Banna, brucia, abolisci: censura fino alla rieducazione!

Su Censura subito!!! di Ian F. Svenonius, ribellione punk contro il potere e la libertà

Ian Folke Svenonius è molte cose diverse: un cantante e trombettista, un artista e un pensatore, un intellettuale, uno scrittore, un conduttore di talk show. Nella migliore definizione del termine “poliedrico”, Svenonius ha tanti lati almeno quante le band di cui è o è stato frontman: ricordiamo, tra i vari progetti, Nation of Ulysses, The Make-Up, Weird War, Chain and The Gang e il più recente ESCAPE-ISM. Il suo ultimo libro è Censura subito!!!, una raccolta di saggi uscita nel 2015 per Akashic Books – la casa editrice di Johnny Temple, bassista nei Girls Against Boys – e pubblicata quest’anno in Italia dai tipi di Not (Nero) nell’eccellente traduzione a cura di Veronica Raimo.

 Comparso sulla scena underground di Washington D.C. tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, fin da subito Svenonius si fa notare in performance di spiccata potenza distruttiva, durante le quali, come rammenta in un'intervista radiofonica, riportò più volte fratture agli arti e alla testa; prende avvio dal punk per passare poi attraverso il garage rock, il soul, il funk e approdare recentemente nell’ambito dell’elettronica lo-fi. Fin dagli inizi, la sua carriera e la sua immagine pubblica sono strettamente associate al suo pensiero politico, un marxismo anti-autoritario ed “eretico” fatto di prese di posizione estreme e ribellismo: esordisce nel 1989 con la band post-hardcore Nation of Ulysses, definendola «partito politico secessionista e gruppo terrorista». Nel frattempo scrive, e già nel 2006 pubblica la prima raccolta di saggi a tema sociale, politico, filosofico e artistico, dal titolo The Psychic Soviet (inedita in Italia), con la modesta ambizione, come dichiara lui stesso, di «fare chiarezza nella confusione degli avvenimenti dell’ultimo millennio – artistici, geopolitici, filosofici e altro». Conserverà con pervicacia questo atteggiamento giocosamente messianico nel consegnare le sue verità ai lettori anche negli anni successivi, e anche in questo caso con Censura subito!!!. Si tratta di una raccolta di saggi che spaziano dalla storia del rock’n’roll alla storia globale, passando per la critica cinematografica e la filosofia estetica, e ovviamente il testo che dà il titolo al libro, in cui l’autore presenta la sua personalissima soluzione al problema della libertà, del potere e dello Stato. Sarà proprio la censura, nella tesi di Svenonius, a restituire dignità all’arte e all’artista, a restituirci la nostra libertà e a riportare il progresso sulla retta via.
 

Il popolo vuole la censura. Quel trollare sadico su internet, i discorsi pieni d’odio che riempiono la bocca dei più dementi, la massiccia popolarità della pornografia della peggior specie sono tutti tentativi malriposti di essere censurati, rimessi in riga, in castigo. Nel vuoto esistenziale creato dal dio denaro, qualsiasi punizione sembra più auspicabile di quello stupido purgatorio tra libertà e non-libertà a cui siamo stati assegnati.


Perché la censura, dunque? Perché questo apparente passo indietro sulle libertà individuali e collettive che da decenni ci consentono di suonare, stampare, scrivere e dire quello che vogliamo? Secondo l’autore tutta questa libertà ci ha “rammolliti”. O meglio: in assenza di un potere centrale e censore, di un Grande Fratello opprimente da rovesciare, di un re da decapitare, l’arte avrebbe smesso di essere quel necessario «manifesto politico impugnabile dai diseredati», e la musica avrebbe perso e abbandonato la sua eterna lotta contro l’ordine e il controllo. Imbrigliate da quel sottile tipo di censura detto “mercato”, quindi, si sono direzionate verso la ricerca di un elemento che nel pensiero di Svenonius è irrilevante e deleterio: il successo.
 

In assenza di un potere centrale e censore, l’arte avrebbe smesso di essere quel necessario «manifesto politico impugnabile dai diseredati»


Si capisce che la visione della società tratteggiata dall’autore è segnata da un profondo conflitto, da manicheismi e irreparabili cesure: una lotta non tanto tra il bene e il male, quanto tra l’ordine e il caos. In questo mondo che è un enorme campo di battaglia si affrontano quotidianamente artisti e corporation, rocker e grandi case discografiche, oppressi e amministratori delegati. Ed è proprio per vincere questa battaglia – in cui si trova in prima linea – che Svenonius invoca la falce della censura, simbolo di brutalità dittatoriale: alzando la posta del gioco, la censura conferirebbe dignità e rispetto allo sforzo di ribellione, come si fa con un nemico da temere, e gli consentirebbe di brutalizzarsi a sua volta, diventare più sincero e ferino per poter almeno immaginare una vittoria contro i potenti.


