Sorry We Missed You di Ken Loach

con Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor

Ricky (K. Hitchen) e Abbie (D. Honeywood) vivono una situazione lavorativa precaria, che a poco a poco s’insinua pericolosamente nel delicato rapporto con i figli: la dolce Liza Jane e Sebastian, ribelle street artist che, col tipico fare svogliato e respingente da giovane incompreso, usa le dure pennellate delle bombolette spray per esprimere la sua rabbia adolescenziale e, molto spesso, per ferire silentemente il padre. In una grigia Newcastle, l’uomo si arrangia con diversi mestieri, mentre la moglie lavora come assistente domiciliare per persone anziane o disabili di cui si prende cura amabilmente. In netto contrasto alle logiche aziendali per cui queste esistono solo come “clienti”, la donna condivide con loro ricordi personali, talvolta anche foto di famiglia, proprio come se ne facessero parte. Ricky si convince che l’occasione per garantire una maggior serenità economica alla famiglia sia quella di intraprendere un’attività da corriere freelance, molto più remunerata; vende l’auto di Abbie e acquista un furgone proprio. Ma la situazione peggiora e si ritrova a lavorare quattordici ore al giorno al servizio di un capo despota e senza scrupoli, in una dimensione alienante in cui l’unico ago della bilancia della sua vita diventa lo scanner elettronico che monitora senza alcuna pietà le sue consegne.  

Dopo Io, Daniel Blake – Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2016 – il cinema di Ken Loach torna a raccontare lucidamente la brutalità del reale e le sue contraddizioni, con uno sguardo algido e disincantato ma al contempo dissidente. La dimensione è ancora una volta quella sociale entro la quale i poveri lavoratori restano vittime impotenti, inghiottiti in un meccanismo ingovernabile che spesso svilisce e annienta le loro vite, non lasciando scampo all’umanità. Quello che il protagonista del film dovrà subire è chiaro a monte, sin dalla scena del primo colloquio col nuovo datore di lavoro Maloney, che sbatte in faccia a Ricky il proprio credo: «Vediamo di mettere subito in chiaro un paio di cose: tu non lavori per noi, lavori con noi». Il pensiero che vi sta dietro è racchiuso in quel “con”, la cui essenza linguistica, che dovrebbe rinviare universalmente ai concetti di unione, compattezza e dello stare insieme, qui viene brutalmente destrutturata e circoscritta alla semplice sfera numerica. Allora, quasi a coincidere con l’essere un mero “più”, lavorare-con diventa un aggiungersi o un sostituire qualcun altro, affinché sia garantito un perpetuo e prolifico rendimento nelle consegne. Ricky è apparentemente un lavoratore indipendente, ma in realtà non gli spetta nulla, se non la piena responsabilità che dal datore di lavoro si è spostata esclusivamente al lavoratore, ridotto in questa prospettiva a una condizione di schiavitù: schiavo dello scanner che regola la sua giornata. “Sorry, we missed you”, recita il titolo del film, espressione impressa anche sul cartoncino che il corriere deve lasciare nel caso in cui il cliente non sia presente al momento della consegna; e se la consegna salta, salta anche il compenso, lo scanner lo segnala, «decide chi vive e chi muore» – come precisa cinicamente Maloney. Non c’è via d’uscita e il termometro della propria vita si svuota di dignità umana.
 

Vediamo di mettere subito in chiaro un paio di cose: tu non lavori per noi, lavori con noi


Loach attinge a contesti lavorativi impietosi non celando espliciti riferimenti alle grandi multinazionali come Amazon e al pensiero capitalistico imperante, in cui il confine tra ottimizzazione del lavoro e controllo dei dipendenti spesso si perde. Non molto tempo fa, a breve distanza dalle aspre polemiche relative al brevetto dei braccialetti elettronici – in grado di monitorare minuziosamente se le mani dei dipendenti si sarebbero mosse in maniera “giusta”, connettendosi anche con i database degli inventari e degli ordini –, il colosso americano delle vendite online è finito nuovamente nel mirino delle critiche, conseguenti all’uscita del libro di denuncia di James Bloodworth. Basandosi sulla propria esperienza personale all’interno di un magazzino britannico di Amazon in incognito, il giovane giornalista britannico racconta di condizioni vessatorie inaccettabili, i lavoratori evitavano di bere durante il proprio turno per limitare al massimo la loro necessità di andare in bagno, o addirittura urinavano in alcune bottiglie al fine di non incappare nelle gravi sanzioni previste per non aver centrato gli obiettivi proibitivi imposti dall’azienda. È lo stesso destino di Ricky, che pagherà a caro prezzo uno spiraglio di tempo ritagliatosi per espletare i propri bisogni in una bottiglia di plastica: pestato a sangue e umiliato da un paio di ladruncoli da strada e poi sanzionato da Maloney per alcune delle perdite, tra cui il preziosissimo scanner elettronico. Ma i corrieri di Amazon rappresentano solo la punta dell’iceberg, il fenomeno più rappresentativo e noto; fanno seguito realtà assolutamente speculari, in molti casi esemplificative della formula del lavoratore autonomo in generale – basta pensare ai rider di Glovo, Deliveroo, Foodora (solo per citarne alcuni), in balia di “statistiche di affidabilità” e bonus-premio per chi non sciopera.    

«Non c’è dignità in questo», dichiara Ken Loach invocando la seria partecipazione di sindacati e partiti politici veri che non cedano a compromessi, «nel film non c’è solo il problema del lavoro, ma anche il vero e proprio dramma dei genitori che rischiano di perdere il loro rapporto con i figli perché sono travolti dal lavoro. Tornano da scuola e non c’è nessuno, vanno a letto e non c’è nessuno. Le persone sono frustrate, perdono la pazienza e non ci si ascolta davvero». Ricky non sa come gestire i comportamenti di Sebastian, spesso intollerabili, perché non ha il tempo di capirne le sfumature, non sa nulla di lui – come egli stesso ammette alla moglie in una scena molto intima in camera del figlio, dopo la fuga rabbiosa del ragazzo e delle grosse X nere lasciate con la bomboletta spray sulle foto di famiglia appese alle pareti di casa. Il tempo passato insieme è sempre problematico, casuale, raro, talmente raro da far desiderare a una bambina di undici anni di trascorrere nuovamente una giornata col papà a lavoro, unico spazio che possono concedersi: «È stato bello oggi, possiamo rifarlo?», dice Liza Jane guardando l'orizzonte, dopo averlo accompagnato nelle infinite consegne giornaliere.
 

Il tempo della famiglia insieme è talmente raro da far desiderare a una bambina di undici anni di trascorrere nuovamente una giornata col papà a lavoro, unico spazio che possono concedersi


Lo sguardo del cineasta britannico s’insinua in questa fragilità di rapporti umani con una messa in scena pulita che restituisce l’autenticità senza artificio tipica del suo cinema. La commozione si raccoglie tutta intorno alla dignità della persona, violata e inseguita dai personaggi dentro a un modo intollerabile di vivere, viziato da pressioni e stress che feriscono gravemente il senso della famiglia. Esplode così un forte desiderio di riscatto, di ribellione, di solidarietà reciproca, fino a quel momento sopito a fronte di uno stato di cose quasi inscalfibile, che si raccoglie proprio nell’intimità della famiglia. Quel “con” recupera allora l’accezione positiva, recupera la purezza e il significato dello stare insieme insiti in essa. E quel grido disperato diventa unanime.

 

«Padrone del tuo destino, te la senti?»
UK-FRA-BE 2020, 100’ ★★★½


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