Nymphomaniac di Lars Von Trier

Charlotte Gainsbourg, Stacey Martin, Stellan Skarsgård, Shia LaBeouf

Bravi attori e numerosi per l’ultima opera del controverso regista danese, uno dei film più attesi dell’anno, da molti annunciato come la summa del suo modo di fare cinema. Nymphomaniac riprende molte intuizioni delle opere precedenti, nonché rimandi e vere e proprie autocitazioni, ma se ci si  costringe a imbrigliarlo nell’ottica di una sintesi stilistico-formale, sull’onda della consueta euforia iniziale, sfuggirà l’aspetto ben più importante di una sostanziale mancanza narrativo-strutturale. Non che non ci siano contenuti, quello che manca è la densità tragica del personaggio cardine della storia. Il plauso dello stile non è vuoto di per sé, ma da solo non basta a celebrare un capolavoro, soprattutto quando diventa fuorviante, totalizza l’attenzione e distoglie da una più ampia e sì più totale comprensione, una più coscienziosa propensione alla complessità dell’opera.
Il film dispiega la cronistoria (an)affettiva di Joe (C. Gainsbourg), giovane donna accompagnata dall’infanzia alla mezza età da un’ossessione sessuale psicopatologica. Un racconto narrato in prima persona dalla protagonista stessa in un’inizialmente confortevole camera da letto appartenente al comprensivo interlocutore Seligman (S. Skarsgård), caritatevole nell’offrirle un rifugio e una tazza di tè caldo, dopo essersi imbattuto nel corpo malridotto e semicosciente della donna in un vicolo che congiunge la dimora al negozio d’alimentari. Una narrazione che snoda i punti salienti di un romanzo di formazione vissuto con un animo femminile affetto da un’invasiva dipendenza dal sesso, sottesa da incrollabile e ingovernabile autolesionismo di cui pagherà le conseguenze fisiche con l’andare degli anni e la tassazione corrente con l’insensibilità sentimentale. Sfera dell’esperienza umana alla quale non riuscirà mai veramente ad accedere, imbrigliata nel caos debilitante delle pulsioni e nella frustrante marea emotiva che non riuscirà mai a trovare il terreno stabile di una compiuta elaborazione cognitivo-affettiva.

La conferma è nei continui accessi d’ira verbale scagliati da Joe contro il sentimentalismo di cui ciclicamente si fa portavoce Seligman durante la lunga conversazione notturna, il maggiore merito artistico del film. Tacciare questo personaggio di un’accusa così specifica, fino ad espropriarlo della virilità definendo i suoi modi femminei e dotando d’altro canto Joe di una sensibilità mascolina, accentuata dal suo comportamento sessuale, mette in evidenza uno dei tabù sociali riguardo la sessualità: l’attribuire due pesi alla libido, differenziandola per genere ed accordando maggiore libertà al maschio a dispetto della donna, passiva di un rigoroso giudizio morale qualora assuma comportamenti “oltremodo” attivi. D’altronde lo stesso termine ninfomania fu coniato e si adatta esclusivamente all’aumento morboso dell’istinto sessuale nella donna, mancando di un corrispettivo per la controparte maschile, giustificata nella reiterazione esponenziale delle sue pulsioni dai presupposti biologici costituenti il suo apparato genitale. L’obbiezione di Trier  propone pertanto il superamento della discriminazione sociale di genere da cui far derivare una presunta connotazione etica del sesso, mettendo in scena i comportamenti riottosi di un’orgogliosa ninfomane, che compensa le carenze biologiche di una cieca spinta alla riproduzione con una paritaria motivazione pulsionale, dirimendo lo squilibrio fisiologico con lo spostamento dell’asse del giudizio sul piano del relativismo psicologico dei singoli.

