Brexit: Europa e Regno Unito, storia di un amore travagliato

Che cosa ha portato al referendum che deciderà le sorti di UK e Europa?

Tra dieci giorni i cittadini britannici saranno chiamati ad esprimersi sulla Brexit: rimanere nell’Unione Europea o abbandonarla. Il voto è un momento fondamentale per l’UE, e probabilmente anche un precedente per il futuro. Per questa ragione, abbiamo pensato ad una maratona di articoli con cui da oggi al 23 giugno, giorno del referendum, cercheremo di illustrare il significato del voto e i suoi possibili effetti per l’Unione Europea. With eyes and years on the ground con il nostro inviato Leonardo Zanobetti, passando in rassegna facts and figures, proporremo delle analisi con contenuti interattivi, da videointerviste a ricerche accademiche, per darvi un quadro puntuale e dettagliato della Brexit e capire quale impatto avrà per l’Unione Europea, oggi fragile più che mai.

Che il rapporto del Regno Unito con il resto dell’Europa non sia mai stato semplice è abbastanza chiaro. «Great Britain is of but not in Europe», soleva ripetere Winston Churchill. Ma nel dopoguerra, nell’Europa continentale prese forma il progetto di un’unione economica ancorché politica di ampio respiro. Il Regno Unito dapprima stette a guardare, con fiero distacco. Fino a quando, con la firma del Trattato di Roma nel 1957, si accorse che Germania, Francia, Italia e i Paesi del Benelux facevano sul serio e che la Comunità Economica Europea avrebbe garantito un efficace ricovero dalle ferite di guerra. Parteciparvi, tuttavia, avrebbe comportato una discreta perdita di sovranità.
Il Regno Unito esitò a lungo. Guidato dal conservatore Harold Macmillian, prima tentò invano di creare una vasta area di libero scambio che potesse fare concorrenza alla CEE poi ripiegò su un progetto meno coraggioso, l’EFTA, European Free Trade Association. Insieme a Danimarca, Austria, Svizzera, Svezia, Norvegia e Portogallo dette forma e sostanza ad un’area di libero scambio priva di ambiziosi ideali di unità politica e con un modesto orizzonte economico. L’EFTA non si rivelò un successo. Di certo, non accrebbe il potere contrattuale del Regno Unito nei confronti della CEE. Preso atto del fallimento, il governo di Harold Macmillian abbandonò l’EFTA nel 1970 e riprese i sofferti negoziati con i sei Paesi. Nel giro di un anno, grazie anche alla scomparsa di Charles de Gaulle e con lui un po’ di protervia francese, gli accordi furono firmati, e dopo le ratifiche necessarie gli inglesi entrarono a far parte del mercato comune.

Appena due anni dopo il loro ingresso nella Comunità Europea, gli inglesi ne avevano già abbastanza. Nel 1975, intimoriti dalla feroce vorticosità del libero scambio e dalla volubilità del capitale senza frontiere, i Labour pensarono che fosse già giunto il momento di mettere in discussione la partecipazione del Regno Unito all’ideale prevalentemente economico di Europa comune. Nel loro corposo programma elettorale sperticatamente in difesa della working class, oltre all’immigrazione, all’inflazione e alla giustizia sociale, si esprimeva anche una loro «genuina preoccupazione per la tutela dei diritti democratici», perché il governo conservatore aveva firmato dopo tanti tentennamenti l’adesione alla CEE. Così promisero che entro dodici mesi dalla vittoria elettorale avrebbero lasciato ai cittadini il diritto di pronunciarsi alle urne. La domanda stampata sulle schede elettorali recitava: «Ritiene che il Regno Unito debba continuare a essere parte della Comunità Europea (il Mercato Comune)?».

Lo scetticismo verso l’unità europea non era però certo sopito dopo il referendum del 1975. Semplicemente, si trasferì dai laburisti ai conservatori. «I want my money back», sentenziò Margaret Thatcher una volta divenuta primo ministro nel 1979. I conservatori volevano restituire lustro e vigore all’Inghilterra fiaccata dai razionamenti di energia, dagli scioperi e dall’inflazione e le istituzioni europee rappresentavano un ostacolo non marginale. Ben presto le questioni di bilancio furono al centro delle frizioni del governo di Londra con il resto del blocco europeo. In effetti, gli inglesi contribuivano spropositatamente al budget comune: oltre il 70 percento delle risorse europee erano destinate ad un insano sostegno all’agricoltura, mentre in Gran Bretagna l’attività agricola rappresentava appena il 2 percento del PIL, e una percentuale analoga della forza lavoro. Così la CEE si vide costretta a negoziare il cosiddetto rebate, che alleggeriva l’onere finanziario del Regno Unito. La Thatcher non mutò mai il proprio scetticismo verso i tentativi di maggior integrazione della Comunità Europea, anche monetaria, e anche questo contribuì alle sue dimissioni nel 1990.

Negli anni l’atteggiamento dei britannici nei confronti del resto d’Europa non è cambiato. La storia oggi non è poi così diversa dal referendum del 1975. Facendo leva sulle stesse preoccupazioni, il leader dei conservatori David Cameron legò la propria rielezione nel 2015 al referendum sull’uscita dall’Unione Europea. Persino la domanda posta ai votanti sarebbe stata praticamente identica, se non fosse stato per l’intervento della Commissione elettorale. Ma nel 1975 coloro che scelsero di rimanere nel Mercato Comune erano il 67 percento. Forse a distanza di più di quarant’anni non è più così.


Parte della serie Speciale Brexit

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