Venezia intima

A proposito di Molecole, il documentario di Andrea Segre sulla Venezia del lockdown

Erano passati sette mesi dall’ultima volta in cui avevo messo piede in una sala. Era una domenica di febbraio e, in compagnia di due amiche, avevo partecipato ad una rassegna organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura al Cinema Louxor di Parigi, che proiettava Prova d’orchestra di Fellini in occasione del centenario della sua nascita. Dopo un’attesa che pareva interminabile, ritornare al cinema – per di più nel mio cinema di fiducia, in Italia – è stata quasi un’epifania: nonostante le varie perplessità logistiche del momento, il desiderio di rivedere ambienti e volti familiari e di riappropriarsi così di un’idea di normalità era inevitabile e necessario. Così come era inevitabile e necessario per Andrea Segre portare sul grande schermo il racconto di un fenomeno unico e irripetibile, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo: la Venezia dell’isolamento – per me ex studentessa veneziana un dolcissimo amarcord (a proposito di Fellini). Al cinema ci sono ritornata infatti per Molecole, il documentario che ha inaugurato, a giusto titolo, la 77esima edizione della Biennale Cinema nella serata omaggio di martedì 1 settembre al Lido di Venezia e ora nelle sale italiane, distribuito da ZaLab Film. A giusto titolo perché per la pre-apertura di questa contestata ma al tempo stesso agognata edizione della Mostra era difficile immaginare un film altrettanto adeguato, inedito omaggio alla fragilità e alla bellezza di Venezia e della sua laguna nella cornice dei nostri giorni. Citando lo stesso Segre: «Per fare un film bisogna pensarlo, scriverlo, organizzarlo, girarlo. Per Molecole non c’è stato nulla di tutto ciò. Non mi sono nemmeno accorto di girarlo. L’ho vissuto ed è uscito da solo, in un tempo e una dimensione che non potevo prevedere. Molecole è sgorgato. Come l’acqua. Poterlo presentare come film di pre-apertura della Mostra è per me un grande onore, il modo migliore per ringraziare la città che lo ha fatto nascere».

Come spiega all’inizio del film in un monologo fuoricampo da lui stesso sceneggiato, il regista de Il pianeta in mare (2019) e L’ordine delle cose (2017) si trovava a Venezia per lavorare su due progetti, uno spettacolo per il Teatro Stabile del Veneto e un lungometraggio di finzione: il primo concepito in seguito all’acqua granda dello scorso 12 novembre, quella serie di maree eccezionali che, seconda solo all’acqua granda del 4 novembre 1966, ha colpito e sommerso la città a più di cinquant’anni di distanza; il secondo incentrato sul turismo, croce e delizia del capoluogo veneto. Rimasto bloccato nella casa di famiglia alla Giudecca tra febbraio e aprile per il propagarsi del virus e delle relative misure di isolamento nazionale, Segre decide, per lo più spontaneamente, di riadattare il soggetto dei suoi lavori riorientando l’indagine su Venezia verso una riscoperta della città, non solo perché restituita alla sua natura in seguito allo svuotamento dei turisti, ma anche perché intrinsecamente legata alla sua memoria personale e familiare.
Inciampare sulle ridondanze dell’informazione e sulle banalità della retorica può essere prevedibile al giorno d’oggi, soprattutto se alla pandemia si associano le drammaticità di una realtà ormai nota come Venezia, sulla quale si sono spesi e si continuano a spendere fiumi di parole e di inchiostro – i problemi legati al deterioramento di una città costruita a pelo d’acqua, bersaglio privilegiato del più becero turismo di massa, sono di dominio pubblico, tanto che su di essi vengono proiettati da decenni gli scenari più apocalittici.
 

Segre immortala la città lagunare in tutta la sua precaria magnificenza, avvolta da un manto di solitudine che la trasforma nel teatro di una condizione esistenziale


Eppure, nel suo Molecole, Segre riesce a parlare delle criticità che affliggono Venezia con garbo, attento a non lasciarsi trasportare da toni catastrofistici o sensazionalistici, e a celebrare piuttosto il ricco patrimonio storico e culturale della città e della sua laguna. Alternando immagini d’archivio riprese con la Super8 del padre a istantanee di una Venezia surreale, deserta durante il lockdown, Segre immortala la città lagunare in tutta la sua precaria magnificenza, avvolta da un manto di solitudine che la trasforma nel teatro di una condizione esistenziale. Nella loro apparente e lineare semplicità, le immagini che il regista propone sembrano richiamare le fotografie di Fulvio Roiter, in particolare Venise à fleur d’eau (1954) e Essere Venezia (1977), ritraendo una Venezia altra, malinconica, ben lontana dalle orde di turisti e, in generale, dall’immaginario collettivo. Sospesa nel suo silenzio, interrotto soltanto dal voice-over di Segre e dalle interviste a qualche locale, Venezia si trasforma in un set esclusivo: alla costante ricerca di un equilibrio, all’apparenza impossibile, essa viene così rappresentata sullo schermo in tutto il suo splendore e in tutta la sua instabilità. Rinunciando ad ogni codice meramente giornalistico, Segre si fa accompagnare nei suoi camera-barca da Elena Almansi e Giulia Tagliapietra, esperte vogatrici e residenti veneziane: grazie a loro, riscopre la città nelle sue fondamenta, cullate e al contempo logorate dall’acqua.

