È solo la fine del mondo di Xavier Dolan

con Gaspard Ulliel, Nathalie Baye, Léa Seydoux, Vincent Cassel, Marion Cotillard

Louis (G. Ulliel), giovane drammaturgo di successo, torna a casa dalla sua famiglia dopo dodici anni d’assenza per annunciare la propria morte imminente. Ad accoglierlo, tra frenesia e timore, una madre eccentrica (N. Baye), una sorella diventata donna (L. Seydoux), un fratello nevrotico e polemico (V. Cassel) e infine Catherine, cognata timida e insicura mai vista prima d’allora (M. Cotillard).  Louis cerca con garbo e candore il momento e il modo migliore per confessare la triste notizia ma ciò che trova è solo l’inevitabile estraneità dei familiari che non conosce più e che di lui sanno ben poco, legati l’un l’altro da un affetto frammentato e indicibile, logorato dal tempo e dalla distanza.
La sesta opera di Xavier Dolan, tratta da una pièce teatrale del 1990 di Jean-Luc Lagarce, drammaturgo francese morto di AIDS nel 1995 a cui è dedicato il film, si consuma tra le pareti domestiche entro cui è claustrofobicamente racchiuso un dramma familiare. Il talentuoso regista canadese recupera una vecchia lettura, cestinata qualche anno prima perché, a dir suo, noiosa e perché probabilmente troppo giovane per capirla appieno, e ne trae un adattamento che pur mantenendo una messa in scena teatrale ha il respiro profondo del cinema, un respiro che gli vale il secondo premio consecutivo al Festival di Cannes, portandosi a casa il Grand Prix dopo il Premio della giuria vinto due anni fa per l’acclamato Mommy.

Dolan lavora sui volti, li imprigiona dentro al quadro in uno spazio cinematografico angusto ma che al contempo ha il magico e paradossale potere di liberare la sconfinata e inesprimibile intimità dei personaggi, fatta di paure, insicurezze e speranze ingabbiate. Laddove la parola veicola così solo nevrosi, rabbia, frustrazione e rancori, i silenzi e gli sguardi svelano di contro l’unico spazio condivisibile in cui sono possibili la comprensione reciproca, il perdono e quella sofferta intimità di ciò che non è proferibile: «Mi pento di non aver passato più tempo con voi», dice a fatica Louis.
«Ci sono cose, nella vita, che ti spingono ad andare via senza guardarti indietro e, allo stesso modo, ci sono molte cose che ti spingono a tornare», afferma invece Dolan, sottolineando il flebile respiro, lo spazio di tempo brevissimo aperto nella vita dei suoi personaggi, uomini drammaticamente anaffettivi che non sanno come amarsi a vicenda. Louis è allora un uomo cresciuto in un luogo per cui non era tagliato, un luogo che, come del resto conferma il suo ritorno, era fatto di persone diverse da lui e incapaci d’ascoltarlo veramente. L’unica che riesce a farlo è Catherine – una disarmante Marion Cotillard, che ha dichiarato che essere diretta da Dolan è «come vivere l’arte sulla propria pelle» –, una donna estremamente dolce che guarda gli altri con autentico candore privo di giudizio e che (nonostante egli faccia di tutto per sminuirla) vuole proteggere suo marito Antoine da se stesso e dalle sue profonde insoddisfazioni personali di cui è vittima impotente.

Spicca un’incredibile prova attoriale di tutti gli interpreti che generosamente affidano i propri volti densi alle cure sapienti di Dolan, restituendo il furore incontrollato del mondo emotivo dei personaggi e la surrealtà totalizzante del dramma familiare contemporaneo. E quello spazio ristretto in cui esso è racchiuso sembra quasi riuscire a contenere anche gli eccessi di stile e la regia sfarzosa e irruenta mostrata altrove dal giovane cineasta canadese che qui, pur non tradendone la forma, dimostra una maturità e una misura finalmente raggiunte. Ed è, usando le parole della Cotillard, «come vivere l’arte sulla propria pelle». Una pelle che si fa carne nello spazio opprimente di umide e colorate mura domestiche, che sintetizzano la fisicità atroce del concetto stesso di famiglia e la quotidianità della vita scandita brutalmente da un orologio a cucù. Ma l’uccellino che dentro vi è immobilizzato si fa vita, scappa via, si schianta al suolo, lasciando sulla pelle solo un flebile respiro. Desiderio di libertà, fuori dalla meccanica del tempo.

«Io non ti capisco ma ti voglio bene»
FRA 2016 – Dramm. 95’ ★★★½


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