The Irishman di Martin Scorsese

con Robert De Niro, Joe Pesci, Al Pacino, Harvey Keitel, Bobby Cannavale

Robert De Niro, Joe Pesci, Martin Scorsese. Era dal 1995 e dal gigantesco Casinò che il trio simbolo del film di mafia italoamericano non era insieme sul set. Per farli ritrovare ci sono voluti quasi 25 anni e un saggio, che passa di mano in mano da almeno un decennio con il rifiuto di diverse case di produzione prima che Netflix lo prenda in carico, producendolo per 160 milioni di dollari. Il saggio in questione è L’irlandese di Charles Brandt – titolo originale I Heard You Paint Houses, laddove nel gergo criminale “dipingere case” significa semplicemente pitturarle con il sangue delle proprie vittime.
Cinquant’anni nella vita di Frank Sheeran (R. De Niro), l’irlandese, veterano della Seconda guerra mondiale, poi autista e infine braccio violento del boss Russell Bufalino (J. Pesci) a Filadelfia. La sua fedeltà alla mafia lo porta al fianco del sindacalista Jimmy Hoffa (A. Pacino), «l’uomo più famoso d’America dopo il Presidente» e specchio di un paese rivoluzionario e corrotto con cui il film attraversa due decenni di storia americana, dagli anni Cinquanta all’ascesa dei Kennedy, l’invasione della baia dei Porci a Cuba fino all’elezione di Nixon e al 1975, anno in cui ha luogo lo snodo centrale della vicenda, raccontata dalla voce di un anziano Frank Sheeran in una casa di riposo dei primi anni Duemila.

Scritto da Steven Zaillian, già premio Oscar per Schindler’s List e sceneggiatore di Gangs of New York e American Gangster, il 25esimo film di Martin Scorsese brilla per gli incastri temporali che raccontano, in un gioco di scatole cinesi, il rapporto di Frank Sheeran con la malavita nei vent’anni tra l’incontro con Russ Bufalino in una stazione di servizio a metà anni Cinquanta e la scomparsa del sindacalista Jimmy Hoffa a metà dei Settanta. La storia personale di Sheeran e quella collettiva degli Stati Uniti si intrecciano in una scrittura puntuale che si snoda con eleganza sequenza dopo sequenza e si trasforma, per merito dello sguardo di Scorsese, delle luci di Rodrigo Prieto e delle voci e dei corpi dei protagonisti – non solo il trio De Niro-Pesci-Pacino, ma anche i comprimari Bobby Cannavale, Ray Romano, Stephen Graham, Harvey Keitel, Sebastian Maniscalco –, in un mosaico perfetto a cui si vorrebbe assistere per ore. Ad incastonarlo, il ritmo del montaggio della collaboratrice di una vita Thelma Schoonmaker e la colonna sonora muscolosa di Robbie Robertson, chitarrista del leggendario gruppo rock The Band e già compositore per Scorsese in Toro Scatenato, Casinò, Gangs of New York e soprattutto in The Departed – Il bene e il male e The Wolf of Wall Street, che qui riecheggiano nell’incedere degli archi e delle percussioni, sempre in marcia al ritmo incessante della storia.

Frank Sheeran è un outsider, un irlandese nel corpo nella mafia italiana come l’Henry Hill di Ray Liotta in Quei bravi ragazzi, di cui The Irishman sembra lo specchio disincantato. Se Henry era un arrivista spietato, disallineato dai valori della mafia italoamericana che usava soltanto come trampolino sociale, Frank è crudo e violento e allo stesso tempo padre di famiglia e uomo d’onore, che fa del rispetto e dell’omertà mafiosa le sue regole di vita. Ma se al primo sguardo i due personaggi ci sembrano all’antitesi, con il passare dei minuti ci rendiamo conto che non sono poi così diversi: quella di Frank è una posa, una maschera sociale che indossa per apparire come dovrebbe. Il suo rapporto con Russell Bufalino (e con la mafia tutta) ricorda il rapporto della coppia protagonista descritto da Joseph Conrad ne Il ritorno: «Si comprendevano con prudenza, tacitamente, come due cauti cospiratori in un complotto vantaggioso; perché erano entrambi incapaci di osservare un fatto, un sentimento, un principio o un’opinione se non alla luce della propria dignità, della propria glorificazione, del proprio vantaggio. Sfioravano la superficie della vita mano nella mano – in un’atmosfera pura e gelida – come due abili pattinatori che disegnino figure su una spessa lastra di ghiaccio per l’ammirazione degli spettatori, ignorando sdegnosamente il fiume nascosto, sotto il fiume buio e irrequieto; il fiume della vita, profondo e non ghiacciato».
 

