2008 con le banche “normali”. Se tutti improvvisamente volessero ritirare i loro soldi il mondo crypto crollerebbe, quindi c’è una forte peer pressure a restare da parte dei propri pari. C’è anche tanta preoccupazione rispetto al fatto che il mondo della vera grande finanza continui a investire in quel settore. È curioso, perché siamo cresciuti nel precariato, e quindi con un certo grado di preoccupazione economica per il futuro; siamo una generazione che non potrà mai comprare una casa con i propri soldi, ormai il potere d’acquisto è insufficiente mentre un tempo si poteva fare; siamo cresciuti nell’insicurezza finanziaria costante, e quindi immaginiamo i miliardari come persone molto tranquille – e invece no, sono insicuri pure loro. Da tutte queste suggestioni mischiate è nato Manfredi Contini della Torre – e a proposito di insicurezze, nel romanzo si scoprirà che il suo nome pomposo e nobiliare è pure un falso, che ne copre uno molto più ordinario.

Il detective sonnambulo è il più europeo tra i tuoi romanzi. Non ci sono molti romanzi italiani dal respiro europeo, né oggi né tantomeno nel Novecento. Questo è il tuo undicesimo romanzo, e secondo me è significativo che, con tutte le occasioni che hai avuto per farlo, solo adesso tu abbia deciso di dare il cognome “Suckert” a Martino, omaggiando il vero nome di Malaparte, autore di Kaputt, che forse è il romanzo più europeo del Novecento italiano.
Sai che non ci avevo pensato? Sì, questi sono gli scherzi dell’inconscio. Il ragionamento conscio dietro al cognome di Martino è più semplice. Avevo deciso che non avrei detto da dove vengono i vari personaggi: non volevo indulgere troppo nel loro retroterra perché mi sembrava che questo romanzo, pur essendo un “romanzo di personaggi”, dovesse far mantenere a ciascuno dei quattro protagonisti un forte carico simbolico. E quindi puoi intuire che Martino è toscano da come parla, però non sei particolarmente sicuro della sua origine. Eppure c’è un indizio: la sua famiglia aveva una piccola azienda tessile che poi è fallita, e questo fa pensare a una certa città toscana.

Così, anche mettere lo stesso cognome di Malaparte era un po’ un indizio per indicare – a chi avesse voglia di indagare – una pista sulle origini di Martino, ma mi sa che hai ragione, che in realtà queste cose, che emergono sempre dall’inconscio, non funzionano mai come pensavi tu; ci sono ragioni più profonde che ti portano a scegliere un certo nome o un certo cognome – si pensi anche alle suggestioni dylaniane dietro a quello di Johanna, a cui non avevo minimamente pensato… E tuttavia Bob Dylan è menzionato nel romanzo, come in un colpo di coda dell’inconscio.
E sì, sì, Kaputt è l’unico vero grande romanzo europeo nella letteratura italiana, e non è un caso, deriva dal fatto che Malaparte leggeva in lingua originale in tutte le principali lingue europee, era più aggiornato, aveva letto subito libri che all’epoca avevano dei tempi di traduzione molto lunghi o non erano proprio stati tradotti. Pensa per esempio in Lessico famigliare quanto sono contenti dell’arrivo della traduzione del primo volume della Recherche: è un libro di vent’anni prima! Per quanto riguarda invece la natura “europea” de Il detective sonnambulo, penso che derivi dal mio vissuto prima ancora che da un’intenzione programmatica, che pure c’è. Nelle mie scelte, ho dei tempi di elaborazione rispetto al vissuto di dieci, quindici anni: nessuno dei miei libri è autobiografico, ma in fondo tutti i romanzi sono una forma di proiezione del sé. Si parte sempre da semi di vissuto che poi pian piano germogliano, anche in qualcosa di molto diverso.
 


