Città-zombie e fine del mondo

Come sopravvivere alla crisi climatica immaginando invasioni zombie

Thomas Ligotti in Teatro Grottesco, la sua più nota raccolta di horror denso di pessimismo, scrive che «ovunque ci fosse qualcosa, c’erano caos e pazzia a un livello tale da non potervi mai davvero scendere a patti, ed era soltanto questione di tempo prima che il tuo mondo, comunque lo considerassi, fosse compromesso, se non totalmente infestato, da un altro mondo». Ora, nella crisi globale in cui ci troviamo sprofondati, sembra necessario dover fare i conti con le nostre colpe e assumere consapevolezza di fronte a un mondo che ha bisogno di essere rispettato, senza fingere sollievo architettando inutili compromessi. La crisi climatica, gli incendi, la sovrappopolazione e infine la pandemia di COVID-19 hanno dimostrato una volta per tutte come siano venuti meno gli argini, come il nostro mondo, visto e creato da sempre a misura d’uomo sia ormai facile preda di ogni problema che abbiamo lasciato scorrere per molto tempo sul fondale, fingendo che la crisi non esistesse, che fosse semplice narrazione, credendo che ignorando i cambiamenti in atto questi scomparissero, o che il tempo li avrebbe al massimo mutati in belle rovine da osservare senza influire sulla nostra esistenza sul pianeta.

Basta fare un giro sull’account Instagram iconografiexxi: ammirare il cielo arancione a causa degli incendi che brilla sopra uno stadio vuoto a Okland, o due abitanti del Missouri fuori dalla loro bella casa armati conto i manifestanti BLM; rendersi conto che la realtà è davvero una narrazione, che è costruita con noi come i protagonisti di una storia in cui ne usciamo quasi sempre vittoriosi e di nuovo al centro. O almeno ci proviamo. Un altro modo per aprirci gli occhi è andare a visitare la pagina Zombie Safe House Competition. Il sito raccoglie le proposte per il contest ideato dall’associazione professionale Architects Southwest, che nel 2011 ha invitato i progettisti a trovare una soluzione abitativa efficace in caso di apocalisse zombie. Lo scenario appare impossibile, una proposta eccessiva ed eccentrica. Eppure, si tratta di un’altra narrazione, e in questo caso gli zombie diventano i protagonisti e la scusa, o forse lo strumento, attraverso cui immaginare e narrare di nuovo quella realtà che fino a questo momento ci ha visto, immaginato appunto, come creature invincibili al centro della scena.

È questo lo scopo di ZombieCity, la raccolta di saggi a cura di Alessandro Melis pubblicata da D Editore. ZombieCity nasce da una serie di incontri durante una sperimentazione didattica presso l’Università di Auckland. Già pubblicato con il titolo più che efficace di Lezioni dalla fine del mondo, esce ora in versione ampliata, proprio in un momento in cui pare che ci sia bisogno di arrivare a scenari impossibili e paradossali per rivedere la società in cui viviamo. ZombieCity contiene adesso otto saggi e nove progetti che utilizzano l’armata di non-morti come elemento chiave per ideare nuove strategie di sopravvivenza in una società che deve e può diventare abitabile per chiunque, anche sotto attacco. Il mondo contaminato, caotico, in cui esistono connessioni e non solo dicotomie, è un terreno fertile su cui poter costruire. Selenia Marinelli sottolinea infatti, con l’aiuto delle teorie del filosofo ecologista Timothy Morton, gli inutili paradossi in cui sguazziamo per giustificare i concetti di sostenibilità, di come persino il verde sia «il più antropocentrico di tutti i colori»:


All’immagine di un Eden rigogliosamente verde, si contrappone quindi quella di un mondo fatto anche di contaminazioni, di impurità, di mostruosità, di agenti che sfuggono all’occhio e al controllo umano ma con i quali coesistiamo.