«Venezia, metà donna, metà pesce, è una sirena che si disfà di una palude dell’Adriatico. […] Non vi è cosa che non si inclini, che non ceda, che non si comprima e che non scavi la propria fossa», così l’aveva descritta Cocteau nel suo reportage Mon Premier voyage, del 1937. Il dramma della città, il cui declino appare ineluttabile a causa della sua stessa fisiologia, diventa metafora della nostra epoca e porta Segre a riflettere muovendo la sua analisi dal particolare all’universale. Abbandonata alla “dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi”, per dirla alla Guccini, la Venezia di Molecole è silenziosa, irreale, e l’atmosfera che la contraddistingue è resa ancora più suggestiva dalla colonna sonora di Teho Teardo, le cui melodie esitanti e stranianti, a tratti addirittura ossessive, evocano il canto delle sirene e si accostano al grido dei gabbiani in volo. La musica ha un ruolo da co-protagonista, affianca i silenzi della città in bilico tra incubo e incanto e animando il suo stesso spettro. Racconta Teardo in un’intervista al Messaggero Veneto del 7 agosto: «Ci è esploso in mano durante la pandemia questo film i cui silenzi sono in stretta relazione con la musica. […] In questo film la musica scandisce i passaggi tra mondo interiore, memoria e sguardo odierno del protagonista che nella Venezia sola della pandemia ritrova le voci del proprio universo famigliare». Rispecchiata nell’acqua, Venezia àncora la sua salvezza ad un’aporia in cui forza e debolezza non sono più opposti, bensì costituiscono paradossalmente le uniche condizioni di vita per la città.

È sempre nel suo elemento, l’acqua, che Segre vede riflessa la storia della sua famiglia e nello specifico la storia di suo padre Ulderico. Intrecciando l’isolamento della città con i suoi pensieri più intimi, il regista richiama alla memoria in un monologo inconfessato il rapporto con il padre, scienziato chimico-fisico originario di Venezia, a cui dedica la riscoperta di un luogo sempre e soltanto sfiorato nonché il titolo del documentario stesso: Molecole (Ulderico era infatti uno studioso appassionato del moto delle molecole e in particolare dei radicali liberi). Lungo questo asse, Segre sviluppa il carattere autobiografico del suo film, spinto tanto dall’impellenza di raccontare il silenzio surreale della Venezia chiusa per il coronavirus quanto dal bisogno personale di riconciliarsi con il ricordo della figura inafferrabile del padre scomparso. Ed è proprio sul silenzio e sulla scomparsa che Segre pone l’accento, scavando dentro ad ogni non-detto, ad ogni vuoto, ad ogni solitudine e coinvolgendo lo spettatore in questo struggimento nostalgico che lo pervade mentre ripercorre le righe della lettera scritta al padre prima della sua morte.
 

È sul silenzio e sulla scomparsa che Segre pone l’accento, scavando dentro ad ogni non-detto, ad ogni vuoto, ad ogni solitudine


Il regista ci rende così partecipi dei suoi pensieri privati, razionali e commossi, delle sue domande destinate a rimanere senza risposta, in cui si chiede di cosa parli il silenzio e di come sia possibile scovare le presenze invisibili celate nella nebbia, mentre la mano trema e le riprese cominciano a vacillare nel buio. Il parallelismo tra il destino di Venezia, nutrita e corrosa dalle sue acque, e quello del padre, costretto a convivere fin dalla nascita con un soffio al cuore, è il filo rosso di cui Segre si serve per tessere la trama di Molecole: come osserva il regista, sono destini accomunati dalla stessa materia invisibile, dalle stesse molecole che determinano l’inevitabile e l’assurdo della vita. Regolatrici dell’universo, le molecole di cui parla Segre ci riportano all’attualità, richiamando immancabilmente le molecole del virus (quasi mai menzionato nel corso dei 71 minuti del film). Ecco che il documentario su Venezia conduce in questo modo lo spettatore all’introspezione, disarmandolo di fronte alla sua stessa fragilità, raffigurata da una città certo splendida, ma sofferente e abbandonata a se stessa. Subito ci accorgiamo che la condizione di Venezia trascende la storia personale di Segre, la storia delle sue radici: essa abbraccia anche i nostri giorni, le nostre esistenze, diventando il simbolo perfetto della caducità e dell’inevitabile camusiano. Il senso di vuoto che ne deriva è portato quasi all’estremo dalle note di Lascia ch’io pianga, cantata in una Piazza San Marco più desolata che mai.

Con Molecole, Segre ci restituisce insomma una testimonianza lucida e raccolta su Venezia e sulla laguna che la circonda, la cui sconfinata poesia è ancora capace di lanciare un messaggio di speranza. Interrogandosi sul senso di appartenenza che lo unisce alla città – come abbiamo visto, sede non solo dei suoi ricordi familiari ma anche dei suoi legami professionali – il regista fa emergere la dimensione sociale del suo cinema, risollevando l’interesse morale e civile nei confronti di una realtà tanto affascinante quanto complessa, il cui futuro può, e deve, essere ripensato.


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