Vanni Santoni

 

Negli ultimi anni ho vissuto più all’estero che in Italia e questa è un’esperienza comune a molte persone che mi sono vicine. È puro realismo se vogliamo. L’Italia ha perso qualcosa come mezzo milione di giovani in dodici anni, fra laureati e non. Si parlava di fuga di cervelli, in realtà è una fuga generale dei lavoratori in senso ampio. L’Italia ha un vero e proprio problema di emigrazione. Chi non conosce qualcuno che ha vissuto all’estero o che ci sta tutt’ora? Qualcuno che ha la moglie o il marito o la fidanzata di un altro paese europeo? Qualcuno che ha studiato in un altro paese o sta preparando la propria fuga? È semplicemente l’acqua in cui nuotiamo.
Penso sia venuto fuori ora in modo così forte perché ho dei tempi di elaborazione lenti, ma a pensarci bene anche I fratelli Michelangelo, del 2019, è un romanzo con protagonisti “emigré”: Enrico Michelangelo vive in Italia ma a inizio romanzo ha tentato un periodo a Tel Aviv; Louis Michelangelo è finito a far traffici tra l’India e Bali; Cristiana Michelangelo persegue (invano) i suoi obiettivi artistici tra Berlino, Londra e Parigi; Rudra Michelangelo è sposato con un ragazzo di Stoccolma e vive lì. Solo Aurelia, la più vecchia dei cinque fratelli e l’unica che non partecipa alla vicenda in modo diretto, vive in Italia un’esistenza stabile, ma a livello generazionale è quasi più vicina al padre che ai fratellastri.

Tempo fa, a un evento, parlando del valore che un rifiuto può avere per uno scrittore, hai detto che dopo Gli interessi in comune avevi scritto un romanzo ambizioso, ambientato in diversi paesi europei, che se non sbaglio si chiamava proprio Europa. Il romanzo è stato rifiutato e hai capito che non eri pronto per scrivere quel genere di cose. Leggendo Il detective sonnambulo mi è sembrato che avessi chiuso quel cerchio e volevo chiederti: c’è, a pensarci ora, qualche idea, qualche briciola di quel romanzo, che è finita per sbaglio, forse, in questo?
Penso di avere tre caratteristiche molto utili a uno scrittore, o che almeno ti permettono di vivere questo mestiere con serenità: non ho la sindrome del genio incompreso, quindi quando qualcosa di mio è stato rifiutato ho sempre pensato “boh, sarà brutto”; non ho la sindrome della gallina dalle uova d’oro, quindi quando qualcosa di mio è rimasto inedito non me ne sono fatto un cruccio, non ho cercato a tutti i costi di pubblicarlo (poi, certo, un po’ bisogna insistere, però ecco quando all’inizio della mia carriera ho scritto romanzi rimasti inediti – il mio primissimo, Vassilj e la morte, e questo Europa che ricordi – son sempre passato oltre, ho scritto altro, d’altronde uno scrittore si riconosce dal fatto che è sempre in grado di scrivere altro); infine, non sono invidioso – e questa è la cosa più importante, perché in questo come in qualunque campo artistico le persone invidiose si fanno il fegato marcio e possono persino morirne, perché ovviamente ci sarà sempre uno più bravo di te, o uno meno bravo ma che vende di più o è più apprezzato dalla critica, o quello che inaspettatamente ti soffia la finale o il premio sotto il naso, o che è tradotto più di te, eccetera… Insomma, a meno di vincere il Nobel ci sarà sempre qualcosa nella tua ricezione che non ti va bene. E quindi tu devi pensare al tuo, credere solo alla letteratura – che del resto, se la si prende sul serio, si fonda sul dialogo coi morti e coi posteri (quando sarai morto tu) – e non guardare a cosa ottengono o non ottengono gli altri, ma limitarsi a leggerne i libri. Grazie a tutto questo sono sopravvissuto finora.
 