 

A noi, specie umana, sembra ormai mancare una più profonda comprensione delle cose. La visione antropocentrica, come scrive anche Morton appiattisce la visione. Il cambiamento climatico, la pandemia, sono ormai sopra di noi, con noi, terribilmente estesi e insidiati. Eppure sembra che continuiamo a costruire il nostro stesso assedio, impedendo l’emergere di nuove ideologie o risorse da sfruttare. Nel capitolo di Emmanuele Jonathan Pilia, si osservano gli errori del passato, quando abbiamo creduto di poter migliorare il contesto in cui viviamo ideando invece città-carcere:
 

Eppure, la cronaca dimostra che la segregazione, la gentrificazione e la pacificazione non sono stati strumenti utili all’eliminazione di tumulti e disordini. Anzi, la guerriglia si è sempre più spostata dagli sfondi edificati dei campi di battaglia alle città occidentali, dove sembra quasi che la metafora dello zombie vada a perdere il suo aspetto narrativo, per diventare pura cronaca.

 

Così l’anomalia diventa un assunto logico, normale, lo standard. Utilizzare gli zombie e il concetto di Zona, un territorio contaminato che sembra poter essere arginato ma in realtà è già ovunque, è quello che fa anche la speculative fiction. La Zona, descritta con meticolosità scientifica e sottoposta a regole e cambiamenti ben precisi, come la più nota creata dai fratelli Strugackij e ripresa da Tarkovskij in Stalker, destabilizza ogni ecosistema già conosciuto e per l’uomo mettere il piede in fallo è davvero semplice. La speculative ficton è l’arma affilata che dimostra alla nostra specie come metterla alle strette è molto semplice: basta un luogo contaminato, un passaggio inaspettato nascosto in un muro, una breve ma efficace incursione aliena che va a intaccare le nostre abitudini millenarie.

Penso ad altre opere degli ultimi anni di speculative che sfrattano l’uomo dai suoi spazi sicuri per ricollocarlo in territori che deve sapere volgere a proprio favore: la Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer, Amatka di Karen Tidbeck, che mostrano l’equilibrio precario di credere solo ai significati stabiliti dalla mente umana, il racconto Immersione di Aliette Bodard che in un futuro imprecisato, in cui le interazioni umane vengono filtrate attraverso un dispositivo chiamato immersore, immagina scontrarsi due stili di vita, uno che cerca di liberarsi del dispositivo per poter tornare alle radici e alla tradizione e uno che invece basa tutto sull’omogeneità e sulle possibilità di apparire e muoversi in società che il dispositivo stesso offre: «Per queste ragazze le cose sono molto più complesse e non capiranno mai come funziona un immersore, perché non sanno pensare come un Galattico, non penseranno mai in quel modo».

Tornare alle radici, distruggere per ricostruire sono elementi che si ritrovano anche in opere italiane che si sono avvicinate all’argomento: Materia di Jacopo La Forgia (Effequ, 2019), in cui in un mondo al collasso si crea un compromesso tra uomini e natura attraverso le parole di una creatura che sta per scomparire e Configurazione Tundra di Elena Giorgiana Mirabelli (Tunuè, 2020), che immagina proprio un sistema di città a misura d’uomo che però falliscono nelle loro buone intenzioni, andando solo a innescare il disagio personale di chi sa riconoscere come davvero andrebbe vissuta la propria vita.

Ogni incursione e cambiamento destabilizza anche le più antiche città o metropoli: nel capitolo intitolato Rifugi dalla fine del mondo di ZombieCity, Dana Hamdan mostra con un chiaro esempio, il sempre maggior numero di rifugiati nella città di Ammam in Giordania, come l’agente zombie sia proprio questo: un cambiamento è efficace perché inaspettato e repentino. Una presa di coscienza che permetterà di cambiare le cose, una volta per tutte, come sta accadendo nel 2020. Già le nostre case e il modo in cui le abitiamo sono mutati durante il lockdown, forse è giunto il momento che a cambiare sia anche tutto il resto.

ZombieCity è davvero una guida: come altre opere di D Editore, ad esempio Anarcoccultismo di Erica Lagalisse (2020), lancia l’amo a chi ancora sa poco della questione, ma in questo caso in modo nettamente più efficace riesce davvero a puntare il dito su tutti gli aspetti giusti e sbagliati dell’influenza umana sul pianeta, sui nostri sistemi fallaci e sul nostro volgere altrove lo sguardo, fingendo che il tempo sarà la soluzione, condannando così ogni creatura del futuro a un pianeta sempre più danneggiato. Basta utilizzare una creatura soprannaturale per invitarci quindi a «tornare a credere nelle ideologie. Anche le più radicali».


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