L’allegoria sfrenata sul piano stilistico porta avanti questa demistificazione concettuale. Incentrata integralmente sul piano razionale, la forma del racconto dichiara con le immagini gli stati d’animo, le situazioni, i pensieri e le azioni dei personaggi. Quando Joe è a caccia di uomini sui treni Seligman tira fuori i metodi della pesca con la mosca, mentre il montaggio mostra dichiaratamente la mappa di un fiume, con marcate le zone più popolose e favorevoli per la buona riuscita dell’impresa; quando Joe esclama di essere stata rigirata come un sacco di patate ci viene mostrata l’effettiva rotazione di un sacco di patate, con tanto di polvere che si alza nell’aria; quando Joe confessa la sua prima volta nel dettaglio, narrando di averlo preso tre volte nella fica e cinque nel culo, 3 + 5 appare in sovrimpressione sullo schermo. Numeri e grafici sono la scelta predominante nei passaggi metaforici, la matematica assurgerà al ruolo principe di queste operazioni, snaturando la sessualità da qualsiasi altra sovrastruttura concettuale per far emergere limpido il massimo grado d’oggettività. Se da un lato si assiste ad una lucida chirurgia delle tematiche, dall’altro ci si infastidisce di fronte al deflusso evocativo delle figure retoriche, enunciate dapprima sul piano verbale ed in riferimento all’oggetto mostrato – Joe cita uno dei suoi amanti accostando le sue movenze a quelle di un giaguaro e sullo schermo vediamo l’uomo in questione – e in seguito rinforzate da un’ulteriore immagine – nel caso un giaguaro che si muove nel suo ambiente naturale. Il perpetuo utilizzo di tale dinamica espressiva annulla in maniera coerente il piano simbolico della narrazione e aggrava la visione dello spettatore, sottovalutato nella sua capacità di fruizione dalla ridondanza dei suddetti indici visivi.

Non è questo tuttavia via il peccato originale del film, qualora si riesca a godere delle eccentriche scelte visive scelte a paragone, quanto in concreto la mancanza di contatto della protagonista con la dimensione tragica della sua condizione. È  una mancanza strutturale nella costruzione drammatica del personaggio, che privo di un accesso diretto al sentimento costringe l’empatia del pubblico ad arrestarsi un gradino più basso in rispetto ai livelli elevati di cui è capace la tragedia – scelta peraltro atipica per Trier, che dell’ironia tragica ha sempre fatto uso. Rilevando l’insensibilità di Joe come una giustificazione per le azioni da lei commesse, ed esautorando così la sua condizione da un conflitto costruito su di una incompatibilità e coesistenza di sentimenti contrastanti, si priva il personaggio della capacità di giudizio critico nei propri confronti, negandogli uno spessore interiore foriero di crisi e di riflessione. Si devia il problema in maniera semplicistica, psicologicamente acritica, con l’imputare la problematicità del suo essere ninfomane all’incomprensione del mondo esterno e prendendo ciò come un puro dato a cui prostrare e adattare la propria esistenza.
Certo, i tagli operati al film potrebbero aver modificato con decisione il senso dell’opera, che non si può giudicare veritiera. Tralasciando l’indignazione politica e i sospetti di dubbia moralità o di scaltro senso degli affari, l’impressione che la requisitoria abbia riguardato non soltanto scene esplicite ma anche parti di dialogo su tematiche inerenti la religione, indi una possibile analisi critica dell’influenza religiosa sulla sfera sessuale, ci mette davanti a un film menzognero. Muovendosi perciò su di un terreno privo di certezze non si può che attendere che il tempo necessario e una visione incensurata dell’opera dissipino i dubbi. Certa è la conferma del valore stilistico di Trier, che seppur non presentando una sintesi del suo cinema ma un congegnato utilizzo di meccanismi e dispositivi usati in precedenza, porta in scena un film – se non per le motivazioni citate – non minore né meno meritevole di altri suoi lavori, ma nemmeno superiore o travalicante il percorso fin qui compiuto. Ciò non toglie nulla all'afflato con cui Trier mette in scena i suo personaggi, alla spontaneità con cui guarda il mondo, nel bene e nel male, scevro da ipocrisia anche quando scandaglia i turbamenti più profondi dell'esperienza umana; e lo fa con naturalezza e passione per la vita, stimolando liberazione ed entusiasmo nello spettatore di fronte a vicissitudini estreme che inducono in fondo un ritrovato senso di comunione e conforto con la vicenda umana.


 

«Se due uomini avessero camminato lungo un treno in cerca di donne,
pensa che qualcuno avrebbe alzato un sopracciglio?»


DAN-GER-GB-BELG 2013 – Dramm. 240' ***


Commenta