Il ragionamento ricorda Slavoj Žižek e la sua descrizione del rapporto capo-impiegato: l’illusione di un datore di lavoro gentile nasconde il vero rapporto di potere in atto. Ma di chi si parla effettivamente in questo caso, chi sono questi potenti? L’autore non ne fa segreto e già dalle prime pagine compila lunghi elenchi di nemici: il grande villain di questa storia è prima di tutto l’ideologia capitalista, con il suo rampollo, il pensiero neoliberista. Le propaggini di questo nemico, che agisce da dietro le quinte, sono ovunque e menzionate a più riprese nel testo: a partire dalle sue manifestazioni più “banali”, come i grandi colossi dell’intrattenimento e della tecnologia, passando per l’imperialismo del complesso militare-industriale statunitense e della NATO, fino ad arrivare a elementi più inaspettati come i mobili IKEA, la pornografia scandinava e l’indie rock. Svenonius si scaglia con veemenza, ad esempio, contro l’«alleanza Apple-IKEA», suggestione di un moderno Asse del male, propagatrice di un’estetica minimal e nichilista, promotrice di una società di individui atomizzati che vivono in case vuote, dotate soltanto di arredamento in stile svedese e iDevice – prevedendo così anche il successo avuto, di lì a pochi anni, dal metodo KonMari, che insegna a chi è ricco e a chi vorrebbe diventarlo come liberarsi di tutto ciò che rende una casa viva e umana (in primis i libri che non hai ancora finito di leggere).
 

La conquista imperiale del nuovo mondo è consistita in una continua corsa per la produzione di zucchero. Proprio come il petrolio o la columbite-tantalite nel mondo contemporaneo, lo zucchero rappresentava un lusso diabolico che per la sua produzione pretendeva un sempre maggiore schiavismo, nonché la devastazione ecologica e persino il genocidio. Tutto ciò non soltanto perché lo zucchero era delizioso, redditizio e responsabile di una dipendenza fisica, ma soprattutto perché la nazione con la maggiore disponibilità di zucchero avrebbe governato il mondo.


Se state pensando che tutto questo è assurdo, non avete completamente torto. Questo libro offre al lettore delle tesi ancora più irragionevoli, contraddittorie e paradossali di quelle fin qui discusse, raggiungendo a tratti il complottismo e sicuramente la paranoia nelle lunghe descrizioni di ordini mondiali dediti alla soggiogazione mentale dell’umanità, di guerre fredde combattute con LSD e sciroppo di mais, di fanatismi religiosi travestiti da enciclopedie libere. Come reagireste se oggi un amico vi telefonasse per farvi sapere, con una certa urgenza, che «radersi i peli pubici è l’equivalente della mutilazione genitale femminile», e che «la ceretta alla brasiliana è totalmente skinhead»? E se invece, durante un pranzo di famiglia, lo zio dichiarasse che internet non è altro che «un esperimento extrasensoriale di chiaroveggenza, viaggi astrali e controllo della mente grazie all’ingegneria linguistica»? Probabilmente chiamereste uno specialista, o direttamente un’ambulanza.
 

Le regole del buonsenso non si applicano a Svenonius, che dall’inizio alla fine balla forsennatamente intorno alla linea che separa la sincerità dall’ironia e l’ironia dalla satira


Ma le regole del buonsenso non si applicano all’eclettico autore, che dall’inizio alla fine balla forsennatamente intorno alla linea che separa la sincerità dall’ironia e l’ironia dalla satira, coinvolgendo in questa danza il lettore frastornato e confuso: non importa più capire e distinguere un registro dall’altro, quello che conta è l’enorme quantità di spunti di riflessione che il testo offre. Come fosse sul tetto del mondo, Svenonius osserva la società dall’esterno, svestendola di ogni sembianza di “normalità” e presentandola in tutta la sua incongruenza; la distanza che frappone tra sé e il resto gli consente anche di essere giudice spietato, arbitro del bene e del male, integralista della ribellione: niente e nessuno può scampare a questo processo e alla conseguente condanna morale, che si abbatte inesorabile sui nemici dell’umanità e del cambiamento.
Sarebbe sciocco contestargli questo carattere di moralista, di moderno Catone censore: è un aspetto cercato con intenzione dall’autore, restituito magistralmente da Veronica Raimo in traduzione, ed è parte inscindibile delle tesi discusse. Non resta che mettere in guardia da uno spiacevole passatismo che a più riprese, e più o meno evidentemente, fa capolino tra le righe: che il bersaglio in questione sia Google o il ballo del twist, c’è quasi sempre un predecessore a cui guardare con una certa nostalgia, l’idea di un momento del passato privo delle corruzioni e delle storture che oggi ci crucciano; uno dei pochi nei di questa preziosa raccolta.


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