La scelta di Barbara di Christian Petzold

con Nina Hoss, Ronald Zehrfeld, Mark Waschke, Rainer Bock

È l’estate del 1980 quando la dottoressa Barbara Wolff (Nina Hoss), chirurgo pediatra, a causa di una richiesta di visto d’uscita dalla Germania Est, viene trasferita da Berlino in un ospedale di campagna a Torgau. Dedita al suo lavoro, instaura un rapporto freddo e distaccato con i suoi nuovi colleghi, in attesa che si compia l’agognata fuga, già pianificata oltre muro dal fidanzato Jörg (Mark Waschke) e perfezionata durante i furtivi incontri amorosi tra i due. Il primario, André Reiser (Ronald Zehrfeld), formalmente incaricato di tenerla d’occhio e di far rapporto sul comportamento – non solo professionale – della dottoressa, comunque tenuta d’occhio costantemente dalla polizia, sembra l’unico a voler indagare l’impenetrabilità di Barbara.

Christian Petzold racconta il respiro opprimente degli anni della Stasi – l’organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania Est – all’interno del quale affetti e sentimenti, non potendo far altrimenti, si danno manforte tenendosi a galla, per mano, nella condivisione di una seppur minima e ovattata ‘serenità’.
La scelta di Barbara (Barbara, nell’originale), Orso d’argento al Festival di Berlino, pur muovendosi lungo le trame di senso gettate su un’ossatura narrativa consueta e, se vogliamo, a tratti prevedibile, lascia lo spessore del proprio racconto all’asciuttezza dello sguardo. I personaggi lontani, pur con riserve, pian piano si avvicinano, lasciando comunque l’amarezza di un confine segreto e personale che forse mai potrà esser del tutto valicato.   

In tal senso, e in perfetta linea con l’impronta registica, si muove la brava Nina Hoss – già alla quarta collaborazione con Petzold – che, antipatica e “imbronciata”, concede abilmente il fastidio tanto del personaggio, quanto per il personaggio; assolutamente credibile e profondamente umana nei comportamenti (mai non degni di stima e rispetto), Barbara è costretta a scegliere, e con ciò, intrinsecamente, a rinunciare, lungo le insidie del proprio dissidio.
Il desiderio di fuga, quasi carnale, le è presente, e perfettamente si amalgama alla responsabilità deontologica della propria missione nel prendersi cura degli altri; responsabilità che però, mai limitandosi al perseguimento di un semplice dovere, passa per la conservazione intima di ciò che si è costruito a fatica e che si vuol forse inconsciamente custodire, nonostante la realtà soffocante in cui si è irreversibilmente costretti. La paradossalità di questa compartecipazione emotiva, si scarica sull’agire di Barbara, sempre diffidente e restia ad aprirsi, pur nei confronti di chi, come André, le tende fin da subito la mano, confessandole i fantasmi di un evento doloroso. “Tu sei matto, qui non si può essere felici”, dice Barbara a Jörg.

Ciascuno chiede a suo modo aiuto. Chi più silentemente, chi in maniera più violenta e incontrollata come Stella (Jasna Fritzi Bauer) che scappa dal “Centro minorile correzionale ” – un eufemismo per Barbara – e che si affida alla protezione delle cure quasi materne della dottoressa.  Chi come Klaus Schütz (Rainer Bock), l’ufficiale della Stasi che aspetta impotente l’epilogo della malattia della moglie.
Traspare così, fuori dagli schemi dei (pur più infimi) ruoli sociali, un’umanità di fondo che tristemente è condivisa sotto la cappa disumanizzante che soffoca il respiro delle individualità. “E lo fa spesso […], aiutare gli stronzi?” – chiede Barbara ad André; “Quando sono malati, sì”.
Alla fine dei conti, qualcuno fugge. E per chi resta, non rimane che un sorriso contenuto, nella flebile ma ancor viva speranza per una felicità spezzata e sofferta, invischiata nella malinconica sopravvivenza del non-poter essere pienamente liberi.

 

“ Nel riquadro Rembrandt dipinge qualcosa che noi non possiamo vedere ma loro sì: l’illustrazione di una mano. […] noi non vediamo più attraverso gli occhi dei dottori, noi vediamo lui: Aris Kindt, la vittima. Noi siamo con lui, non siamo con loro”.

GER 2012 – Dramm. 105’ ***½


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