Educazione siberiana di Gabriele Salvatores

con Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, John Malkovich, Eleanor Tomlinson

Alle prese con una produzione ad altissimo budget (la prima internazionale e girata in lingua inglese) Gabriele Salvatores – cinque i chili persi per lo stress – , sulla scia dei suoi ultimi lavori e a tre anni dall’originale Happy Family, traspone il romanzo autobiografico di Nicolai Lilin.
Kolyma (A. Fedaravicius), giovane russo orfano di padre, viene cresciuto da nonno Kuzja (J. Malkovich) con le rigide leggi del clan siberiano. Cresciuto, l’educazione e la vita in Transnistria verranno sconvolte dal ritorno dell’amico Gagarin (V. Tumalavicius), violento ma fedele compagno che per difenderlo dai soldati aveva trascorso lungo tempo in prigione, e dal rapporto con Xenya (E. Tomlinson), figlia con problemi mentali del dottore del villaggio.

Quindicesima pellicola del regista napoletano, Educazione siberiana trae la sua forza dalle radici arcane che legano la religione alla violenza, il rispetto per la Natura e la fedeltà al branco, l’amore per Dio al rifiuto degli organi costituiti, schiavi della corruzione e del denaro – «Dobbiamo avere rispetto per tutte le creature viventi, eccetto che la polizia, i banchieri, gli usurai. Rubare a queste persone è permesso». La pistola, la picca, la Croce ortodossa sono soltanto alcuni degli elementi che compongo il sottobosco criminale, un mondo autonomo, imperscrutabile e illeggibile come i corpi tempestati di tatuaggi, «un linguaggio alternativo che sostituiva una comunicazione orale e portava l’attenzione delle persona da una via di comunicazione normale accettata da tutti a un circuito chiuso, dove i simboli diventavano l’unica via che poteva trasmettere le informazioni». Ogni individuo, «ogni simbolo è come la lettera di un alfabeto. Non ha nessun significato», ma «il simbolo – afferma Lilin – assume significato quando viene composto in certo modo in un certo posto, in relazione con altri simboli», all’interno di una comunità.
Salvatores scrive pagine di potente ortodossia – «La picca è come la Croce, lei ci accompagna per l’intera nostra vita» – , dove il freddo manto innevato della gelida Moldavia è speculare a quello caldo e avvolgente della fede religiosa, restituita con manifesta bravura dalla fotografia di Italo Petriccione (il bianco splendore delle nevi in cui i lupi si muovono; il calore delle candele della casa di Nonno Kuzja). «Mi affascinava l’idea di valori caldi in una situazione fredda», dice il regista, ma nonostante gli ambienti suggestivi e le metafore elevate il film si arena inesorabilmente nel mare della corposa materia narrativa.
Al di là dell’accozzaglia sonora mai eterogenea, nonostante la firma del grande Mauro Pagani alle musiche, il film soffre infatti le troppe, superflue digressioni – tra cui i quaranta imbarazzanti minuti con Xenja protagonista – che mal si conciliano con le colonne portanti della storia (l’onore; l’Educazione; la dignità; l’amicizia virile) e ne decentrano il fulcro in una lunga serie di sottotrame umane (l’amicizia-amore con Xenja; la morte di Vitalic) e sociali (i voluti da Dio; la caduta dell’URSS e l’invasione dell’Occidente) sempre sterili perché poco sviluppate.

L’impressione è che la premiata ditta Rulli-Petraglia, con l’apporto del regista, non sia riuscita a restituire a dovere la densità di un romanzo la cui fortuna ha imprigionato gli sceneggiatori, costretti dalla fedeltà dei lettori e dalla presenza dell’autore, nell’impossibilità di tralasciarne segmenti o rielaborarlo liberamente da una parte e di restituirne il respiro e lo spessore dall’altra, rinchiusi nei centodieci minuti del mezzo filmico.
Rimane in bocca un sapore amaro, quello delle grandi occasioni sprecate, perché non soltanto la materia grezza dava la possibilità di scolpire un’opera memorabile, ma come lo stesso Salvatores ha detto a Malkovich al termine delle riprese, memore della loro comune passione giovanile per la musica rock: «da chitarrista, lavorare con te è stato come suonare con Jimi Hendrix». E con Hendrix è difficile suonare più di una volta.
 

«La fame viene e scompare, ma la dignità, una volta persa, non torna mai più»

ITA 2013 - Dramm. 110' **½


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