Ero la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere

Sorellanza, famiglia e abbandono ne L'Arminuta, il romanzo vincitore del Premio Campiello

«A tredici anni non conoscevo più l’altra mia madre» si apre così L’Arminuta, il romanzo di Donatella Di Pietrantonio vincitore della 55esima edizione del Premio Campiello, con una bambina che sale le scale di una vecchia casa, appesantita da una borsa scomoda e con in mano una sacca che odora di scarpe. L’Arminuta – in dialetto abruzzese “la ritornata” – è costretta ad abbandonare i genitori adottivi per tornare a vivere con la famiglia biologica in un luogo abitato da fratelli mai conosciuti. Ad accoglierla sul pianerottolo non è la madre, bensì Adriana, sua sorella, che la guarda con occhi aguzzi sotto trecce sfatte e che presto diventerà la figura fondamentale della sua vita.
L’Arminuta è un libro che si legge d’un fiato perché riesce a parlare della redenzione e della sorellanza, del rimorso e della dipendenza, del rifiuto e della resilienza attraverso uno stile diretto, asciutto e coerente al paesaggio socio-culturale abruzzese degli anni ’70 descritto dall’autrice. Ogni pagina trasuda il puzzo di un mondo indifferente e degradante, teatro del senso d’abbandono che l’Arminuta è costretta a combattere ogni giorno per dimenticare l’assurdità e la volgarità della sua condizione. In questo universo spoglio di riguardi insorge l’innocenza una bambina dall’infanzia rubata che non ha punti di riferimento a cui aggrapparsi e che trova in se stessa la forza di riconoscersi, di riemergere dal dolore che ha nell’anima e che inghiotte qualsiasi impressione.
 

Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere


Fra le pagine di questo libro si consuma l’inconcluso, l’ambiguità di una situazione apparente che non ha soluzione. L’Arminuta ha due famiglie e nessuna, è orfana di affetti, alla continua ricerca di un passato che non può più avere. È l’artificio che la scrittrice usa per raccontare la più grande delle debolezze umane: la paura della solitudine. Attaccarsi ai ricordi è qui un bisogno viscerale, una necessità impellente che viene scambiata come mezzo reale per giustificare un presente che non si sa come affrontare. Nel letto con Adriana, l’Arminuta ricorda il mare, il fragore delle onde che l’accompagnavano nel sonno rappresentano per lei «la quota più alta di una specie di felicità, quello che mi è accaduto negli ultimi giorni era rimasto a terra, come una nebbia pesante».
La memoria in questo libro è inganno, è il rapporto utopico che la protagonista cerca con una famiglia che non la vuole più e con un’altra che non riesce ad accettare. È la somma dei legami che chiunque pretende di avere rispetto alle cose che pensa gli spettino di diritto. L’Arminuta trova scampo proprio quando capisce che l’attaccamento che cerca disperatamente con il passato non è quello che le serve. «Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. Invidiavo le compagne di scuola del paese e persino Adriana, per la certezza delle loro madri».

Abbandonare le proprie illusioni significa iniziare a scoprire che l’amore è un condensato di aspetti imprecisi che sgocciola dai margini delle nostre convinzioni. La famiglia che l’Arminuta cercava, era dentro i piccoli gesti di un padre burbero che aveva sempre disprezzato. «Parlava come se fossi sua. Non si era mai preoccupato per me e neanche per gli altri figli, veramente. O forse ero io che non l’avevo visto. Ho abbassato la testa dall’emozione» e non in una madre generosa che l’aveva abbandonata a se stessa. «Il suo sguardo quando mi ha vista è uno dei ricordi più vivi che conservo di lei e il più dannoso, probabilmente. Aveva gli occhi di chi era presa in trappola e non trovava scampo, quasi fosse riemerso un fantasma a perseguitarla da un tempo sepolto. Ero io, poco più di una bambina, e i bambini non fanno paura».
Questo romanzo ci ricorda soprattutto di non essere obiettivi quando guardiamo all’amore perché non possiamo riconoscerlo fino a quando non lo prendiamo per come appare, senza artifici né mediazioni di sorta. L’amore è spesso sconclusionato, sporco, bislacco, come i protagonisti che gravitano introno a questa storia. Come si racconta quindi la non obiettività dell’amore? Attraverso le dissomiglianze. Le stesse che legano Adriana e l’Arminuta, che dormono al contrario nello stesso letto sporco, la coccia di una vicino ai piedi dell’altra; le stesse che passano attraverso Vincenzo, il fratello che esaspera il carattere rozzo per nascondere un cuore indifeso: «Mi ha asciugato il viso con ruvide passate dei pollici e ha ripetuto di no, con la testa e la voce contrita, di non piangere, che lui non lo sopportava».
 

Aveva gli occhi di chi era presa in trappola e non trovava scampo, quasi fosse riemerso un fantasma a perseguitarla da un tempo sepolto. Ero io, poco più di una bambina, e i bambini non fanno paura


Come Faulkner, Donatella Di Pietrantonio cerca soltanto di dire la verità sull’uomo e lo fa raccontando la storia di persone semplici, che vivono in uno spazio e in un tempo preciso, dentro una dimensione separata dalla sequenza di eventi più grandi. È da quel punto specifico che noi sperimentiamo il mondo, l’intensità dell’esistenza che passa attraverso lo scorrere del quotidiano. Nell’ultimo capitolo l’Arminuta e Adriana si spogliano e si immergono nel mare. La fine è come l’inizio, un orizzonte opaco che appoggia sulla linea dell’acqua, lo scatto metallico di una serratura che sta per aprirsi: qualcosa di sospeso che si consuma nel tempo d’un attesa.
La scrittrice abruzzese ci ricorda che la vita è una continuità di recitazione che non corrisponde al vero. A volte dobbiamo solo pensare di sostenere la nostra parte al meglio e altre, possiamo alzarci da tavola prima di aver finito di mangiare per fare un tuffo nel mare. Sta tutto lì, trovare sempre un momento per liberarci dalle dipendenze, scegliere di rinunciare agli atti dovuti, alle oscenità delle costrizioni e camminare sulla riva della spiaggia, toglierci i vestiti e immergerci nell’acqua fredda anche se ancora non è estate.

Selene Mattei


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