L’atmosfera pura e gelida, la pulizia registica dell’ultimo Scorsese rispecchiano il distacco del suo protagonista, che vive senza emozioni


L’atmosfera pura e gelida, la pulizia registica dell’ultimo Scorsese che così bene si adattava ad uno dei film migliori tra le opere recenti come The Departed, qui sembra quasi togliere vitalità e carne ad una storia intrisa di violenza e sangue. La parabola discendente, il benessere e la decadenza, l’ordine che si rompe e la solitudine finale che in Quei bravi ragazzi erano elementi raccontati con un’impronta forte ed espressiva – il pestaggio di Billy Batts nel ristorante deserto, la sequenza dell’omicidio a luci rosse nel bagagliaio dell’auto – in The Irishman sono soltanto elementi neutri, asettici. Eppure questa pulizia, questa freddezza rispecchiano il distacco del suo protagonista, che vive senza emozioni. A differenza dei goodfella della cinematografia di Scorsese, uomini di famiglia, criminali dal sangue caldo e mariti in perenne conflitto, per Frank Sheeran la vita amorosa e familiare sono consuetudine tanto quanto gli omicidi. Al suo fianco non ci sono mogli forti: non c’è la Sharon Stone di Casinò né la Cathy Moriarty di Toro scatenato o ancora la Lorraine Bracco di Quei bravi ragazzi. Frank è da solo con se stesso, sempre, e anche quando vorrebbe redimersi in vecchiaia non è in grado di provare rimorso o pentimento, né di fronte a Dio né di fronte alle figlie che lo rifiutano; capisce che c’è qualcosa di sbagliato in lui ma non lo sente, e persino ad un passo dalla morte resta vittima dell’anaffettività che lo ha tenuto lontano dal fiume della vita. Non può fare altro che lasciare aperta la porta della sua stanza nella casa di riposo, in attesa.

Nonostante lo stile asciutto della narrazione, rotta soltanto dai rallenti estremi di alcuni omicidi, l’agio e il piacere con cui Scorsese ritorna a maneggiare un genere che non toccava da più di vent’anni si percepisce, il film di mafia per il regista newyorchese è come una vecchia automobile che solo lui sa mettere in moto, e noi seduti sul sedile del passeggero ci facciamo guidare lungo le strade di quell’immaginario che Scorsese ha più di tutti ha contribuito a plasmare. C’è la summa di tutto il cinema di mafia e gangster americano, in The Irishman, in una lunga carrellata di suoni e immagini evocative: l’arresto di Jimmy Hoffa speculare a quello di Al Capone ne Gli intoccabili di De Palma, l’omicidio nella casa disabitata come la morte leggendaria di Joe Pesci in Quei bravi ragazzi, le prime note de Il padrino che riecheggiano nell’armonica nostalgica di Jean Wetzel in Touchez pas au grisbi, tema musicale del gangster francese Grisbì (1954) con Jean Gabin che ritorna nel corso del film. E quel trio, Robert De Niro-Joe Pesci-Al Pacino, che da solo dice metà dei più grandi personaggi della storia del genere: Vito e Michael Corleone de Il padrino, Noodles di C’era una volta in America, Al Capone de Gli intoccabili, Jimmy Conway e Tommy De Vito di Quei bravi ragazzi, Sam “Asso” Rothstein e Nicky Santoro di Casinò, Lefty Ruggiero di Donnie Brasco. Un Pesci calibrato, un Pacino forte e esplosivo e De Niro che porta negli occhi il carico di un personaggio piegato dalla sua stessa freddezza, rotta per secondi che sembrano infiniti, il tempo di una telefonata di conforto alla moglie dell’uomo che lui stesso ha appena ucciso.
 

Per Scorsese il film di mafia è come una vecchia automobile che solo lui sa mettere in moto, e noi ci facciamo guidare lungo le strade di quell’immaginario che lui ha più di tutti ha contribuito a plasmare


Si grida già al capolavoro, e con un’opera di tale peso gli entusiasmi sono facili, ma nonostante la grandezza resta complicato raggiungere i picchi di Mean Streets, Taxi Driver, Toro scatenato, Quei bravi ragazzi, Al di là della vita, Gangs of New York, The Departed. D’altronde aver fatto tanti film straordinari non può essere una colpa. Cos’è allora questo 25esimo titolo della filmografia del regista americano? The Irishman è un film enorme, artisticamente e tecnicamente: 309 scene, 117 location, 108 giorni di riprese, 9 macchine da presa di cui 6 apposite per la tecnologia di de-aging curata dalla Industrial Light & Magic che ha permesso ai volti degli attori di ringiovanire di quarant’anni per poi invecchiare di nuovo grazie al trucco. Alla domanda di un’intervistatrice dell’Academy su come questo film sia stato influenzato dal fatto che il regista e i suoi protagonisti abbiano tutti più di settant’anni, De Niro ha risposto: «Mi sembra che sia giusto così. Tutto il film, tutta la storia riflette su come siamo quando invecchiamo». Se non è un capolavoro, certamente è un testamento. Difficile che Martin Scorsese torni di nuovo sul mafia-movie dopo un film come questo. «Quello con cui volevamo confrontarci», ha detto in un’intervista sul palco del New York Film Festival «è la natura di ciò che siamo come essere umani: l’amore, il tradimento, la colpa o l’innocenza, il perdono o il non perdono». E di cos’altro ha sempre parlato il suo cinema, e in particolare i suoi gangster, se non di questi temi? Quello che mostra The Irishman è il declino, quello che racconta è la solitudine, la fragilità, la malattia, il carcere e la morte, quello che ci lascia è ammirazione e gratitudine. E una porta aperta, un’eredità.

 

«Che razza di uomo fa una telefonata come quella?»
USA 2019 – Dramm. 209’ ★★★½


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