Everyday Normalwoman

Sulla serie tv Fleabag di Phoebe Waller-Bridge, urticante rappresentazione di un'ordinaria femminilità

È sempre sorprendente come la normalità riesca a colpirci. In anni in cui sono fioccate le produzioni incentrate sui cosiddetti “strong female characters” è una serie come Fleabag di Amazon, con le sue due stagioni da sei episodi di 24 minuti, a lasciare un segno particolare all’interno del panorama di narrazioni del femminile. Proprio perché è stata capace del coraggio (grazie all’estro, alla spregiudicatezza e all’acuta intelligenza ironica della sua autrice Phoebe Waller-Bridge) di porre al centro l’urticante e trasgressiva banalità della vita di una comune donna sui trent’anni. Nessuna eroina né superpoteri, nessun passato patetico-drammatico dal sapore dickensiano, men che meno alcun tipo di riscatto prometeico attraverso l’idolatrato selfmadeismo di raccatto. La protagonista (di cui neanche sappiamo il nome, tanto deve essere ordinaria per poter parlare direttamente a tutti noi) è orfana di madre, la sua migliore amica si è suicidata, ha una sorella che rappresenta tutto quello che ci dicono essere il successo (bel corpo, due lauree, un marito, e un lavoro abbastanza importante da concederle di avere uno studio grande quanto una sala da ballo), un padre emotivamente goffo, incapace di intrattenere un rapporto autentico con le proprie figlie e vittima di una nuova compagna dispotica.

La prima cosa che ci colpisce è il sesso, sbattuto in faccia fin dalla prima scena, e leitmotiv costante di tutta la serie. È ovunque, è lo strabordante e incontenibile pensiero fisso della protagonista e il contenuto che plasma tutti i suoi rapporti con le persone che le stanno vicina. Ma è il modo in cui il sesso viene raccontato che ci tocca veramente: non è idealizzato come acme di un’esperienza sentimentale, ma neppure trivializzato a mero gioco, né ridotto a feticcio piccante o ad ossessione viscerale e morbosa. È, semplicemente e finalmente, “solo” sesso. Sia quando si tratta di una pratica attraverso la quale riuscire a strappare qualche piccola gioia quotidiana, sia quando si rivela come sintomo, nella sua costante ossessione per la novità, del vuoto che attanaglia la protagonista, della sua solitudine, del suo senso di inadeguatezza e della ricerca di costanti e sempre sfuggenti momenti di riconoscimento da parte dell’altro maschile. Ed è una liberazione che se ne possa parlare così, in tutta la sua ironica e drammatica normalità, e che a farlo sia soprattutto una voce proveniente dall’universo femminile, da sempre vittima di un qualche idealtipo davanti al quale doversi sentire all’altezza (essere innanzitutto corpo fecondo, quindi materno, ma al contempo pulsionale, godente, indomito e libertino, tuttavia da sempre anche sociale, quindi politico e “di tutte”: dagli slogan pubblicitari ai vari modelli della donna “in carriera”). 
 

Nessuna eroina né superpoteri, nessun passato patetico-drammatico dal sapore dickensiano, men che meno alcun tipo di riscatto prometeico attraverso l’idolatrato selfmadeismo di raccatto



Perché se è indubbio che negli ultimi anni abbiamo assistito a una maggiore contaminazione delle narrazioni filmiche da parte delle tematiche femminili-femministe, è pur vero che ciò è avvenuto ancora una volta all’interno di categorie desuete, stereotipate, ridicole nella loro rigida esagerazione: che sia ora la donna capace di emanciparsi assurgendo a una titanica libertà dalla quale poter ripulirsi di ogni scoria socio-culturale (sostanzialmente la costrizione monogamica della moglie-madre), oppure la wonderwoman dotata di poteri non meno speciali delle controparti maschili poco importa. Si tratta sempre di una mitologia di immagini (e di etichette) che si sostituisce a un’altra. E sempre, si noti bene, all’interno di un orizzonte performativo-capitalistico del sé dove occorre sempre mostrarsi forti, ambiziosi, senza vincoli che possano intralciare il proprio trionfo di autoperfezionamento. Reazione comprensibile e legittima, ma la domanda è: siamo davvero sicuri che è questo il terreno di emancipazione che vogliamo? Fleabag sembra suggerirci un modello diametralmente opposto a questo, denunciandone proprio i riflessi ansiogeni, atomistici ed egoistico-narcisisti. Il vero nocciolo politico della questione, puntualmente e strategicamente disatteso, è invece la riscoperta dell’ordinario, tornare a colonizzare quel diritto alla normalità che da sempre contraddistingue, nella sua assenza, ogni forma di segregazione minoritaria.