Tu devi pensare al tuo, credere solo alla letteratura e non guardare a cosa ottengono o non ottengono gli altri, ma limitarsi a leggerne i libri


Quando mi venne rifiutato Europa ovviamente provai a proporlo un po’ in giro, ma solo a editori delle dimensioni di Feltrinelli, che era la casa editrice con cui pubblicavo all’epoca. Quando vidi che non destava chissà che entusiasmi lo mollai, senza neanche stare a chiedermi se fosse un problema di contenuto o ci fossero di mezzo dinamiche più squisitamente editoriali, e inizialmente lo usai un po’ come “banca di organi”. Ero ancora all’inizio, a quel punto avevo pubblicato il mio esordio Personaggi precari che è un libro di frammenti, e un romanzo, Gli interessi in comune. Una situazione in cui è ancora molto utile, per uno scrittore, scrivere sulle riviste, stare nel campo letterario ed editoriale… Saresti un ingenuo a considerarti già “established”, così ho iniziato a prendere i pezzi che potevano avere una certa autonomia, li ho trasformati, rivedendoli, in racconti che son finiti qua e là. Insomma, ho un po’ svuotato il romanzo in questo modo, e forse tra i suoi difetti aveva proprio il fatto di avere troppe parti eccessivamente autoconclusive – era troppo svuotabile, perché composto da capitoli che erano quasi racconti a sé, il che nella maggior parte dei casi non è una virtù per un romanzo. Se ne è uscito qualcos’altro? Certo, molte cose di Europa sono finite in Muro di casse, ne I fratelli Michelangelo… c’è qualcosa di Europa che è arrivato fino a qui, fino a Il detective sonnambulo? No.

Quindi il primo romanzo in cui non c’è nulla di Europa è proprio il primo romanzo europeo che hai scritto dopo Europa.
Forse l’esaurimento di Europa e dei suoi temi ha permesso di affrontare il romanzo europeo con un altro piglio, sì. Anche lì c’erano Parigi e Berlino, ma sia Parigi che Berlino sono molto diverse da come se ne poteva scrivere tra il 2007 e il 2009. Sono cambiate parecchio tutte e due. Parigi si è “londrificata” e se di Berlino non si può dire che si sia londrificata – è ancora profondamente diversa e porta diversissimi segni della storia, ed è molto meno prona di Parigi alla londrificazione non essendo un centro finanziario, poiché in Germania quei centri sono altrove – però sta senza dubbio subendo un processo di normalizzazione. Alla fine, secondo me, Europa non ha proprio lasciato segni ne Il detective sonnambulo, anche se magari ha creato lo spazio in cui avrebbe potuto nascere. Forse l’unica cosa che davvero potrebbe tenerli insieme è l’ombra lunga di Malaparte.

Curzio Malaparte con il cane Febo durante il confino fascista a Lipari nel marzo 1934



Fra pochi minuti io e Vanni ci saluteremo a metà strada fra due padiglioni – lui andrà a presentare Gospodinov; io a fare il figurante nel pubblico di un evento semivuoto organizzato da un’amica. Mentre ci avviciniamo alla fine dell’intervista, penso a una caratteristica che ho ritrovato in tutti i romanzi “puri” più recenti di Santoni (come li definirebbe lui, per differenziarli da quelli ibridati con la saggistica), che forse in Il detective sonnambulo è ancora più evidente. In alcuni momenti del romanzo si ha la sensazione che la narrazione stia prendendo le distanze da sé stessa, come a sottolineare la volontà di non prendersi troppo sul serio. È un effetto che in parte arriva dall’ironia di alcune scene sopra le righe, e in parte da un citazionismo molto esplicito. Per esempio, a pagina 194 Manfredi fa uno sguardo alla Kubrick («Sorrise come quasi a irridermi, o a irridere sé stesso, un sorriso beffardo che si spense in una smorfia amara, mentre mi guardava da sotto in su, presente il “Kubrick gaze”? Quello che fanno i personaggi quando sono al massimo dello squilibrio? Alex all’inizio di Arancia Meccanica, Jack Torrance, Palla di Lardo prima di sparare…»): ci si aspetterebbe che un narratore che voglia riprodurre l’effetto di quello sguardo provi a descriverlo, invece Santoni consegna direttamente il riferimento. Forse ha senso che la voce di Martino, che ha aspirazioni da sceneggiatore, funzioni così quando cita Kubrick, ma poi fa lo stesso con diversi manga, o con gli horror giapponesi, e il citazionismo esce dalla voce di Martino in diversi casi, come quando scopriamo che il nome d’arte di uno dei personaggi è Joelle Van Dyne (lo stesso di uno dei personaggi più importanti di Infinite Jest). Da alfiere della narrativa tenderei a non vedere di buon occhio questo modo di ricordare al lettore che esiste un mondo fuori dalla storia, ma è anche bello vedere che qualcuno in Italia scelga di raccogliere la lezione postmoderna. In definitiva, qualsiasi cosa possa dire su questo aspetto dei romanzi di Santoni suonerebbe inconcludente, perché è un aspetto che sento di non aver capito del tutto. Per questo motivo, l’ultima è forse la domanda più sincera che faccio all’autore in tutta l’intervista.

