Vae victis?

La rappresentazione dei vinti nell’arte, fra eroismo e autocelebrazione

L’antichità classica amava l’impresa bellica, e soprattutto gli atti di eroismo, che servivano da exempla: quando lo storico latino Tito Livio narra le gesta dell’impavido Orazio Coclite, eroe della romanità più arcaica, lo fa esaltandone i tratti più gloriosi – l’eroe che ordina agli altri soldati di abbandonare il ponte su cui stavano arginando la torma di etruschi e rimane da solo a battersi, che si getta a nuoto nel fiume e riesce a raggiungere la riva – al fine di infiammare l’animo del lettore e creare, per citare Orazio, un monumentum aere perennius, “una testimonianza più duratura del bronzo”; e si può risalire fino al vate della cultura occidentale, quell’Omero di dubbia esistenza che nella sua Iliade enumera le prodezze di Diomede sul campo di battaglia e l’eroismo di Menelao che difende a spada tratta il cadavere di Patroclo. È la celebrazione della virtus bellica, nella quale re e imperatori trovano motivo di orgoglio nazionale e presupposti per la loro glorificazione. Ma esistono due modi per autocelebrarsi. Da un lato, come per Orazio Coclite, si possono evidenziare i più grandi degli eroi “nazionali”, che sono un modello, e richiamarsi direttamente alle loro gesta; dall’altro, però, in modo molto più indiretto, si possono eroicizzare gli avversari vinti, assegnando ai nemici sconfitti non solo sfumature di mostri crudeli e senza pietà, ma anche aloni di coraggio e straordinaria forza. “Forte e grandioso il nemico, ancor più forte e grandioso chi l’ha sconfitto”, pensavano i sovrani dell’antichità; e l’arte ci consegna illustri testimonianze.

È il caso di una delle sculture bronzee più famose dell’arte greca, purtroppo giunta a noi solo attraverso pregevoli copie in marmo di età romana, il cosiddetto Donario Galata fatto scolpire dal re ellenistico Attalo I sull’acropoli della città asiatica di Pergamo, sede del suo piccolo ma ricchissimo regno, intorno al 230 a.C. Il sovrano aveva portato a termine una vittoriosa spedizione militare contro i Galati, popolazione celtica da tempo insediatasi nella parte centrale della penisola anatolica, e da buon regnante intriso di cultura greca non riuscì a fare a meno di celebrare le sua soverchiante potenza sulle genti barbare; ed ecco spiegata la genesi del monumento, che appunto fu realizzato sulla terrazza scenografica della maestosa acropoli. Il gruppo scultoreo constava di diverse statue collocate su un piedistallo. Al centro, la composizione più spettacolare, che oggi è conosciuta come Galata suicida con la moglie, ovvero la straziante figura di un galata, riconoscibile dai baffi e dalle ciocche di capelli impastati secondo l’uso celtico, che si immerge, con fare teatrale, la spada nel petto, mentre con l’altro braccio regge il corpo esanime della moglie che si è tolta la vita con lui per non cadere nelle mani dei nemici. Attorno ai due suicidi, si disponevano altri galati, questa volta giacenti e feriti mortalmente. La copia marmorea di uno di questi, esposta nei Musei Capitolini di Roma, ci mostra il prode guerriero nudo intento a curarsi più la lieve ferita sulla coscia che quella ben più grave al costato, le armi abbandonate sparse attorno a lui, la testa china. Si tratta di figure patetiche, nel senso greco del termine, ovvero che suscitano il pathos, la partecipazione emotiva in chi guarda l’opera: lo spettatore ammira il coraggio e il valore di questi vinti, è portato a provare persino compassione per i loro gesti disperati. Ma, sottointesa, è anche la celebrazione di chi ha vinto un popolo barbaro tanto forte e fiero e che di conseguenza si copre di una gloria ancora più grande.