Perciò la Waller-Bridge può permettersi il lusso, oggi più che mai merce rara, di togliersi qualche sassolino nei confronti dei movimenti femministi acchiappalike, fatti di convention identitarie e settarie, miopemente dedite a lottare contro la depilazione ascellare in quanto residuato maschilista. Ed è per il medesimo motivo che può apertamente parlare della latente depressione della protagonista, alle prese nella prima stagione con due lutti (della madre e della migliore amica Boo) che non riesce a elaborare, e della voracità sessuale che la porta a ricercare e a consumare un rapporto dietro l’altro con questi uomini così apparentemente insulsi e banali, ma che in verità non riusciamo mai a conoscere veramente perché lei stessa è incapace, né ne ha voglia, di aprirsi a una relazione. Nella sua normalità “fleabag” (letteralmente “sacco di pulci”) parla a ognuno di noi, e così facendo riusciamo a comprenderla, perché dice qualcosa che tutti abbiamo più o meno sperimentato. Lo fa in continuazione, ricercando una complicità con il pubblico attraverso la rottura della finzione scenica: guardando direttamente in camera oppure durante quei monologhi nei quali si capisce che si sta rivolgendo esplicitamente a noi. Ci permette di vedere tutto, fin dentro ai suoi pensieri, perché è grazie alla sua corrosiva ironia che riesce a liberarsi dalla vergogna. Di sentirsi poco femminista perché disposta a barattare cinque anni della propria vita per il corpo perfetto, di dover nascondere che va a letto con un uomo solo perché di bell’aspetto, di masturbarsi davanti a un video di Barack Obama, di essere la mediocre proprietaria di un café perennemente semi-deserto, di non avere piani grandiosi per il proprio futuro.

 

Fleabag parla anche di questo, della difficoltà di mantenere dei legami che non si sono scelti, con persone che spesso possono essere diametralmente opposte a noi, ma che a loro volta soffrono e fanno soffrire nel tentativo di trovare la propria strada verso la felicità



Le due stagioni dalle quali è composta la serie si bilanciano reciprocamente: se nella prima il centro è il vuoto del lutto e il conseguente sbandamento e disorientamento esistenziale dei quali la protagonista è vittima, è nella seconda che assistiamo alla sua rinascita, al tentativo tutto umano e pur sempre a suo modo maldestro di rinnovamento, dove anche il suo graffiante humor risulta più maturo e ripulito da alcune venature cupe dei primi episodi. Tutto ruota non più attorno a un’assenza, ma a una presenza: un amore apparentemente impossibile, un amore per un uomo di Chiesa. E anche qui non si tratta di un’infatuazione platonica, nemmeno di una passione torbida e morbosa ammiccante al proibito. È un amore sincero per l’unica persona dalla quale la protagonista si sente veramente capita, non a caso perché anche il prete (altro personaggio senza nome e cognome) è una persona sola, con il suo dolore e una storia eccentrica, non ortodossa né catalogabile. Ed è attorno a questo perno che potranno essere rivisti e affrontati con maggiore consapevolezza anche gli altri rapporti.

Perché Fleabag parla anche di questo, della difficoltà di mantenere dei legami che non si sono scelti, con persone che spesso possono essere diametralmente opposte a noi, ma che a loro volta soffrono e fanno soffrire nel tentativo di trovare la propria strada verso la felicità. Perciò anche i personaggi più odiosi e meno simpatici, come l’algida e frustrata sorella e il suo viscido marito, così come l’anaffettivo e inetto padre con la sua nuova tirannica compagna rappresentano persone normalissime alle prese con la vita, e in fin dei conti risulta impossibile giudicarle negativamente, perché anche loro hanno le loro ragioni, che chiedono solo di essere capite e, a loro modo, accettate. Questa continua ricerca di un equilibrio, di una bussola, per quanto provvisoria, grazie alla quale orientarsi all’interno del caos della propria vita, trova sfogo nel momento in cui la protagonista è nel confessionale col prete: “voglio che qualcuno mi dica come vivere la mia vita, perché fin qui non mi sembra di aver fatto un gran lavoro”. Un grido semplice, umanissimo, testimonianza del rifiuto (e del relativo fallimento) di tutti quegli stereotipi gravanti sul femminile, e che sempre mostrano la tendenza (poco importa se camuffata da sapori reazionari o fintamente progressisti) di voler etichettare, quindi fissare e controllare questa sfera della vita umana.

Perciò la serie è stata accolta come un piccolo terremoto, suscitando però un enorme e indiscusso plauso generale. Perché è stata capace del miracolo di mettere in scena la normalità, di parlare a tutti raccontando semplicemente una qualsiasi donna sui trent’anni, alle prese con quella vita che è solo sua, ma nella quale tanto possiamo rivedere della nostra. In un panorama attuale così pervaso da tanta retorica miope e stucchevole su tematiche centrali come quella del femminismo, il gesto della Waller-Bridge irrompe con irriverente, sagace e liberatoria forza politica.


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