Il citazionismo del romanzo, a volte, sembra un modo per la narrazione per prendere le distanze da sé stessa. Anche nello sviluppo della trama, il fatto che la storia da metà in poi inizi a sfilacciarsi, o l’aspetto se vogliamo grottesco delle scene finali e di come ci vengono raccontate, mi sembra andare nella stessa direzione. Poi ci sono scene in cui l’ironia non tira fuori dalla narrazione, per esempio ho molto apprezzato la scena in cui conosciamo il gangster Didier, che sembra tratta da un film dei fratelli Cohen, ma l’impressione generale è quella. Come a dire: “sì, saprei costruire una trama di un certo tipo, ma preferisco la farsa postmoderna”. È davvero così?
È verissimo. Anzi, secondo me, per quanto sia per lo più realistico, non credo che Il detective sonnambulo possa stare sotto l’etichetta di romanzo realistico, e non solo perché ci sono dei passaggi un po’ onirici, ma proprio perché volutamente, quando entra nella sua seconda metà, scivola o si scolla in una direzione un po’ più “di grana grossa”, e questo va oltre il suo essere anche una commedia – cosa che è, però si potrebbe anche fare una commedia perfettamente realistica. Invece a un certo punto ci si allontana un po’ dalla realtà. Una voluta esagerazione, sì, e mi sembra il paragone con i fratelli Cohen sia perfetto, perché nei loro film trovi proprio questo.
In fondo è un mondo reale. Non c’è un elemento sovrannaturale, eppure c’è qualcosa che non torna. Questo vale anche per un certo Lynch, anche se poi Lynch “sfora” nel soprannaturale. Questa scollatura secondo me funziona meglio anche quando si hanno intenti realistici, finisce per picchiare più duro. Arriva forse anche a una verità ulteriore.
 

Come si fa a far rientrare un più forte senso di verità? Secondo me, proprio ammettendo la finzione


Tanto, un romanzo è comunque fiction. È il problema primario che si poneva Proust. Qual è il problema alla chiave della Recherche? Il fatto che ci sono i fatti come li ho vissuti, poi c’è il mio ricordo, poi provo a scriverlo e per quanto io possa provare a farlo in modo aderente il testo diventerà ancora un’altra cosa… Anche Knausgård si è confrontato con lo stesso problema, no?
Alla fine, nel momento in cui scrivi, come diceva Nabokov, fiction is fiction: l’hai scritto e già è diventato un’altra cosa, un oggetto di finzione. Allora come si fa a far rientrare un più forte senso di verità? Secondo me, proprio ammettendo la finzione, proprio attraverso queste scollature. Che poi ti permettono di scrivere un sacco di scene divertenti, e questo forse è quello che conta di più.


 

In copertina il deserto di Atacama in Cile. Foto di Wescottm


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