Nella Roma imperiale di Traiano troviamo poi il Cesare che più di tutti ha allargato i confini della romanità, impegnando i propri eserciti in cruente battaglie in Mesopotamia e Dacia, l’attuale Romania. Ed è proprio della campagna contro i Daci che ci parla la celebre Colonna Traiana, innalzata nel Foro dell’Urbe a conflitto concluso. I rilievi che girano intorno alla colonna ci parlano delle imprese romane in Dacia, fornendoci un resoconto quasi giornalistico e di altissimo valore storico delle due campagne militari in territorio dacico: l’esercito che passa il mare Adriatico, la costruzione degli accampamenti, le battaglie contro i famigerati daci guidati dal re Decebalo. L’ignoto artista che realizza le sculture non ci risparmia niente, neppure le deportazioni della popolazione civile del luogo o le torture riservate ai soldati romani caduti nelle mani degli avversari. Perché il nemico barbaro, agli occhi del romano, è crudele e pericoloso ed è necessario sottolineare questi punti per giustificare la guerra; ma, come nel caso del Donario di Pergamo, bisogna anche mostrare il valore di questi barbari assetati di sangue. Per questo motivo, in uno degli ultimi rilievi della Colonna, viene inserita una scena fortemente drammatica: il suicidio del re dei Daci, il già citato Decebalo, attorniato dai cavalieri romani, stretto in una morsa da cui non c’è via di scampo; in mano ha un coltello e sta per tagliarsi la gola. Esattamente come il Galata suicida, il prode guerriero barbaro, dopo aver venduto cara la pelle, si toglie la vita per non finire nelle mani dei romani e con questo gesto dà lustro alla vittoria romana, che si è imposta su guerrieri tanto feroci e indomiti.
All’interno della cultura romana, tuttavia, si può osservare, più marcatamente che in quella greca, un senso di rivalutazione dello sconfitto che va ben oltre la celebrazione del vincitore: le dinamiche sono diverse rispetto all’Ellade, i meccanismi politici sono più complessi, Roma è andata ben oltre i confini che a sua volta aveva raggiunto il mondo greco. Gli sconfitti eccellenti delle guerre civili sono continuamente riproposti e rivalutati; ammettere la mera inferiorità del barbaro non è più sufficiente. Uno scrittore come Tacito, che vuole incarnare l’ideale romano puro, non esita a far trasparire nelle sue opere il punto di vista delle popolazioni sconfitte e di quanti si opponevano all’imperialismo romano, pur non condividendo queste posizioni e pensando che fossero comunque discorsi tenuti a solo fine propagandistico. Celebre, a tal proposito, l’orazione che tiene prima dello scontro finale con i romani il capo caledone Calgaco, nell’Agricola, una laudatio funebris in cui il grande storico romano racconta anche della spedizione militare in quella che oggi è la Scozia: «Rubano, massacrano, rapinano, e con falso nome lo chiamano impero. Dove fanno deserto, lo chiamano pace».

Di tutto ciò si ricorderanno migliaia di anni dopo gli artisti neoclassici e romantici, che dalle epopee antiche attingeranno per buona parte delle loro opere. E i vinti occuperanno un posto di rilievo: la loro passione, che arde anche nella sconfitta inevitabile, li farà tornare alla ribalta. Il corpo di Viriato, il comandante ispanico che guidò il suo popolo contro i romani, compianto da familiari e soldati, che alzano le spade al cielo in segno di onore al morto, è il soggetto di un dipinto di inizio Ottocento del pittore spagnolo Josè de Madrazo y Agudo, La morte di Viriato, re dei Lusitani. Vercingetorige chiama i Galli alla difesa di Alesia è il titolo invece di un dipinto del francese Francois Ehrmann, opera nella quale si vede il famoso condottiero gallico, attorniato dalla sua gente, tentare di richiamare ad un’ultima alleanza le popolazioni celtiche. Si può ben notare come coloro che guidarono il proprio popolo contro Roma siano diventati per le nazioni il simbolo più eminente del loro patriottismo e della loro stessa identità, e questo è uno dei tratti che ha caratterizzato il periodo artistico fra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento: la riscoperta della storia più antica della Francia, della Spagna, della Germania mette le sue radici attorno alle figure carismatiche degli illustri sconfitti, da Vercingetorige a Viriato; la raffigurazione del vinto non ha come scopo la celebrazione implicita del vincitore, ma il rafforzamento dei valori culturali degli eredi dei popoli che un tempo furono sottomessi al trionfatore. I vinti hanno occupato un nuovo posto: non più i rilievi di una colonna che celebra una vittoria o sul piedistallo del re coperto di gloria, ma le menti dell’artista che scava nel passato più remoto per infiammare gli animi dell’oggi.


Commenta